Ma che barba! La lunga storia del più antico ornamento maschile (parte prima)

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Il dio assiro Marduk

Il dio babilonese Marduk

La barba, oltre che una naturale appendice pilifera dell’uomo, è un fenomeno culturale. Dal punto di vista biologico viene definita “carattere sessuale secondario”, anche se compare – se pur raramente – sulle guance delle donne; fa parte della cultura umana per la simbologia che le si attribuisce, l’importanza nella moda delle varie epoche, i momenti di caduta e di gloria. Perché la barba (o la sua assenza) siano state così significative non è tuttora ben chiaro. Non è stata ereditata dai primati perché le scimmie, per quanto pelose, sono glabre attorno alla bocca. Molti odierni sondaggi dichiarano che non c’entri nemmeno con l’attrazione sessuale: non tutte le donne la amano, e in specie, non amano alcuni tipi di barba e baffi, prima fra tutte – sembra – è quella che in Italia è detta “alla Cavour”, ossia un sottile collare di peli che corre da un orecchio all’altro. Altre preferiscono i maschi rasati per una questione di pulizia. Quelle a cui piace invece affermano che la barba caratterizza il vero uomo, forte, protettivo, mascolino, autorevole, cosa che – lo dico da donna – mi sembra molto opinabile: anche Barbablu era notoriamente peloso, ma come si sa, le donne le ammazzava.

Busto di Hatshepsut con falsa barba

Busto di Hatshepsut con falsa barba

Sia come sia nei primi tempi della storia umana la barba era un simbolo di potere: dall’antica Mesopotamia passando per la Giudea e la Grecia le divinità erano decisamente barbute. Così il babilonese Marduk, molti dei dell’Olimpo tra cui Zeus, Efesto e il collerico Poseidone, il Dio padre dei cristiani e – molto più tardi – Odino (o Wotan) della mitologia scandinava; profeti ed eroi ne seguivano l’esempio facendosi crescere una bella appendice fluente come simbolo di autorità e rispettabilità, al punto che in alcun culture tirare un uomo per la barba era considerata una grave offesa. Yahweh e Allah come è noto non potevano essere rappresentati, ma sappiamo che Maometto si curava molto ed esortava i credenti a tenere barba e baffi. Se dava una spuntatina ad unghie, barba e capelli, questi santi rimasugli venivano raccolti e custoditi come reliquie: in un tempio di Srinagar nel Kashmir è tuttora conservato un suo pelo che viene esposto una volta all’anno alla pubblica adorazione. Cinquemila anni fa il mestiere del barbiere era fondamentale nelle corti e a volte sconfinava in quello dell’orafo: i re e dignitari persiani portavano barbe lunghissime e profumate di unguenti, tra le cui treccine avvolgevano fili d’oro. Il popolo dell’antico Egitto era solitamente rasato, e solo i faraoni indossavano una barba posticcia intrecciata assicurata con due cordicelle dietro alle orecchie. Questo curioso ornamento, ben visibile nella famosa maschera funeraria di Tutankhamon al Museo del Cairo, era un simbolo della loro divina autorità, tant’è che la regina Hatshepsut – quinta sovrana della XVIII dinastia – si fece spesso rappresentare munita del regale accessorio.

Ebrei ortodossi con barba e payot

Ebrei ortodossi con barba e payot

Quando ci si mette di mezzo la religione le regole diventano scarsamente flessibili. È il caso degli ebrei e degli arabi credenti che tutt’oggi osservano rigidamente i precetti della Torah e della tradizione islamica. Il Levitico (19-27) si esprime in modo lapidario: “non taglierete in tondo i capelli ai lati del capo, né taglierai gli angoli alla tua barba”. La frase venne interpretata dagli ortodossi come il divieto di radere le basette e di conseguenza di farsi crescere dei boccoletti laterali (payot) a cui si associa la barba lunga. Al giorno d’oggi in Israele il problema si fa complesso al momento di arruolarsi nell’esercito, dove lo Stato maggiore vorrebbe visi sgombri da peli superflui, mentre i rabbini insistono che il rasoio non debba toccare la pelle come succedeva ai tempi di re Davide. Ne è nata una “guerra delle barbe” che si è risolta con la possibilità di evitare la rasatura ottenendo un permesso scritto, sollecitato da una richiesta che dimostri quanto la barba faccia parte dell’identità profonda del giovane arruolato.

Iran. L'ayatollah Khamenei

Iran. L’ayatollah Khamenei

Religione che osservi barba che trovi: il Corano non entra in questioni pilifere, ma lo fanno altri testi islamici considerati sacri. Come ho detto prima sembra che Maometto almeno un paio di volte si sia pronunciato a favore di barba e baffi; secondo la legge della Sharia, Allah maledice gli uomini che imitano le donne e le donne che imitano gli uomini. Gli effeminati e gli ermafroditi (così vengono definiti gli uomini dalle guance lisce) non sono graditi al Signore e tagliare la barba è una inaccettabile mutilazione. Alcune scuole ritengono che si possa accorciare se cresce oltre la lunghezza di un pugno: a questo principio si attenevano i talebani, che se pescavano un disgraziato con i peli troppo corti lo fustigavano pubblicamente. In compenso è permesso lavarla e curarla per evitare irritazioni dovute al clima caldo come faceva lo stesso, severissimo ayatollah Khomeini. In Egitto dominano i sunniti che tengono la barba abbondante ma ben curata; in quanto ai musulmani salafiti, fondamentalisti e ultraconservatori, la fanno crescere lunga, arruffata e selvaggia ma rasata sul labbro superiore pensando di seguire lo stile del profeta, di cui peraltro non abbiamo ritratti.

Alessandro Magno

Alessandro Magno

Torniamo indietro nel tempo: se gli atleti greci sono solitamente raffigurati col volto ben rasato, politici e strateghi come Temistocle, Pericle o Milziade portavano una barba curata e arrotondata, mentre per i filosofi – specialmente i cinici e gli stoici – il viso peloso era una regola. In quanto agli Spartani, Plutarco racconta la singolare punizione che imponevano a chi non si dimostrava coraggioso in battaglia: l’obbligo di radersi una guancia sola in modo da rendere evidente a tutti la loro vigliaccheria. I Greci, e non solo loro, andavano dal barbiere anche per conoscere le novità e gli ultimi pettegolezzi; la loquacità di questi personaggi doveva essere notevole se Archelao, re di Sparta, quando il barbitonsore gli chiese come voleva che gli fossero tagliati barba e capelli rispose: “In silenzio”. Durante il periodo macedone si diffuse in Grecia l’uso del rasoio, in parte sembra per imitazione di Alessandro Magno che viene descritto quasi glabro, in parte perché lui impose ai suoi soldati di radersi: chi dice per motivi igienici, chi dice per non farsi afferrare la barba in battaglia.

Scipione l'africano

Scipione l’africano

In origine anche gli antichi romani portavano la barba: nel 299 a.C. Publio Ticino Menea trascinò a Roma dalla Sicilia – che era di cultura greca – un gruppo di barbieri che introdussero l’abitudine di radersi. Scipione l’Africano, il vincitore di Annibale a Zama, fu uno dei primi ad adottarla, ed essendo una star ebbe immediatamente degli imitatori. Dopo di lui e per alcuni secoli il tipico look dell’uomo romano comportò il volto glabro e i capelli corti; il taglio della prima peluria (depositio barbae) era un giorno di festa che rappresentava l’ingresso del giovane nell’età adulta. Il fatto era solennizzato con l’offerta dei peli agli dei come fece anche Nerone che offrì i suoi a Giove Capitolino. Se i benestanti avevano un barbiere personale, gli altri dovevano ricorrere a un artigiano, operazione che presentava non pochi rischi: bisognava ricorrere alle “tonstrinae”, botteghe che aprivano all’alba e lavoravano fino all’una del pomeriggio. Il “tonsor” tagliava barba e capelli seguendo la moda dettata dagli imperatori, li tingeva ed eseguiva piccole operazioni di chirurgia estetica ed estrazioni dentarie; non esisteva emolliente a parte l’acqua tiepida, e gli attrezzi del mestiere si riducevano al rasoio o a un paio di cesoie molto simili a quelle che si usano per tosare le pecore. Un altro metodo – utilizzato anche per depilarsi il corpo – era quello di ammorbidire i peli con gusci di noce arroventati. Radersi senza crema rendeva l’operazione lunga e difficile, tant’è che Marziale ci scherzava sopra insinuando che mentre il barbitonsore faceva il giro della faccia al cliente spuntava un’altra barba. Sembra invece che un decotto di ragnatele immerse in olio e aceto fosse un toccasana per fermare le emorragie. I poeti satirici come Giovenale e Marziale se la sono presa a morte con le tonstrinae. Secondo il primo i barbieri (accusati anche di troncare di netto i nasi) erano un disturbo alla quiete pubblica a causa delle urla raccapriccianti che si levavano dalle loro botteghe, mentre il secondo non risparmia un certo Antioco, “dalla mano scellerata” che gli ha lasciato sfregi che nemmeno sua moglie gli avrebbe fatto graffiandogli la faccia durante un litigio.

L'imperatore Adriano

L’imperatore Adriano

L’imperatore Adriano (76-138 d.C.) riportò in auge le barbe, non solo per amore della cultura greca, ma soprattutto per coprirsi alcune cicatrici che gli deturpavano il volto. La diffusione della barba fu incontrastata fino a Settimio Severo, in seguito conobbe alterne fortune. Vale la pena ricordare l’ultimo imperatore pagano, Giuliano l’Apostata (331-363), filosofo, magistrato e arguto scrittore: durante un suo soggiorno ad Antiochia – città ormai prevalentemente cristiana – fu preso di mira dalla popolazione che riempì i muri di scritte diffamatorie contro di lui, la sua fede negli antichi dei, la sua severità e la sua lunga barba arruffata e fuori moda. Giuliano rispose con un libello in greco, il Misopogon (L’odiatore della barba), in cui descrive sé stesso come un capellone peloso, saccente e moralista, ma retto e riflessivo, incompatibile con quella città festaiola, corrotta e ignorante. Nell’impero Romano d’Oriente invece la barba era un elemento identitario sia della grecità, sia della mascolinità, dal momento che gli eunuchi – non producendo ormoni – erano privi di peli.

Gesù. Catacombe di Commodilla

Gesù. Catacombe di Commodilla

Con la diffusione della cultura cristiana si sentì la necessità di rappresentare Gesù. Ma come? Il suo aspetto fisico non è descritto nel Nuovo Testamento e così si tirò ad indovinare: chi diceva che era bello, chi affermava – come Clemente Alessandrino e Eusebio di Cesarea – che era deforme. Quando ci si pose il problema si fu a lungo indecisi se dargli o meno la barba: uno dei dipinti più antichi col Cristo classicamente barbuto e coi capelli lunghi è del IV secolo e compare nelle catacombe di Commodilla a Roma. Contemporaneamente però fiorirono numerosissime raffigurazioni che ce lo mostrano giovane e senza barba; l’affermarsi del look con cui lo conosciamo avvenne quando cominciarono a comparire immagini “acheropite” (non fatte da mano umana) ma che si pensavano miracolosamente realizzate dal soffio dello Spirito. Di fronte a un così venerabile esempio come ci si doveva comportare nel quotidiano? A risolvere il problema ci provò la “Didascalia apostolorum”, un apocrifo del Nuovo Testamento che ammonisce: “Non distruggerai i peli della barba, non cambierai l’espressione naturale del tuo viso e non ti farai diverso da come Iddio ti ha creato”. L’avvertimento, almeno in Italia, non funzionò: con la caduta dell’impero romano e la discesa delle onde barbariche, il paese piombò in una situazione di caos, anche culturale: i nuovi arrivati avevano chiome e barbe lunghe che contrastavano col viso più o meno glabro della popolazione locale. Con loro si apriva il Medioevo e un nuovo modo di concepire la barba.

Fonti: Gabriella Lamantia. Barba&baffi. Idea libri

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/03/24/la-storia-delluomo-si-nasconde-dietro-barba-e-baffi42.html

 http://fascinointellettuali.larionews.com/breve-storia-della-barba/

https://www.carmillaonline.com/2003/06/30/la-barba-del-profeta/

 

 

 

 

 

 

 

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