L’avanguardia femminista nel Don Chisciotte.

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Prima di affrontare l’argomento in sé ho deciso di trascrivere l’intero passo del capitolo XIV del Libro Primo del Don Chisciotte, l’ho trascritto dall’edizione in cui l’ho letto io, perché le varie traduzioni trovate on-line, mi sono risultate arcaiche o poco incisive.
Questo è il testo tradotto da Alfredo Giannini per la casa editrice, Rizzoli.
In sua assenza, la bella ed emancipata (badate bene a questo termine, ndr) pastora Marcella, viene accusata dagli amici del giovane Grisostomo di essere la causa del suo suicidio. In particolare Ambrogio rivolge contro di lei un’invettiva molto aspra, secondo lui meritata perché la giovane è rea di non aver ricambiato l’amore del suo amico. Grisostomo non riuscendo a sopravvivere senza di lei, ha deciso di togliersi la vita. Il brano riprende totalmente la risposta di Marcella.

-Non vengo, Ambrogio, per nessuna delle cose che hai detto, rispose Marcella, bensì per difendermi io stessa e per far capire quanto sbagliano tutti coloro che mi danno la colpa dei patimenti e della morte di Grisostomo. Perciò vi prego di prestarmi attenzione, perché non ci vorrà molto tempo, né molte parole, per persuadere di una verità le persone assennate.
«Il cielo mi fece, a quanto voi dite, bella, tanto bella che, vi trovate costretti, anche a vostro malgrado, di dovermi amare; in cambio poi dell’amore che mi dimostrate, dite e perfino volete che io sia obbligata ad amar voi. Capisco, per il naturale intendimento che Dio m’ha dato, che tutto ciò che è bello fa che si ami, ma non arrivo a capire che, la bellezza, a causa dell’essere amata, appunto perché bellezza, debba riamare chi l’ama. Senza dire che potrebbe darsi che l’innamorato di ciò che è bello fosse brutto; ed essendo quel che è brutto degno di repulsione, non va punto il dire: “Ti amo perché sei bella: tu mi devi amare sebbene io sia brutto”. Ma posto anche il caso che le bellezze siano uguali, non è per questa ragione che debbano essere uguali i desideri, poiché non tutte le bellezze innamorano, essendovene di quelle che sono una gioia per gli occhi ma non soggiogano il cuore. Se tutte le bellezze innamorassero e incatenassero, sarebbe un gran viluppo e smarrimento delle voglie che non saprebbero più su quale bellezza posare; perché, essendo infiniti gli esseri belli, infinite dovrebbero essere le voglie; mentre, per quel che ho sentito dire, il vero amore non soffre divisione, dev’essere spontaneo e non già costretto. Così stando le cose, come io credo, perché volete voi che io sottometta a forza la mia volontà, non da altro obbligata se non dal dire voi di amarmi? Rispondetemi. Se il cielo, come mi ha fatto bella, mi avesse fatto brutta, sarebbe forse giusto che io mi lamentassi di voi perché non mi avreste amato? Tanto più, che dovete considerare che non ho scelto io la bellezza che ho; e che qualunque sia la bellezza mia, è il cielo che me l’ha data in dono, senza che io l’abbia chiesta o voluta! E siccome non può accusarsi la vipera del veleno che porta in sé, benché con quello uccida, perché lo ha dalla natura, così nemmeno io merito di essere ripresa per esser bella: la bellezza in donna onesta è come fuoco acceso discosto o spada aguzza; quello non brucia né questa ferisce chi non vi si avvicina. L’onore e la virtù sono adornamenti dell’anima, senza dei quali il corpo, se pur sia bello non deve parer bello. Se poi l’onestà è una delle virtù che più adornano e abbelliscono il corpo e lo spirito, perché deve perderla colei che è amata perché bella, assecondando l’intendimento di colui, che per il suo solo piacere, cerca, con tutte le sue forze e arti, di fargliela perdere? Io nacqui libera e per poter vivere libera scelsi la solitudine dei campi. Gli alberi di queste montagne sono la mia compagnia; le chiare acque di questi ruscelli sono il mio specchio; agli alberi e alle acque confido i pensieri e la bellezza mia. Son fuoco che sta discosto e spada messa in luogo lontano. Coloro che ho innamorato con la mia presenza, ho disingannato con le parole; e se i desideri si alimentano di speranze, non avendone io data alcuna a Grisostomo né a nessun altro di essi, insomma, ben si può dire che lo uccise piuttosto la sua ostinatezza che la mia crudeltà. Che se mi si dice, a rimprovero, che erano onesti i suoi pensieri, e che perciò ero tenuta ad assecondarli, rispondo che quando in questo luogo stesso, dove ora si scava la sua fossa, mi svelò la rettitudine del suo proposito, gli dissi che il proposito mio era di vivere sempre sola e che soltanto la terra avesse a godere il frutto della mia vita appartata e i resti della mia bellezza. Che se egli, nonostante questo disingannarlo, volle insistere contro la speranza e navigar contro vento, qual meraviglia che sia annegato in mezzo al golfo del suo errore? Se io lo avessi tenuto a bada, sarei stata falsa; se lo avessi appagato, avrei agito contro la mia più cara intenzione, contro il mio più caro proposito. Disingannato, volle ostinarsi; si sentì disperato, pur non essendo odiato. Vedete un po’ ora se si può ragionevolmente incolpare me di quel ch’egli ebbe a soffrire! Si dolga chi è ingannato, si dia alla disperazione colui al quale vennero meno le speranze fattegli concepire; confidi in me colui che io abbia per avventura a invitare; s’inorgoglisca colui che io abbia per avventura ad accettare; ma non mi dica crudele né omicida colui a cui io non faccio promesse, che non inganno, non invito, né ho accettato. Neppure il cielo ha voluto finora che per destino io amassi: è inutile il pensare che devo amare per libera scelta. Questo disinganno per tutti, serva per suo bene a ciascuno di quelli che mi stimolano, e d’ora in poi si comprenda che se qualcuno abbia a morire per me, non muore già per gelosia né perché disdegnato da me: chi non ama nessuno, non deve destare la gelosia di nessuno e questo mio disingannare tutti, non si deve reputare disdegno. Chi mi chiama belva e mostro, mi lasci stare come cosa dannosa e trista; chi mi dice ingrata non mi usi servigi; chi mi chiama intrattabile, non voglia conoscermi; chi crudele, non mi segua; poiché questa belva, questo mostro, quest’ingrata, questa crudele, questa intrattabile, non li cercherà, non li servirà, non li vorrà conoscere né li vorrà seguire in nessun modo. Che se l’insofferenza e lo sfrenato desiderio uccise Grisostomo, perché si deve dar la colpa al mio onesto procedere e al mio ritegno? Se io serbo la mia purezza vivendo fra le selve, perché vuole che la perda chi pretende che io viva con gli uomini? Come sapete io posseggo ricchezze mie proprie e non bramo le altrui; sono indipendente di carattere e non mi piace assoggettarmi; non amo né aborro nessuno; non inganno questo, non sollecito quello; non scherzo con l’uno, né mi spasso con l’altro. L’onesta conversazione con le pastore di questi borghi e il badare alle mie capre sono il mio spasso. I miei desideri si limitano a queste montagne, e se le oltrepassano è per contemplare la bellezza del cielo: è un avviarsi dell’anima verso la sua prima dimora.»

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Così dicendo la bella pastora ritorna nel bosco, tra le vallate.
Come scrivevo in apertura badate bene alla parola ‘emancipata’, quanta attualità nelle parole di Marcella? Sembra un discorso scritto da una novella femminista che cerca di affermare il suo ruolo di donna nella società odierna, a prescindere dalla compagnia degli uomini.
Certo la si potrebbe tacciare di assoluta vanità, ma quanta verità c’è nelle parole della pastora?
Ho voluto riportare per intero il passo legato alla storia della bella Marcella e dell’infelice Grisostomo, una delle storie raccontate in questa magnifica opera che è il “Don Chisciotte Della Mancia”, di Miguel de Cervantes, perché ritengo che in questo brano ci sia l’essenza dell’avanguardia di quest’opera.
L’idalgo, il Don Chisciotte, il Cavaliere dalla Triste Figura che se ne va in giro a combattere per cause folli ci consegna una grandezza di princìpi e di visioni quasi impensabili per i tempi in cui è stato scritto. Pensate che impatto ebbe per chi lesse queste parole appena il libro uscì: una donna che si opponeva a una società in cui i matrimoni si combinavano, un’epoca in cui la donna faceva da ornamento all’uomo che la portava vicino. Ogni volta che leggo questo capitolo rimango stupita per la lungimiranza del Cervantes. Il primo volume nello specifico è stato pubblicato nel 1605, quando i moti del femminismo erano la cosa più lontana dalla mentalità e dalla visione del mondo dell’epoca.
Eppure rileggere il discorso che la bella e libera Marcella fa a tutti gli uomini che sono lì presenti fa effetto oggi più di ieri.
Marcella è una pastora, di famiglia ricca. Ha deciso di dedicare la sua vita al suo lavoro, tra le valli, a custodia di un gregge.
È bellissima, al punto che tutti gli uomini del villaggio si innamorano di lei, ma lei è sdegnosa, altezzosa, non vuole nessuno, non ne offende nessuno perché non ne ricambia alcuno, come dice lei stessa, né li illude con false speranze. Ci dice con fermezza e con decisione: “Io sono nata libera, appartengo a me. Non faccio del male a nessuno.” e lo ribadisce con tutta la forza che può.
È innamorata della sua libertà e nulla pretende. Questo ferisce a morte il giovane, bello e colto, Grisostomo, che non riesce a tollerare di non essere ricambiato dall’affascinante Marcella, e così si toglie la vita.
Ambrogio, amico di Grisostomo, accusa pubblicamente di quella morte Marcella, che arriva e a testa alta tiene dinanzi a tutti un discorso sulla sua condizione di donna, sul suo amore per la libertà, sulla sua scelta di vita, mettendo a tacere tutti con le sue parole.
Quanta forza, quanta determinazione in questo discorso.
Come se tutto il genere femminile dovesse prenderne esempio nei secoli dei secoli.
Ma quante erano le donne istruite in quel periodo? Quante sapevano leggere?
Pochissime.
Miguel de Cervantes ci fa un regalo enorme scrivendo questo passo che oggi più che mai è di un’attualità incredibile.

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Leggetelo, rileggetelo, parlatene a voce alta, e ricordate che nessuno può privarci della nostra libertà.
Don Chisciotte rimane colpito dalle parole di Marcella, che scagiona se stessa, ne ammira la forza e la volontà d’animo. Difende la donna. Prova a cercarla ma non la trova.
Ha tanti pregi l’opera di Miguel de Cervantes, da analizzarli singolarmente, e questo meritava un posto speciale.

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Imma I.

Benvenuto! Se mi stai leggendo è perché molto probabilmente anche tu sei attratto dalla musica, dall’arte, dal cinema, dalla letteratura, dai videogiochi, dai fumetti, dalla fantascienza. Insomma essere sempre al corrente sulle ultime novità in qualsiasi campo. Scrivo praticamente da sempre, mi sono dedicata nei primi anni del mio lavoro alla cronaca locale, arrivando poi a collaborare con alcune riviste di cultura (lastanzadivirginia) e con webgiornali nazionali (YOUng). E questa con l’Undici è proprio la collaborazione che aspettavo da un po’… Mi piace informarmi e conoscere quante più cose mi riesce, ma mi piace anche condividere i miei pensieri con chi è curioso come me. Oltre alla passione per la scrittura, sono una editor/consulente editoriale, collaboro con diverse case editrici. Amo il surf, il punk, il rock, l’handmade, creare bolle di sapone giganti e le olive verdi. Sono felice di poter condividere un po’ del mio mondo con chi avrà il piacere di leggermi. A presto! Seguimi anche su Facebook! Mi trovi come: Imma Stellato Iava, o Imma I.

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