Di notte

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Era buio e in strada non c’era quasi più nessuno: i vicoli erano vuoti, solo il vento mandava la sua cantilena timida, pigra, piegando dolcemente le cime degli alberi in un flebile fruscio, mentre le nostre ombre, magre, tremavano rincorrendosi sui muri ingialliti.

Le guardavo divertito, quelle ombre, forse perfino un po’ assonnato. La birra mi aveva appesantito lo sguardo intorpidendomi e proseguivo stretto al mio giacchino di jeans troppo leggero. Ross in-tanto mi camminava davanti, la testa crollata sul collo, la lunga massa di capelli rossicci e mossi che le cascava sulle spalle magre ed ossute. Camminava senza dire niente. Tutti camminavamo senza dire nulla, persino Bog e Bea, alle mie spalle, camminavano vicini, parlandosi poco.

Il freddo ci pungeva la carne spazzandoci i capelli con sferzate continue, ma noi camminavamo lenti, nelle strade silenziose, illuminate dai lampioni, ciascuno chiuso nei propri silenzi, stanchi, in un’innocua notte di fine aprile. Ci fermammo poco dopo, davanti un piccolo portone incassato nel muro. Ross estrasse le chiavi dalla borsa, le infilò nella serratura: aprì. Entrai; entrarono anche Bog e Beatrice, stretti, le mani nelle mani, e insieme ci arrampicammo lungo la scala che conduceva a un pianerottolo sporco, dal soffitto coperto di ragnatele e dove stagnava un forte lezzo di muffa. Ross agitò il mazzo delle chiavi, ne prese una, aprì la porta dell’appartamento. Lì sull’uscio calciò involontariamente qualcosa che si rovesciò a terra. Accese la luce e la sentii ridere. Era uno sgabello di plastica, fucsia, che lei si piegò a raccogliere senza smettere di ridere. Probabilmente uno di quegli stupidi oggetti che le piaceva raccogliere per strada, dove l’occhio le cadeva, dove le capitava di inciampare: un pezzo di carta, qualche cicca schiacciata, qualche tappo di birra…

caffettieraEntrammo nell’appartamento, un bilocale piccolo con due camere, separate da una cucina ancora più piccola in cui erano buttati un tavolino cosparso di sigarette spente e un divanetto logoro dalla stoffa consunta; il lavandino del cucinotto era ingombro di piatti sporchi, ammucchiati tutti disordinatamente gli uni sugli altri; sul fornello c’era ancora una caffettiera piena di caffè freddo.

«E questo che cazzo è?»
Bog era scoppiato a ridere.
«L’ho trovato stamattina.» disse Ross.
«In casa non ce lo voglio.»
«In casa ce lo tengo.» aveva risposto Ross stringendo lo sgabellino di plastica in una mano e gettandolo poi con un gesto stizzoso nella sua stanza. Bog rise; rise anche Bea; io, invece, non risi. Vidi Ross passarsi una mano sulla fronte cosparsa di riccioli rossi: aveva lo sguardo annacquato e sulle labbra un sorriso incerto, quasi ebete.
«Stai bene?» le chiesi.
«Vuoi un po’ di caffè?»
«No, grazie.»
Prese la caffettiera e si versò qualche goccia di caffè freddo in una tazzina pescata dal mucchio.
«Cosa vuoi fartene?» le chiesi.
«Di che?»
«Dello sgabello, che vuoi fartene?»
«Niente. Lo tengo e basta.»
Bea si strinse a Bog.
«Dov’è?» sentii chiedergli sottovoce.
«Di qua»

Li vidi infilarsi nell’altra stanza, la camera di Bog. Seguii Ross che con la tazzina in mano si era affacciata alla camera dell’amico, la testa poggiata allo stipite della porta, ciondolante. Allungando il collo, scorsi una scrivania ingombra di appunti, di minerali polverosi su cui v’era poggiata una piccola scatola di cartone; Bog e Bea v’erano chini; biascicavano qualcosa che non riuscivo a comprendere.

«Cosa c’è lì dentro?» chiesi.
Ross si scostò appena, mosse la testa in un gesto vago e lo vidi: lì, tristemente raggomitolato su se stesso come un feto, con il becco giallo e adunco e le zampette rattrappite: un piccolo, minuscolo merlo nero.
«Com’è morto?» chiesi, distratto, giusto per chiedere qualcosa. Già non guardavo più.
«Per sbaglio.» disse Ross, tornando in cucina.
«L’hai ucciso tu?»
«Non avrei voluto…»
«Ma l’hai fatto.»
«Un esperimento di volo finito male» precisò Bog rivolgendomi il suo sguardo limpido, cristallino, i suoi occhi azzurri, celesti, che parevano essersi ingoiato il cielo, il mare.
Rimasi muto: quella vista mi inquietava, mi disturbava, in un qualche assurdo modo. Che fosse quella fragilità così violentemente distrutta a colpirmi, ad impressionarmi? Che fosse quella presenza morta, presente, concreta, tangibile, ma morta, a destabilizzarmi?

Vidi la mano di Bea raccogliere quel corpicino minuto, scuro e distolsi lo sguardo, in fretta. Non volevo guardare, non avrei potuto. C’è, nella morte, un senso di abbandono, una fragilità amara, un’arrendevolezza sgomenta di cui non si può parlare, ma solo tacere. Giacché la morte la si sconta dentro, ce la si porta addosso, palmo a palmo, parola dietro parola. Essa è come una maschera duttile, elastica che si conforma al viso e si rivela solo in piccoli istanti, in segreto, credo. Quando ormai non è rimasto più nulla. Rimasi a guardare Ross che, ora, nella sua stanza, stava cercando rumorosamente qualcosa tra le mensole ingombre con gesti impazienti, distratti, frettolosi.

scrivania«Che cerchi?»
Mi appoggiai allo stipite della porta e gettai un’occhiata intorno: c’era lo stendino con i panni gettato in mezzo alla stanza, le scarpe rovesciate, la tazzina di caffè vuota poggiata sulle scartoffie della scrivania, alcune mutandine arrotolateci sopra…
«Il tabacco…»
La vidi afferrare qualcosa con le mani.
«Che fanno quei due?» chiese facendo un gesto con la testa.
«Niente. Com’è morto?»
«Morto chi?»
«Il merlo, lì, com’è morto? Come l’hai ucciso?»
«Perché lo vuoi sapere?»
«Non lo so. Tu dimmelo e basta.»
«Te l’ho detto.»
«Non me lo hai detto.»
«Volevo farlo volare e nel farlo volare gli ho spezzato un’ala. Ti spiace?»
«Non so. E a te?»
Non rispose. Raccolse la sua borsa da terra, spense la luce della stanza, oltrepassandomi con il suo corpo esile, leggero.
Bog e Beatrice erano apparsi alle mie spalle. Bea stringeva tra le mani il corpicino morto, privo di vita, di quel merlo minuto, il tutto avvolto in una carta da forno leggera, trasparente.
«E quello?»
«Lo abbiamo messo qui.»
«E ora, cosa vuoi farci?»
«Seppellirlo.»

Bog aprì la porta; tornammo a scendere la stretta scala infilandoci poi in strada. Bea questa volta accanto a me, con quel corpicino striminzito avvolto in quel misero pezzo di carta… C’era quella zampetta dondolante, fuori dell’involto, quel sentimento dolente sul cuore. E non guardai.
«È disgustoso.» riuscii a dire.
«Non dovrebbe spaventarti tanto.» disse Bea.
«Non mi spaventa… mi disgusta, m’impressiona.»
«Cos’è che ti impressiona? È così normale, Edo: è la morte…»
Non dissi nulla. Bog ci si era accostato; la sua ombra, accanto a quella di Bea, si deformava allungandosi e rimpicciolendosi sull’asfalto. Ross, dietro di noi, zoppicava lenta, flemmatica, tardiva nelle sue scarpe basse, sfondate.

«Da che parte?» chiesi.
«Di qui.»
Svoltammo in un angolo poco illuminato ed eccolo, come in una visione, il tempietto greco che si ergeva irradiato dalla luce scintillante della luna tra gli abeti bassi ed immobili, oltre la cancellata nera che ci apprestavamo a scavalcare.
Esitai.
«Ma non è pericoloso?»
«Che?» chiese Bog.
«Scavalcare.»
Rise.
«E se ci vedono?» chiesi a Bea.
Lei fissava Bog; stringeva il merlo senza vita tra le mani.
«Non è rischioso?» insistetti.
«Non lo so…» disse lei.
Io fui l’ultimo ad arrampicarmi. Bog, dall’altra parte della cancellata, allungò le braccia tentando di aiutarmi. Scossi la testa, mi aggrappai alle inferriate e provai a buttarmi, ma la giacca si impigliò a uno degli spuntoni di ferro nero e caddi colpendo la cancellata che mandò un suono sordo, metallico.
Bog mi strinse le spalle, piegandosi sulle ginocchia. Feci un segno con la testa per dirgli che stavo bene.
Bea mi guardò le spalle.
«Ti sei stracciato la giacca.»
«Fa nulla.» dissi.
«Hai freddo?»
Scossi il capo.
La vidi allungare una mano verso la spalla di Bog; subito egli si sfilò la giacca a vento gettando- mela paternamente sulle spalle. Lo ringraziai, sicché ci avviammo verso il prato, sedendoci in cerchio attorno quel corpicino minuscolo, minuto che Bea aveva poggiato a terra. Come in un cerimoniale, una veglia funebre, un cerchio di vita ai piedi della morte più nera, più labile. Ross sfilò dalla borsa una bottiglia di vino bianco che ci passammo uno ad uno bevendo per scaldarci e il liquido caldo e bruciante lo lasciavamo scendere giù lungo la gola, fino ad allargarsi nel petto, nella pancia.

imagesEravamo riuniti, ora, stretti sull’erba umida della sera, in un silenzio contenuto. La luna tesseva ragnatele di suoni lievi, appena percettibili e pensai che, in fondo, c’era, in noi, l’innocenza dei ragazzi affamati di vita, assetati d’amore, naufraghi nella tempesta, eroi sconosciuti, inesperti e disarmati di fronte all’esistenza. E forse era questo quello che mi inquietava di più: l’ingenuità, l’inconsapevolezza e la fragilità tenera di fronte a questi attimi labili, a questi aliti di vento che talvolta ci scoprono nudi, soli, indifesi. Ross si accese una sigaretta con i suoi soliti gesti lenti, tardivi. Me l’allungò; scossi il capo. Mi stordiva quel pezzo di carta trasparente lì adagiato ai miei piedi e in cui vi avevano arrotolato il cadavere infreddolito di quell’esserino inerte, dalle gambe stecchite che gli sbucavano fuori, sottili, sottili…

«Perché lo lasci lì?»
Bea mi rivolse uno sguardo stanco, lucido.
«Non c’è nulla di male…»
«Ti prego…»
«Ti dà così fastidio?»
Non dissi niente, abbassai solamente il capo.
«È la morte, dentro la vita.»
«In che senso?»
«Nell’unico senso possibile: noi siamo qui… e siamo vivi. E in questo nido di vita s’insinua la mor-te,
perfetta e compatta e fredda, come porcellana, così silenziosa…»
«È macabro.» tagliai corto.
«Chiamalo come vuoi.»
«Ma cosa c’è che ti impressiona?» mi chiese Bog.
«Non lo so, mi mette a disagio, mi lascia inquieto, tutto ciò…» dissi, senza guardarlo.
«È la morte? È la morte a spaventarti?»
«Non credo.» dissi «Non credo di temerla, la morte. Semplicemente non ci credo, nella morte…»
«In fondo non c’è nulla di male: è un po’ come una rinascita, un tornare al mondo…» disse Bea
incollandosi alla bottiglia.
«In Romania, quando muore qualcuno, si ha l’usanza di andarlo a trovare, il morto, di recargli un saluto.
Così da portarsi via qualcosa di lui e lasciargli un po’ di sé, un po’ del proprio amore, un augurio per la vita nuova, per una vita altrove…» disse Bog.
«Lo so: è lo stesso giù, nel Meridione. L’ho visssuto, qualche volta, da piccolo. Di tanto in tanto, quando se ne andava qualcuno, mia nonna mi ci portava ed io rimanevo sempre vicino alla porta, per non entrare, per non disturbare…»
«E ti spaventava tanto?» mi chiese Ross.
«Non lo so… Forse, solo la prima volta…»
«E come fu, la prima volta?»
«Avevo otto anni ed era morta un’anziana ed il suo viso era così calmo, con i riccioli bianchi e composti attorno al viso e le mani incrociate sul petto e tra le dita un piccolo rosario… Ho solo questa immagine perché non vi entrai, nella stanza, e rimasi indietro, nascosto, dietro gli altri… Avevo paura di disturbare, quasi…»
«E perché non ci credi?»
«Nella morte?»
«Sì, perché non ci credi?»
«Perché riesco a credere solo nella vita.»
«Ma credere nella vita non vuol dire credere anche nella morte?»
«Non necessariamente.»

Sollevai la testa: la luna trapelava tra i rami e le fronde degli abeti gocciolando latte nel cielo buio, liquido, scuro. E mi piegai, poggiando la testa sulle ginocchia di Beatrice. Chiusi gli occhi, stanco, e sentii le sue mani candide carezzarmi dolcemente le tempie, scompigliarmi i capelli. Rimanemmo in silenzio per un po’ e schiusi appena gli occhi: l’uccello morto era ancora lì. Bog, di fronte a me, si stringeva nelle spalle, bionde, tentando di riscaldarsi e sfregandosi le braccia nude con le mani.
Sorrisi, stanco, appena.
«Tieni.» gli dissi, sollevandomi e restituendogli la giacca a vento.
«No, no…» Scosse la testa.
«Prendila.»
«Davvero.»
«Insisto.»
«E tu?»
«Io sto bene così.»
Mi tolsi la giacca e gliela porsi. Vidi la mano di Beatrice sgattaiolare verso quella di Bog e strin-gerla
amorevolmente, in un gesto innocuo di una sincerità nuda e docile e attenta.
«Che ore sono?» chiese Bog.
«Forse le quattro..» disse Ross e raccolse la bottiglia di vino che Bog le porgeva; stringendola tra due mani se la portò alle labbra e bevve, rovesciando la testa all’indietro, gli occhi chiusi; poi me la porse, allungando il braccio magro, scarno. Bevvi dunque anch’io, ma poco. Il sapore non mi scaldava più, ora mi lasciava anzi un senso di vuoto, di liquida e quasi nauseosa pesantezza sugli occhi. Tenni tuttavia la bottiglia tra le mani, lo sguardo fisso su quel misero pezzo di carta da cui sbucavano quelle zampette esili, rattrappite… Chiusi gli occhi, respirai e li riaprii.
«Non avete mai paura?» chiesi.
«Di che?»
«Di qualsiasi cosa… Non avete mai paura?»
«E tu?» chiese Ross.
Rimasi muto; fu Bog a parlare.
«Si ha sempre paura di qualcosa.»
«E di che?»
«Di tutto quello che non si confessa. Dei mostri che ci si porta dentro, addosso.»
«Per esempio?» chiese Ross.
M’intromisi. «Cose che non si dicono mai, che non si confessano nemmeno a se stessi, Ross, perché non si possono raccontare, né spiegare, né capire, forse…»
Ross mi rivolse il suo sguardo liquido, i suoi occhi lucidi, annacquati, vagabondi.
«E ve le tenete tutte dentro, voi, queste paure?»
«Tutte.» disse Bog.
«Perché?»
Bea, ora, con una mano,aveva preso ad accarezzare la carta ruvida del merlo morto, ma con gesti pacati, quasi materni e continui…

«Perché ci sarà sempre qualcuno che sfrutterà quelle paure a suo vantaggio. Per farti del male, ferirti, in
un qualche modo…» disse Bog, ancora.
«È per questo che ti porti addosso sempre questa maschera?» chiese Ross.
«Che maschera?»
Bog la guardava, inquieto.
«Niente…»
«Quale maschera?» insistette lui.
«Quella che ti porti sempre addosso, per non far vedere chi sei…Sai,» disse Ross, rivolgendosi a me,«…io non credo che valga la pena tenersele nascoste, tutte queste paure.»
«Vale la pena, Ross.» dissi,« A volte, ne vale la pena.»
«Non credo.»
«Io credo di sì, invece. E sono convinto che anche tu, senza darlo a vedere, hai paure che non confessi nemmeno a te stessa. Si ha sempre l’esigenza di mascherarle, le paure; viviamo costruendoci delle maschere e in fondo non siamo che le paure che ci portiamo dentro.»
«Può darsi.»
Strappavo fili d’erba e osservavo quei fili fragili cadermi fra le dita.
Ross rise.
«Che hai?» le chiesi.
«È buffo. Strappando l’erba è come se la condannassi a morte, in un certo senso.» disse, e rise, alticcia.

Sorrisi. In fondo, era vero: non stavo forse compiendo un gesto che implicava una fine, una violenta rottura? Stavo spezzando fragili fili d’erba e spezzandoli, li condannavo alla fine, li rubavo alla terra, li separavo dal grembo, dalla vita, e li offrivo alla morte. E la vita mi parve così fragile, in quel frangente: una lastra di vetro spezzata da una raffica di vento, una miriade di pezzi vibranti, luminosi… Ma una volta che la vita è stata spezzata, la si può ricomporre? Si può tornare a tessere quei frammenti separati, unirli? O è meglio lasciarli sparsi, dispersi per la terra, questi cocci, questi frammenti, cosicché ogni singolo atomo di quell’esistenza continui a vivere ovunque, plasmato, permeato, riempito della sua essenza? Sorrisi ancora. Ormai non m’importava più, improvvisamente non m’importava più nulla. Bea, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, raccolse la bottiglia di vino ai miei piedi e tornammo a galleggiare in quel silenzio calmo, assoluto, sottilissimo, spezzato, poi, solamente, dalla voce roca di Ross che, sollevando la testa, mi parlò.

«Avanti, dimmi qualcosa.»
«Che cosa?»
«Non lo so, dimmi qualcosa. Tu scrivi, hai detto che ti piace scrivere, dimmi qualcosa…»
«Qualsiasi cosa?»
«Qualsiasi cosa.»
Respirai, senza guardarla. Rimasi muto per un po’, fermo senza muovere un muscolo, mentre nel petto andava allargandosi un sentimento di abbandono. Di abbandono e di certezza al tempo stesso: l’abbandono all’inesorabile scorrere del tutto; la certezza che tutto passa una sola volta, che nulla resta.
«Ho osservato tante volte/ il marmo che mi hanno scolpito – / una nave alla fonda con la vela ammainata.
/ In realtà non rappresenta il mio approdo / ma la mia vita./ Perché l’amore mi fu offerto ma io fuggii le
sue / lusinghe; / il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura; / l’ambizione mi chiamò, ma paventai i
rischi. / Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita. / Ora so che bisogna alzare le vele / e farsi
portare dai venti della sorte / dovunque spingano la nave. / Dare un senso alla vita può sfociare in follia /
ma una vita senza senso è la tortura / dell’inquietudine e del vago desiderio: / è una nave che anela
ardentemente al mare, ma ne ha / paura. »
Ci fu silenzio, dopo. Nessuno parlò, nemmeno il vento rispose.

Ross rimase a guardarmi, gli occhi lucidi forse di una luce nuova, il solito sorriso sghembo, enigmatico sul viso pesto, incorniciato da lunghi riccioli scomposti. Non disse nulla e io non le chiesi di parlare: non
sarebbe servito, lo sapevo già. Fu Bea a raccogliermi la mano, stringendo la mia nella sua, calda e protettiva; sicché io l’allungai a Ross e lei a Bog e Bog a Bea, in un cerchio di mani pronte a stringersi e a cercarsi ancora, ed ora sigillate in un’unità, carne dentro carne, in un anello di vita saldo e indistruttibile. La nostra. Pensai allora che avrei voluto piangere, ma non piansi. Ci sciogliemmo dalla stretta mentre il vento aveva ripreso a fischiare tra le fronde. E Bog, ora, si era alzato e alzandosi aveva raccolto il corpicino senza vita di quell’umile merlo, seppellendolo ai piedi di un abete, in fondo. Rimanemmo a guardarlo mentre, di spalle, scavava la terra con gesti lenti delle sue dita lunghe e bianche e sottili.
Tornò indietro poco dopo; lo aspettavamo tutti lì, non ci eravamo mossi. Bog rimase a guardarci per un po’, i suoi occhi azzurri scintillanti nel buio glaciale.
«Andiamo?» chiese.
Dietro gli abeti il mantice di stelle stava sfumando e l’alba stava sorgendo pigramente nei colori tenui del cobalto. Respirai quell’aria pura, frizzante a larghe sorsate. Sorrisi.
«Andiamo.»

 

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