Viaticum – seconda parte

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Qui trovate la prima parte del racconto. A voi il  seguito…

Giorno 2
Notte agitata nel nuovo letto, io sono convinta che il quadro con Gesù Giuseppe e Maria abbia vita propria e che mi voglia ricordare tutte quelle volte che non sono andata a messa. Il risultato è una mattinata lenta e pigra, poche parole e molti sbadigli. Per reagire decidiamo di fare una passeggiata nei dintorni: Lui si porta la chitarra, io la macchina fotografica. Finiamo nuovamente alla cascata, la quale abbiamo innalzato a nostra piccola Mecca della vacanza.

OLYMPUS DIGITAL CAMERASalgo una stretta stradina per avvicinarmi ancora di più ad essa, poi guardo in basso: osservo e ascolto Lui suonare i suoi giri, completamente immerso nel momento presente. Per me l’unico modo di apprezzare il presente è imprigionarlo in un fotogramma, Lui lo vive continuamente come la successione di accordi che le sue dita compongono, i quali cessano di esistere come singoli nel momento in cui vengono riprodotti ma che rimangono eterni nella totalità della melodia.
Pranzo frugale, coccole, Gesù Giuseppe e Maria guardano da un’altra parte.

OLYMPUS DIGITAL CAMERACerchiamo un castello da visitare e optiamo per Burg Landskron: niente spettacolo di rapaci in volo ma in compenso una camminata in salita con il vestitino e dei poveri avvoltoi in gabbia che ci guardano con la coda dell’occhio. Il castello e la vista meritano, il caldo che picchia in testa un po’ meno, tanto che mi parte un mal di testa insopportabile.
Scendiamo a Villacco: il parcheggio è una spina nel fianco, ci sono insegne in tedesco che non capisco, zone 30km/h che mi fanno venire il latte alle ginocchia, il caldo non vuole dar tregua… Tuttavia la città è un gioiellino. Passeggiamo nel vialone pedonale, scoprendo che c’è un festival degli artisti di strada. Ci sono numerosi clown: la gente a frotte si accalca per guardarli e ride di gusto e, sebbene le loro performance non ci provochino ilarità, l’entusiasmo generale ci rallegra. Ceniamo come le galline al Villacher Brauhof, la quale nasce inizialmente come birrificio (Villacher) e diventa poi una birreria-ristorante dove si possono assaggiare tutte le tipicità carinziane. Nonostante l’afosa temperatura decido che Lui deve assaggiare la Goulashsuppe, una minestra servita bollente a base di carne, patate e paprika. Abbiamo finito la cena sudati, ma ne è valsa la pena.
Ritorno in fattoria nel più totale silenzio, il mal di testa martella ed è un miracolo che riesca a guidare. Poi in coma fino a mezzanotte sul letto, con qualche rimasuglio di energia indossiamo una felpa (le notti sono piuttosto fresche) e camminiamo alla luce della luna sempre più panciuta.

Giorno 3
Risveglio difficoltoso (ormai si è capito che non siamo mattinieri), Lui sembra più silenzioso del solito. Ci avviamo in macchina verso Nockalmstrasse: 35km di paradiso. Un paradiso costoso, con sorpresa scopriamo l’esistenza del pedaggio. Racimoliamo i pochi soldi rimasti ed entriamo: ben presto ci rendiamo conto che la vista vale ogni singolo centesimo. Sulla strada ci sono una dozzina di tappe, ognuna con la sua particolarità e soprattutto con la sua ambientazione. OLYMPUS DIGITAL CAMERALa prima che visitiamo ha un bellissimo lago: il cielo azzurro con qualche nube si riflette perfettamente sull’acqua gelida, mentre tutt’attorno al lago cresce una grande quantità di fiori gialli. Rimembro le carte dei tarocchi mentre guardo quello specchio d’acqua che mostra il cielo in terra: l’Appeso sa bene cosa significa cambiare prospettiva. Più avanti, allontanandoci dalla massa che si butta a capofitto nelle malghe e verso una
curiosa campana mistica, Lui imbocca un sentierino senza arbusti e colpito dal vento, si siede e tira fuori la chitarra. OLYMPUS DIGITAL CAMERAE la sua musica risuona per ambedue le valli che si aprono di fronte a noi, qualche mucca più in giù si gira incuriosita dal rumore tra una brucata e l’altra.

La nostra prossima tappa è la Silva magica: una passeggiata nel bosco di sempreverdi, dove dipinti, statue, occhi azzurri e spirali di pietra raccontano una storia attraverso un folklore che non ha confini (le citazioni sono indiane, australiane, italiane, tedesche… e tutte seguono straordinariamente un filo comune: la religione divide, la spiritualità unisce).

“Dio dorme nella pietra
respira nel fiore
sogna nell’animale
e si risveglia nell’uomo”
è la citazione che si trova all’ingresso del bosco, un detto indiano. Lui sembra rapito dall’ambientazione: una farfalla si appoggia al suo braccio per un pezzo della passeggiata. Mi confessa che un attimo prima che essa si appoggiasse aveva fatto una preghiera, per ringraziare di poter ammirare, sentire, vivere questa meraviglia che è la natura. Punto più alto del percorso, 2180 metri: le mucche ci osservano mentre noi arranchiamo verso una delle cime. Il risultato merita qualunque fatica: distese brulle, marziane si estendono a vista d’occhio, le ombre proiettate dalle nuvole si spostano veloci sull’erba come danzatrici… Sembra un altro mondo, dove avvertiamo la sacralità della vita in ogni singolo respiro ed in ogni elemento che compone questo paesaggio. Dovrebbe essere questa la normalità, non dovremmo sentirci estranei. Non dovremmo sentire questa natura aliena. Per quanto tempo siamo stati ciechi, per quanto rimarremo sordi al vento?

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Ultima tappa, il museo dei fossili ci racconta un passato marino. Ma il mare dov’era? Mi chiede. Ovunque. E chissà se magari un giorno tornerà così e immergerà tutti noi e diventeremo noi, ancora più avanti, fossili in mostra per altre forme di vita. Di sottofondo The Lonely Shepherd, che mi sta tutt’ora accompagnando nello scrivere questo articolo, con la sensazione che il maestoso non serve ricercarlo lontano, in capo al mondo, ma ci circonda. E noi nemmeno ce ne accorgiamo.

 

…Ed una cosa è l’uomo, l’astro e il sogno.
Hugo von Hofmannsthal

 

*Foto copertina: Beatrice Tuffolotti

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