“Per un piato de jota”

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“Che palle” sospirò Gina quando riagganciò il telefono, “un altro morto tra le quattro mura di casa… ora mi tocca il solito slalom tra parenti sbigottiti e interrogatori inconcludenti”. Dopo questa riflessione finì di mangiare la jota con la solita flemma, lustrò il fondo della scodella con un tozzo di pane, ripulì il bordo con un’energica leccata e uscì di casa.
Gina Scoli, detta ironicamente raggio di sole per il grugno suino che la caratterizzava, era da dieci mesi il nuovo capo della polizia di Trieste. Aveva lasciato Barletta a malincuore portando con sé una scorta sorprendente di taralli e la speranza di concludere la carriera in un posto tranquillo, lontano da Gennarino, ex bulimico, ex taccheggiatore e finalmente ex marito.
Raggio di sole non era mai stata a Trieste prima di allora. Nel suo immaginario questa città dal fascino imbarazzante era come uno scrigno segreto ricco di tesori rari e di una quiete straordinaria, innaturale, quasi immobile. Era convinta che qui avrebbe trovato il tempo e la serenità per coltivare le sue passioni: danza del ventre, parole crociate e il gioco della dama.
castelloIn dieci mesi, infatti, aveva svolto solo lavoro di routine, fatta eccezione per un paio di suicidi e qualche morto ammazzato in famiglia. Mai un delitto al castello di San Giusto, nel parco di Miramare o al Faro della Vittoria. Mai un delitto tra osmize, putizze o jota alla stricnina. Solo banalità, tanto che la quiete della città aveva cominciato a starle un po’ stretta. Se non fosse stato per la scoperta della jota che l’aveva stregata aggiudicandosi un posto d’onore a fianco dei taralli, probabilmente avrebbe chiesto il trasferimento.
Gina e i taralli erano una cosa sola: spuntavano dalla borsa, dalle tasche e dalla pochette del trucco. Per fortuna la jota non era altrettanto versatile, altrimenti, oltre alle briciole dei taralli, la scena del crimine sarebbe stata contaminata anche da fagioli e capuzi garbi!
Ad ogni modo, questa volta l’omicidio deviava dai soliti clichè triestini. Giuseppe, l’agente di polizia interinale assunto una settimana prima, al telefono era stato impreciso. Il morto non era morto tra le quattro mura di casa, ma tra quelle di una società di canottaggio; i parenti del morto l’avevano preceduto -non c’era nessun superstite- e la trafila di interrogatori si preannunciava curiosa, visto lo scenario che si prospettò a Gina quando arrivò alla Società Nautica “Pale in acqua”.
società canottaggioNel salone al primo piano c’era un tavolo imbandito, un morto, sei testimoni oculari decisamente sopra gli ottanta e decisamente sbronzi e poi, c’era quel profumo… Raggio di sole era convinta che ogni luogo del delitto emanasse un odore particolare e lì l’odore era forte e inconfondibile: jota domacia!
Il cadavere era quello di un certo Vittorio Poropat, detto Toio il Grande. Un omone di 1.92 di altezza e 120kg mal distribuiti tra collo, cosce a caviglie. Sembrava uno scherzo della natura, invece era un ex olimpionico di canottaggio con problemi di gotta, con difficoltà respiratorie e con una singolare passione per la scrittura. Non recensiva, infatti, le gare degli atleti, bensì ciò che accadeva durante le pittoresche conviviali con i suoi ex compagni di barca.
Da anni, alla “Pale in acque” vigeva la tradizione del pranzo mensile tra “veci bacuchi, così amava definirsi quel gruppo di ex canottieri che continuava a frequentare la Società per fare due chiacchiere, una partita a carte e perché no, una bella doccia calda senza badare a sprechi di acqua e all’allagamento del bagno.
Ogni primo lunedì del mese la sala era riservata ai bacuchi. Per poter accedere, però, era necessario essere di sesso maschile, aver superato gli ottant’anni di età, i sessanta di affiliazione alla società e non lamentare intolleranze a fagioli e capuzi garbi, visto che il piatto forte era proprio la jota. Non era ammesso il gentil sesso né i giovanotti, fatta eccezione per Igor. Igor era il pronipote di Anselmo, il decano del gruppo. Aveva solo cinque anni, ma era già socio onorario perché figlio di tre generazioni di canottieri, perché nato prematuro in Società dopo una serata di bagordi e, soprattutto perché, cosa assai strana per un bambino, adorava la jota.
cuocoIl nome del cuoco veniva estratto a sorte di volta in volta, mentre il menù era sempre lo stesso: gennaio jota e putizza, febbraio pasta e fagioli e crostoli, marzo brodetto di pesce e presnitz, aprile sgombri e colomba, maggio sardoni in savor e pinza, giugno fritto misto e gelato -luglio e agosto pausa estiva- settembre gnocchi di susine e kranz, ottobre bollito misto e strudel di mele, novembre jota e fave dei morti e dicembre jota e panettone. Il tutto condito con fiumi di spritz e grappa domacia.
Di norma il pranzo iniziava verso le 12.30 con un brindisi e terminava a metà pomeriggio quando tutti i commensali resuscitavano dall’inevitabile sonnellino pomeridiano. Prima del classico brindisi, però, c’era un altro rito che rendeva quelle conviviali uniche: la lettura del racconto di Toio. Il momento era importante perché dal tenore degli applausi dipendeva l’umore di Toio e, di conseguenza, quello di tutto il gruppo. Toio era una prima donna ingombrante, vanesio, egocentrico e contagioso, nel bene e nel male. Scriveva i racconti, infatti, non tanto per il piacere di scrivere quanto per scommessa. Le storie erano sempre diverse, ma il titolo e lo scopo, sempre uguali. L’obiettivo era scroccare parte del pranzo e il titolo indicava quale parte. Così c’era la serie di racconti “Per un bicier de spritz morbido”, quella “Per do sbecolezi” , quella “Per una porzion de dolce” e quella più nutrita “Per un piato de jota” vista la frequenza con cui questa pietanza veniva riproposta nel menù.
Quel giorno, però, qualcosa era andato storto, anche se in principio, tutto si era svolto nel migliore dei modi: Toio aveva letto il suo ennesimo racconto “Per un piato de jota”, gli applausi erano stati scroscianti, la Jota divina e la pennichella collettiva profonda. Il risveglio del gruppo, invece, era stato improvviso e precoce per il baccano causato da un grosso gabbiano che aveva tentato di suicidarsi contro una finestra della sala. Solo Toio continuava a dormire. I primi commenti su quell’omone riverso sul tavolo con la faccia nel piatto di jota erano stati impietosi e qualcuno lo aveva addirittura immortalato con lo smartphone tra ghigni, rutti e scorregge.
Dopo l’ilarità generale, però, era calato un silenzio imbarazzante. Qualcuno, allora, aveva notato sul viso dell’amico un pallore inquietante, qualcuno aveva notato un rivolo di saliva schiumoso sulla bocca sghemba e qualcuno, invece, aveva notato che il dolce non era ancora stato servito.
jotaFatto sta che in breve i veci bacuchi avevano perfettamente compreso la situazione: Toio il Grande era morto. Ma come? Il pensiero di molti era andato subito alla jota. Se fosse stata avvelenata? Quel giorno c’era Anselmo ai fornelli, acerrimo nemico di Toio. Due di loro, suggestionati da quel pensiero, si erano sentiti male, mentre gli altri, dopo aver intravisto del sangue ai piedi del gigante, avevano chiamato senza alcun criterio logico il 118, la Polizia, i vigili del fuoco, la Guardia Costiera, i figli e nella confusione anche l’ENPA e l’Acegas!
Gina Scoli fu la prima ad arrivare sul luogo e la prima, dopo il gabbiano depresso, a battere ripetutamente sulle finestre per farsi aprire la porta. I nonnetti, infatti, si erano inavvertitamente chiusi a chiave all’interno della Società assieme al colpevole dell’omicidio, se di omicidio si trattava.
Gina era confusa. Sul tavolo imbandito non c’era traccia della jota, ma solo qualche foglio di carta dove spiccavano le parole “Per un piato de jota”. I bacuchi, infatti, ripresisi dallo shock e decisi fare bella figura con le Autorità, avevano pensato di ripulire la sala alla meno peggio raccogliendo da terra posate, cicche e il sangue di Toio. La dignità e l’orgoglio di far parte di una Società storica era più forte di qualsiasi smarrimento. Così, avevano gettato gli avanzi della jota nel water, i piatti, i bicchieri e le posate nella lavastoviglie e le bottiglie di vino nella sala barche. Il corpo, però, giurarono, non era stato toccato.
Raggio di sole era turbata: si trovava di fronte a un morto e a sei testimoni oculari che, a quanto pareva, nel momento in cui l’uomo era spirato, dormivano tutti profondamente. Il turbamento era aumentato ancora di più quando gli operatori sanitari, nel raddrizzare il corpo, avevano scoperto una macchia di sangue sull’addome e successivamente la ferita da arma bianca sotto il costato.
Ricapitolando: il morto era Vittorio Poropat detto Toio il Grande, la causa della morte probabilmente un’emorragia dovuta alla recisione dell’aorta addominale praticata con un coltello da una persona mancina, visti alcuni dettagli tecnici, e gli unici possibili colpevoli erano sei ottuagenari. L’arma del delitto era sparita o forse era solo immersa in un bagno caldo nella lavastoviglie.
A quel punto, raggio di sole si avvicinò ai bacuchi con il grugno suino più suino che mai, invitandoli a raccontare quanto ricordavano di quelle ore.
deposizioneIl primo a rendere la sua deposizione fu Pierino, per scelta di Gina che voleva iniziare in relax. Lui non poteva certo essere l’assassino. Pierino, infatti, era su una sedia a rotelle e dopo un ictus aveva perso l’uso del braccio sinistro. L’uomo non fornì alcuna informazione utile, se non quella sulla provenienza dell’ottimo Cabernet Franc con cui avevano pasteggiato.
Poi fu la volta di Giovanni che disse di aver trascorso l’intero pomeriggio con Giulio –prima di scivolare nella letargia collettiva- a discutere dei loro interventi chirurgici in programma qualche giorno dopo alla Salus, l’uno per la protesi alla spalla sinistra e l’altro per il tunnel carpale al polso sinistro. Giulio confermò.
Restavano Guido, Giordano e Anselmo, tutti e tre, per fatalità, mancini!
Guido, però era il fratello maggiore di Toio, sfiorava i novant’anni, aveva la forza di un lombrico in agonia e la vista di una talpa, oltre al fiato di un cane con un ascesso dentale e una balbuzie imbarazzante che avevano costretto Gina a interrompere presto la conversazione.
Giordano, invece, sembrava l’assassino ideale, se non fosse stato per quella disarmante fragilità emotiva che non era riuscito a mascherare. Da quando si era accorto dell’accaduto, infatti, aveva pianto ininterrottamente. Giordano superava appena gli ottanta, era prestante, atletico, forte… e gay. Solo due settimane prima era convolato a nozze con Toio. Praticamente erano ancora in luna di miele.
Anselmo, il cuoco della giornata era l’ultimo della lista dei sospettati, ma il secondo ad essere stato escluso da quella lista. La sua mano sinistra, infatti, era monca. Delle cinque dita di norma in dotazione a ogni essere umano, gli era rimasto solo il pollice e nemmeno opponibile. La sega circolare che teneva in cantina era stata ingorda.
Ad un certo punto ci fu un gran trambusto. Giordano, il più agile dei bacuchi, si era infilato improvvisamente sotto il tavolo attratto da una linguetta grigia che sporgeva dal tacco della scarpa di Toio. Il 47 e mezzo del mocassino nascondeva un coltello di gomma. Fu allora che qualcuno pensò a Igor.
Quel giorno, infatti, Anselmo era venuto in compagnia del pronipote. Quando c’era la jota, c’era anche Igor. Ma dov’era finito? Nessuno ricordava con esattezza i particolari del pranzo. Il Cabernet e la grappa avevano completamente offuscato la mente dei bacuchi. Poi Anselmo ricordò qualcosa. Ricordò il sorriso del piccolo alla lettura del racconto, il sorriso del piccolo al piatto di jota e il broncio del piccolo al suo ordine: “sei in castigo”. Capitava spesso, infatti, che Igor, finito il pasto andasse a giocare in giro per la sala. Naturalmente, quando combinava una marachella il bisnonno lo metteva in castigo, ovvero lo spediva nello spogliatoio degli uomini. Lì, tra canotte e mutandoni appesi ovunque, il piccolo sceglieva un armadietto libero, dove si infilava e poco dopo si addormentava.
zorroIgor era sempre vestito da supereroe, ovvero, con una mascherina da Zorro e una cintura legata in vita dalla quale sporgeva un piccolo coltello di gomma. Quel giorno era particolarmente irrequieto e per tutta la durata del pranzo aveva gattonato sotto il tavolo punzecchiando le gambe dei bacuchi con la sua arma giocattolo. Poi doveva essere successo qualcosa: uno scambio di coltelli? Anselmo ricordava le urla del piccolo e ricordava perfettamente come lo aveva ripreso: “ora basta con i capricci. Esci da lì e vai in castigo”. Quindi, l’oblio totale.
A quelle parole tutti si precipitarono nello spogliatoio. Trovarono Igor ancora addormentato dentro uno stipetto. Aveva le mani e i piedi sporchi di sangue, i capelli sudati e nella cintura c’era l’arma del delitto. Per fortuna il piccolo era caduto in un sonno profondo, forse un meccanismo di autodifesa, e al risveglio non ricordava nulla, nemmeno che prima di indossare il camicione del bisnonno era vestito da supereroe.
Per la prima volta il grugno suino di raggio di sole si distese. In fondo era stato un incidente e forse addirittura una benedizione. Poco prima, infatti, i bacuchi avevano confidato a Gina che Toio non sarebbe arrivato al lunedì successivo. Una malattia rara e aggressiva lo stava divorando. Con un po’ di fortuna il Poropat, completamente anestetizzato dall’alcol non aveva sentito alcun dolore.
All’inaugurazione della stagione remiera successiva, i “veci bacuchi” donarono una barca alla Società in memoria del Poropat con il nome di “Toio il Grande”, anche se tutti, ovviamente, la chiamarono “Per un piato de jota”.

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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