Ma che barba! La lunga storia del più antico ornamento maschile (parte seconda)

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L'imperatore Carlomagno in un ritratto postumo

L’imperatore Carlo Magno in un ritratto postumo

Diciamo subito che la parola latina “barbarus”, non significa uomo con la barba, ma deriva dal termine spregiativo greco “bàrbaros”, ossia balbettante, incapace di farsi capire. I greci, che non a torto si ritenevano il centro culturale del mondo conosciuto, pensavano che tutti quelli che non parlavano la loro lingua fossero lenti di cervello. Il termine è poi passato ad indicare le popolazioni del nord Europa che scesero a valanga verso sud durante gli ultimi secoli dell’Impero romano. Le fonti classiche descrivono questi uomini con un certo timore, in particolare per l’alta statura che eccedeva di parecchio le dimensioni comuni (i romani in media non superavano il metro e sessanta) e ne descrivono a volte anche capelli e barba, che era segno di potenza e autorità, e sulla base della cui lunghezza si rispecchiavano le gerarchie sociali. I Celti irrigidivano le chiome con acqua e gesso e portavano baffi lunghi e spioventi; i Longobardi – che provenivano dalla Pannonia e si stabilirono in Italia nel 568 – secondo lo storico Paolo Diacono furono così soprannominati a causa della lunga barba non toccata dal rasoio che portavano in onore di Wotan, il loro dio della guerra prima di essere convertiti al cristianesimo. Nel VII secolo l’Editto di Rotari, riferendosi alla casta degli uomini liberi, prevedeva una serie di punizioni per chi li avesse danneggiati fisicamente inserendo anche tra i crimini l’atto screanzato di tirare la barba. I Franchi – anch’essi popoli di origine germanica – preferivano i baffi: Carlo Magno, incoronato imperatore nell’800, nonostante sia spesso rappresentato barbuto, baffuto e coi capelli bianchi, viene descritto dal suo biografo Eginardo con le chiome corte e provvisto di due lunghi mustacchi.

Raffaello, ritratto di Giulio II

Raffaello, ritratto di Giulio II

Nel Medioevo le questioni pilifere coinvolsero anche il clero cattolico: all’inizio la Chiesa manifestò una certa ostilità verso il sacerdoti barbuti e nel 1073 papa Gregorio VII li obbligò a radersi, incitando anche il popolo a seguirne l’esempio. L’idea era che la lunghezza dei peli fosse un simbolo della moltitudine dei peccati (in primo luogo la vanità) e che l’atto della rasatura fosse una sorta di ritorno alla giovanile innocenza degli angeli. C’era poi un motivo pratico, perché sembra che i peli impedissero di bere con la dovuta reverenza il calice durante la messa. Barba si o barba no? In ambito religioso su questo punto non si sarebbe mai trovato un accordo: alcuni ordini – ad esempio i francescani – ne erano dotati, mentre i domenicani la aborrivano. In talune circostanze sembra spuntasse miracolosamente anche sul viso delle monache per sottrarle alla bieche voglie maschili, come nel caso di Santa Vilgefortis (in Italia Santa Liberata). Molti papi del Medioevo e del primo Rinascimento avevano il viso glabro; il primo a farsi crescere una pensosa e triste barba lunga fu Giulio II, forse per dimostrare la sua amarezza per la perdita di Bologna, passata dallo Stato della Chiesa ai Bentivoglio; ne seguì l’esempio Clemente VII, costretto a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo durante il sacco di Roma nel 1527. La serie dei papi barbuti terminò col 1700, dopodiché sul Soglio di Pietro salirono solo religiosi dal volto implume.

Tiziano, ritratto di Pietro Aretino

Tiziano, ritratto di Pietro Aretino

A prescindere da situazioni particolari come gli eremiti, i penitenti, i pellegrini e i soldati, che dovendo viaggiare non potevano trovare il tempo per radersi, fino al XIV secolo portare la barba fu un optional e molti sovrani preferirono farsi ritrarre imberbi forse per accostare il loro augusto aspetto a quello degli imperatori romani. Un caso a parte fu Federico I di Hoenstaufen, che apprese questo costume in Terrasanta a contatto con i musulmani e i bizantini, ma che essendo nordico, aveva un’abbondante peluria ramata: bastò questo perché, nella lotta contro i Comuni italiani che proclamavano la loro indipendenza dall’impero, fosse soprannominato con spregio “Barbarossa”, nome con cui è passato alla storia. In pieno Cinquecento e per un breve periodo i volti maschili si ornarono di folti appendici barbute, che vediamo coltivate dai grandi del momento: dai pittori come Leonardo, Tiziano, Michelangelo, ai letterati come Torquato Tasso, Baldassar Castiglione e Pietro Aretino, che dispiegava un barbone che gli arrivava fino allo stomaco. I Lanzichenecchi che saccheggiarono brutalmente Roma nel 1527 agli ordini di Carlo V, erano alti e di aspetto selvaggio, spesso con barba e capelli intrecciati con cui intendevano dimostrare la loro rude e violenta virilità. Verso la fine del secolo la moda portò all’accorciamento della barba che si trasformò in un pizzo appuntito perfettamente in tono col colletto a gorgiera, un disco pieghettato e rigidamente inamidato che avrebbe impedito lo sviluppo di una peluria facciale lunga e abbondante.

Palo da barbiere

Palo da barbiere

Nel frattempo si sviluppava in tutta Europa la professione di barbiere. La prima organizzazione a noi nota si formò in Francia nel 1096. All’epoca non esistevano chirurghi professionisti e quasi tutte le malattie erano curate coi salassi, cioè cavando il sangue da un braccio del paziente: all’inizio l’operazione era eseguita dal clero con l’aiuto di un barbiere, ma quando il concilio di Tours proibì a preti e monaci di estrarre sangue dal corpo umano – considerandolo un atto sacrilego – la barberia diventò anche il luogo dove si eseguivano operazioni chirurgiche ed estrazioni dentali, connessione che sarebbe durata parecchi secoli. In tal modo la corporazione dei barbieri assunse un’enorme importanza al punto che nei secoli successivi la sua presidenza fu affidata al barbiere del re. Nell’Inghilterra del Medioevo fu invece inventato il palo da barbiere a strisce colorate: prima di allora era abitudine esporre in vetrina flaconi di sangue e bende sporche per specificare alla clientela che nel negozio si eseguivano salassi. La macabra usanza fu presto sostituita – anche per ragioni d’igiene e di decoro – con un bastone che ricordava l’asta a cui il paziente doveva aggrapparsi per evidenziare le vene, mentre il pomo in bronzo che con cui terminava rappresentava il vaso dove il sangue veniva raccolto. I tre colori bianco, rosso e blu applicati al palo si riferiscono alle bende, alle vene e al sangue. Oggi questa insegna curiosa è diffusa soprattutto nei paesi anglosassoni.

Il re Sole con baffetti alla royale

Il re Sole con baffetti alla royale

Il periodo Barocco fu inaugurato da una montagna di peli maschili riccioluti posti non sulla mascella ma sul cranio: il Seicento e il Settecento infatti sono i secoli d’oro della parrucca usata per coprire teste pelate vuoi dall’età, vuoi da qualche malattia che causava la caduta dei capelli come il vaiolo. Per una forma di equilibrio il volto invece era quasi completamente sbarbato a parte due baffetti arricciati sulle punte detti “à la Royale” perché portato per quasi tutta la sua vita da Luigi XIV, e un ciuffo minuscolo di peli tra bocca e mento, la “mosca”. Trattati con ferri caldi, i baffi erano profumati e irrigiditi con la cera; per tenerli in forma fu inventato un aggeggio, il piegabaffi, una striscia di tessuto che la notte era posta sotto il naso e agganciata dietro alle orecchie, garantendo al risveglio baffi perfettamente modellati. Questo ridicolo arnese continuerà ad essere di moda nell’Ottocento e in parte anche ai giorni nostri, visto che tuttora si può comperare su Amazon, almeno nella versione inglese. Un feroce nemico della barba fu lo zar Pietro il grande, che per modernizzare il suo popolo nel 1698 impose una tassa a chi la portava, abolita definitivamente solo un’ottantina d’anni dopo. Per scoraggiare i dignitari di corte dal farsi crescere l’antiquato ornamento Pietro tagliò personalmente le odiate barbe con un rasoio, dimostrando così che non scherzava per niente.

Giosuè Carducci e Gabriele D'Annunzio

Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio

L’Ottocento – come lo ha spiritosamente chiamato Michele Serra in un suo libro – fu “Il secolo coi baffi”, ma non solo: dopo la Restaurazione i volti maschili si arricchirono di folte basette che si allungavano dalle tempie al mento, come quelle celebri di Ugo Foscolo, e a volte si congiungevano formando una sorta di collare: la già citata barba alla Cavour, che lo statista portò tutta la vita. In Italia, con le lotte per l’indipendenza, i peli maschili – e in particolare la barba e i baffi – acquistarono il significato politico di fede liberale. Alcuni dei principali protagonisti dei moti del 1848 e della guerra che ne seguì sventolavano sul viso barbe e mustacchi come uno stendardo di libertà: da re Vittorio Emanuele II coi baffoni imperiosamente rivolti all’insù, a Massimo d’Azeglio, da Garibaldi con la sua fluente barba bionda, a Giuseppe Mazzini, che durante l’esilio a Londra oppose un netto rifiuto a chi gli chiedeva di tagliarsela perché in contrasto con lo stile britannico. Nello stesso anno Karl Marx pubblicò “Il manifesto del partito comunista” e rese celeberrima la sua barba di pensatore-profeta. Molti tra i più influenti intellettuali del secolo e di quello successivo non esitarono ad esibire vistosi ornamenti facciali: Giosuè Carducci, che frequentava l’antica barberia in piazza Cavour tuttora esistente a Bologna, Gabriele D’Annunzio che disegnò per il suo barbiere il pizzetto che intendeva portare; Charles Darwin, che in vecchiaia si dotò di una lunga barba bianca e, più recentemente, Sigmund Freud e Ernest Hemingway solo per citarne un paio.

Charles Darwin

Charles Darwin

Durante il primo Novecento barba e basettoni persero d’interesse, ma in compenso la moda si indirizzò sui baffi a spazzolino, di cui quelli più tristemente famosi appartennero ad Adolf Hitler, che arrivò a sceglierli per il suo look perché quelli a manubrio che indossava durante la Prima Guerra Mondiale gli impedivano di chiudere bene la maschera antigas. Identici furono quelli di Charlie Chaplin che realizzò il suo capolavoro “Il monello” nel 1921, proprio quando il fűrer diventò leader del Partito Nazionalsocialista Tedesco. Nel secolo scorso e nel nostro la barba ha avuto periodi di breve fortuna, come durante il movimento hippie degli anni Sessanta, ma fu quasi sempre limitata nei regolamenti di polizia e dell’esercito, che considerano i peli incolti come un’intollerabile assenza di decoro. Il termine “hipster” fu coniato nell’America degli anni Quaranta per indicare giovani di classe media appassionati allo stile di vita dei jazzisti afroamericani. Al giorno d’oggi si riferisce a giovani anticonformisti e disinteressati alla politica che si distinguono anche per l’abbigliamento eccentrico e per l’uso di una folta barba decisamente “retro” e patriarcale. La barba è tornata di moda e sono sorti periodi dedicati in cui i maschi concorrono per quella più bizzarra: tra tutti il “Movember” (che unisce la parola inglese “moustache”, baffi, e il mese di novembre, epoca in cui si svolge). Le iperboliche barbe che si presentano al concorso servono a raccogliere fondi per la diagnosi del carcinoma alla prostata.

Hans Nilson Langseth, la barba più lunga del mondo

Hans Nilson Langseth, la barba più lunga del mondo

Chiudo questo articolo ricordando alcune barbe da Guinness dei primati: nell’Ottocento un contadino norvegese, Hans Nilson Langseth era riuscito a farsi crescere una barba lunga 5 metri e mezzo. Non fu il primo né sarebbe stato l’ultimo: nel XVI secolo il genero dell’imperatore Massimiliano II d’Asburgo aveva una barba talmente lunga da spazzare il pavimento, mentre al giorno d’oggi la barba più lunga del mondo appartiene a un Sikh, Sarwan Singh, con i suoi 2 metri e trenta centimetri. Visti i precedenti, avrebbe potuto fare di meglio.

 

 

 

 

 

Fonti: Gabriella Lamantia, Barba&Baffi, Idea libri

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/03/24/la-storia-delluomo-si-nasconde-dietro-barba-e-baffi42.html

https://www.academia.edu/36983257/BARBA_CAPELLI_E_BAFFI_NEL_MEDIOEVO

https://it.zenit.org/articles/e-vero-che-i-sacerdoti-devono-essere-imberbi/

 

 

 

 

 

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