Lawrence Ferlinghetti. Non chiamatelo l’“Ultimo Beat”!

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

 

Lawrence Ferlinghetti è, da sempre, uno dei personaggi della letteratura americana che maggiormente attira la mia attenzione.
Fascino e carisma come pochi, anche alla veneranda età di novantanove anni.
LawrenceFerlinghetti_NewBioImageSarà per il tipo di vita che ha condotto, sarà perché ha saputo parlare alle persone attraverso le sue poesie per quasi un secolo, sarà perché ha saputo coniugare perfettamente scrittura, pittura e innovazione, senza mai mettersi in mostra, rimanendo uno di quei pochi scrittori originali, non egocentrici, mantenendo una classe d’altri tempi che me lo fa amare ancora di più.
Una delle iniziative più lodevoli, portata avanti negli anni, è sicuramente “City Lights”, la sua casa editrice, con annessa libreria, che continua ancora a gestire.
In poco tempo è diventata un punto di riferimento per gli aspiranti poeti. Ha iniziato con le pubblicazioni dei suoi amici scrittori e poeti della beat generation, e non si è mai più fermato. La sua più importante pubblicazioneferlinghetti-di-fronte-alla-sua-libreria-a-s-francisco rimane, senza dubbio, “Urlo”, di Allen Ginsberg.
A causa di quest’ultima subì anche un processo e conobbe il carcere.
Tutta la vicenda è dettagliatamente raccontata nel docufilm “Urlo”, di Rob Epstein e Jeffrey Friedman.
Definisce se stesso un anarchico, mentre altri nel 1998 lo hanno nominato “Poeta Laureato di San Francisco”.
Forse la definizione più appropriata è quella che ne dà Federico Rampini nel suo articolo “L’ultimo beat”, appunto. Anche se Lawrence preferirebbe di gran lunga essere chiamato l’Ultimo Bohémien, come dichiara lui stesso nell’intervista a Rampini.
Con una storia tormentata alle spalle, con il suo cognome tagliato, Ferlinghetti è stato il primo a pubblicare i suoi amici scrittori, da Kerouac a Corso.
Suo padre era italiano, di Brescia, ma morì quando sua madre era al terzo mese di gravidanza, la poveretta impazzì qualche mese dopo, passando il resto della sua vita in manicomio.

«E appoggiò la tela a terra
E giacque solo con lei
E a lungo giacque con quella vergine
desiderando una purezza tutta per sé»

Un tema ricorrente quello della follia per gli scrittori beat, anche la madre di Ginsberg morì in manicomio, e molti di loro furono sottoposti a diverse cure psichiatriche, anche invasive, come l’elettroshock.
Lawrence crebbe con una zia (Emily), i primi cinque anni a Strasburgo e poi a New York.
La famiglia presso cui la zia prestava servizio lo adottò e gli permise di studiare giornalismo al college; durante la seconda guerra mondiale, fu militare di Marina per le truppe statunitensi.
La visita a Nagasaki, subito dopo l’esplosione della bomba atomica, lo sconvolse profondamente facendogli assumere uno stile di vita pacifista.
Lasciò l’esercito, prese un diploma post laurea e un dottorato alla Sorbona.
Non ha mai rifiutato le sue origini italiane, anzi qualche anno fa è anche venuto a cercare la casa dove è cresciuto suo padre, ma i suoi genitori adottivi gli fecero cambiare il cognome in Ferling. Negli anni ’20, in America, gli italiani non erano visti di buon occhio. Così racconta nell’intervista a Rampini:

«Mio padre faceva parte di una generazione d’immigrati per i quali le origini italiane erano un peso. All’inizio il mio cognome venne abbreviato: Ferling, per suonare anglosassone. Negli anni Venti essere italiano in America voleva dire puzzare di aglio e peperoni, un’immagine da cui volevi liberarti. Io ero il quinto figlio della famiglia, ricordo uno dei miei fratelli che faceva il guardiano alla prigione di Sing Sing e reagì con rabbia quando gli mandai una lettera firmandomi per esteso, come Ferlinghetti. Guai a farsi riconoscere. Io ero diverso. Ho sempre avuto voglia di ri-connettermi, di rimettermi in contatto con le mie origini. Tre anni fa ho ritrovato l’appartamento dove nacque mio padre, a Brescia. E lì sono stato arrestato!».

Ma non fu la prima volta che successe, era già capitato, nel 1956, con la pubblicazione di “Urlo” di Allen Ginsberg, che il giudice Clayton Horn ritenne immorale e censurò per oscenità.

howl
La sua libreria casa editrice, City Lights, è un punto di ritrovo nella frenetica San Francisco, gode di ottima vitalità e si trova tra North Beach, la Little Italy, Chinatown, il quartiere a luci rosse, e la Coit Tower. Poco distante c’è anche l’enoteca di Francis Ford Coppola.
E così la rivoluzione culturale è passata e si è insidiata proprio a San Francisco, la città più ribelle d’America, la zona più Far West tra tutte, al limite, terra di pirati e di confine, dove tutto quello che si osa solo pensare si realizza, ed è proprio qui che Ferlinghetti deciderà di mettere radici ancora ragazzo, anche se per lui oggi San Francisco è diventata una città troppo tradizionale e convenzionale. (A dire il vero per chi la visita, arrivando da fuori, conserva ancora quella sua aura di eccentricità e di stravaganza, ma bisogna pur capire, che chi ne ha viste tante da raccontare, i giorni nostri sono lenti e banali, anche a San Francisco).
È proprio fuori la sua libreria-casa editrice che un giorno incrociò un giovanissimo Jim Morrison, suo grandissimo fan, che lo salutò nervosamente prima di scappare via allorquando il poeta rispose al saluto.
Bisogna immaginare quanto potesse essere potente in quegli anni incontrare uno dei propri miti, colui che aveva ispirato le porte della percezione; messa così si intuisce l’ansia di Jim Morrison.
Lawrence Ferlinghetti ripercorre con lucidità quegli anni, li ricorda bene, ricorda i volti degli amici, le poesie, scritte e pubblicate, ricorda la rivoluzione rock, il clamore del Fillmore di Bill Graham, che faceva scuola in campo di musica, non teme di parlare delle droghe sintetiche e di tutto quello che succedeva in quel periodo.
Fino a quel momento gli scrittori avevano anestetizzato i loro pensieri con l’alcol, in quegli anni invece cambia anche il modo di ‘viaggiare’, veri e propri trip oltre la ragione, verso le porte della conoscenza e della percezione, provocati dall’LSD.
È proprio durante gli anni ’60 del Novecento che inizia anche a diffondersi la musica elettronica. Il vero spartiacque tra tutto quello che c’era prima e quello che c’è stato dopo è stato il 1963.
Quando tutto è cominciato a cambiare.

Il diciannovesimo secolo finisce
e svolta nell’Autostrada 66
i carri coperti si trasformano in Pullman
i loro scuri saloon coperti dall’oblio.
Il mito ci insegue
i solchi continuano.
La notte del cavallo è finita
È l’alba dopo il sogno
a metà del viaggio
ci ritroviamo su una strada oscura
e ci riconosciamo per la prima volta.
Le luci si accendono
il paese è elettrificato
il mondo si accende come una ruota panoramica.
Tutte le macchine cominciano a ronzare
quasi all’unisono.
L’Europa diventa un toro cieco
legato ad un cavallo di ferro su rotaie
che sputa fumo.
La Civiltà sconfigge l’Eros
e Proust perisce Gauguin fugge a Tahiti
mentre i Tristi Tropici
scompaiono per sempre.

Fondamentale, oltre alle sue doti letterarie, anche la sua arte pittorica, la sua tecnica, i suoi dipinti, la predilezione per il bianco e il nero.
Lawrence Ferlinghetti rappresenta un’epoca, è un mito assoluto, nessuno come lui ha saputo rimanere al passo delle nuove generazioni, anticipando i tempi, intuendo quello che sarebbe stato ricordato poi. Nessuno meglio di lui ha conosciuto tutte le rivoluzioni culturali, vivendole, ispirandole. Ha segnato un’epoca e rappresenta l’emblema assoluto vivente della cultura.
Per i suoi cento anni festeggerà con la pubblicazione del suo nuovo libro, un insieme di aneddoti autobiografici e di critica letteraria, che si intitolerà “Little Boy”.
Il suo agente è ancora Steling Lord, neanche a dirlo, suo coetaneo, insieme affronteranno anche questa nuova pubblicazione.
La sete di conoscenza, l’irrefrenabile vitalità, la voglia di cambiare le cose attraverso la poesia, la cultura, l’irresistibile e inguaribile voglia di fare progetti, di girare il mondo lo rendono unico, forse il vero ultimo hipster.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Imma I.

Benvenuto! Se mi stai leggendo è perché molto probabilmente anche tu sei attratto dalla musica, dall’arte, dal cinema, dalla letteratura, dai videogiochi, dai fumetti, dalla fantascienza. Insomma essere sempre al corrente sulle ultime novità in qualsiasi campo. Scrivo praticamente da sempre, mi sono dedicata nei primi anni del mio lavoro alla cronaca locale, arrivando poi a collaborare con alcune riviste di cultura (lastanzadivirginia) e con webgiornali nazionali (YOUng). E questa con l’Undici è proprio la collaborazione che aspettavo da un po’… Mi piace informarmi e conoscere quante più cose mi riesce, ma mi piace anche condividere i miei pensieri con chi è curioso come me. Oltre alla passione per la scrittura, sono una editor/consulente editoriale, collaboro con diverse case editrici. Amo il surf, il punk, il rock, l’handmade, creare bolle di sapone giganti e le olive verdi. Sono felice di poter condividere un po’ del mio mondo con chi avrà il piacere di leggermi. A presto! Seguimi anche su Facebook! Mi trovi come: Imma Stellato Iava, o Imma I.

Perché non lasci qualcosa di scritto?