Toulouse-Lautrec, il piccolo grande uomo della pittura “fin de siècle”

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Toulouse-Lautrec in abito giapponese

Toulouse-Lautrec in abito giapponese

Alto un metro e 52 centimetri, un viso grottesco dalle labbra turgide coperte da una folta barba nera, vistosi difetti di pronuncia: così si presentava in età adulta il visconte Henri de Toulouse-Lautrec, barone di Montfa, Labruguiè, Ferrats, Puy Saint-Pierre, Castayrac, signore della Roquette, discendente da una delle più nobili famiglie francesi, che faceva risalire le sue origini addirittura al XIII secolo.

Henri era afflitto da una grave malattia genetica – dovuta ai ripetuti matrimoni tra consanguinei dei suoi avi e dei suoi stessi genitori, cugini di primo grado – che rendeva fragile il suo apparato scheletrico e muscolare. Questa disgraziata tradizione aveva lo scopo di preservare il sangue blu, ma contemporaneamente generava figli malformati o dalla vita breve; infatti dopo una prima infanzia serena e appagata il bambino cadde malamente, rompendosi prima l’una poi l’altra gamba, che smisero entrambe di crescere facendolo diventare un uomo con l’altezza di un nano. La bassa statura e il modo caracollante di camminare gli impedirono di dedicarsi alla attività preferite della nobiltà, l’equitazione e la caccia, a cui anche il padre avrebbe voluto indirizzarlo; in compenso durante le lunghe ore trascorse in sanatorio, il giovane diede prova di possedere una straordinaria abilità nel disegno che sarà alla base del suo successo presso il pubblico. Finì così per consacrarsi interamente all’arte annunciando ai genitori, dopo aver preso la maturità liceale, che quello del pittore sarebbe stato il suo mestiere. Loro non si opposero.

Il Moulin Rouge alla fine dell'Ottocento

Il Moulin Rouge alla fine dell’Ottocento

Come ho già scritto in un precedente articolo sull’Undici (http://www.lundici.it/2015/02/edouard-manet-pittore-ribelle-borghese-gentiluomo/), l’arte che si respirava in Francia nonostante il fenomeno dirompente degli Impressionisti era ancora di tipo accademico, ed era definita ironicamente “pompier” (pompiere) perchè gli eroi classici vi erano raffigurati, nudi ma con l’elmo in testa. Per imparare il mestiere Toulouse-Lautrec dovette passare attraverso le lezioni di artisti allora noti e affermati ma oggi dimenticati, che non approvavano il suo modo di disegnare (definito atroce) lui che sarebbe diventato il maestro del cartellonismo di fine secolo. Erano due concezioni che si scontravano: da un lato la maniera accademica prevedeva di usare un tratto chiaroscurato e ricco di ombreggiature, dall’altro lo stile di Lautrec si affidava a un contorno sintetico e a superfici poco sfumate. Stanco delle formule artificiose degli atelier parigini più in voga, Henri decise di fondarne uno proprio a Montmartre. All’epoca la ripida e faticosa collina in mezzo a Parigi, era un mondo a sé stante con aree campestri, vigne e mulini, ed era diventata luogo di dimora di artisti squattrinati e soggetti stravaganti che vi trovavano una vivace vita intellettuale, angoli suggestivi, alloggi a prezzi stracciati, senza naturalmente dimenticare i numerosi bordelli. Renoir, Monet, Degas e Cézanne vi avevano studi e pied-à terre. Nelle immediate vicinanze si era poi formato un quartiere notturno dove si concentravano locali come il Moulin Rouge (dove era stato lanciato per la prima volta lo sfrenato can can) e altri famosi café chantant, ma anche circhi stabili e case di tolleranza. Quell’atmosfera bohemiénne e peccaminosa, scandalizzò i genitori del giovane aristocratico, che però non si diede per vinto e continuò ad abitarci, accontentando la madre solo agli inizi della carriera, quando lei gli impose di firmare i suoi lavori col nome di Tréclau, anagramma di Lautrec.

La toilette

La toilette

Invece di defilarsi o lamentarsi della sorte “le petit bonhomme”, come venne rapidamente soprannominato, dimostrò immediatamente umorismo e anticonformismo rimboccandosi le maniche e avvicinandosi a personaggi creativi che non seguivano strade accademiche ma si ponevano in posizione critica rispetto al moralismo borghese dominante. Va detto che per lui il disegno – allora incluso nell’ambito delle cosiddette “arti applicate” subordinate alle tre “arti maggiori”, pittura, scultura e architettura – non era affatto di minore importanza. Anzi: la sua abilità gli permise di diventare un artista estremamente versatile come sarebbero stati tutti i maestri dell’Art Nouveau, movimento che seppe anticipare. Come molti altri pittori francesi Henri fu influenzato dalle stampe giapponesi dell’ukiyo-e (si fece perfino fotografare con un kimono e un cappellino tipico dell’antica aristocrazia samurai) e dalle sue composizioni asimmetriche, dalla profondità ottenuta senza punti di fuga ma riducendo lo spazio al piano bidimensionale, dalle tinte piatte e i netti tratti di contorno. Il suo principale punto di riferimento fu però Edgard Degas, artista più anziano di lui per cui provava un’ammirazione sconfinata, al punto da condurre un gruppo di amici – dopo una notte di baldoria – nell’appartamento di una famiglia di collezionisti del grande maestro impressionista, imponendo loro di inginocchiarsi davanti ai suoi quadri. Quando Degas – di solito avaro di complimenti – lodò il suo lavoro lui lo considerò il maggior riconoscimento che avesse mai ricevuto.

Ritratto di Oscar Wilde

Ritratto di Oscar Wilde

Come pittore Toulouse-Lautrec ebbe durante la sua vita un successo altalenante. In compenso sapeva attirare le simpatie altrui: era gentile, carismatico, spiritoso, autoironico (dopo la rottura del femore aveva firmato per un po’ i suoi lavori “monsieur cloche-pied”, “signor piede solo”), non provocava né offendeva e spesso stava dalla parte degli emarginati e degli sfruttati; era un uomo colto e molto benestante che frequentava oltre che intellettuali anche artisti sfortunati come Van Gogh – che all’epoca non vendeva un quadro, ma con cui condivideva la sensibilità artistica e la solitudine esistenziale - cabarettisti come Aristide Bruant, dandies omosessuali come Oscar Wilde, e poi ballerine come Jane Avril, attrici come Yvette Guilbert, oltre che mantenute, prostitute e in genere il popolo della notte. Affermava che non gli interessava la natura ma la figura, e ritraeva questi tipi umani in modo espressivo e impietoso, quasi grottesco. Li osservava stando buona parte del giorno seduto nei locali della zona con un album da schizzi, la matita e la bottiglia da cui non voleva staccarsi: aveva preso la prima colossale sbornia quando ancora studiava e l’aveva descritta in un suo quaderno. Era diventato un alcolista e un bevitore di assenzio, un micidiale liquore verde dal contenuto alcolico estremamente elevato, ma la cosa non gli impedì di continuare a lavorare per diversi anni.

Il bacio

Il bacio a letto

Nonostante la bruttezza il suo rapporto con le donne fu fondamentalmente positivo: invece di rappresentarle – come usava all’epoca – come fatali e demoniaci oggetti del desiderio o utilizzarne il corpo al puro fine decorativo, Henri le ritraeva nella loro verità: nella bellezza e nei difetti, nella tristezza ed allegria, nella vitalità e nella stanchezza. Aveva anche avuto una burrascosa relazione durata un paio d’anni con Suzanne Valadon, una bella ragazza che viveva facendo la modella per i pittori locali – a volte finendo nel loro letto – e che era anche dotata di un bel talento artistico che Henri aveva incoraggiato. La storia terminò quando lui scoprì che Suzanne faceva circolare false voci su un loro eventuale matrimonio (deforme o no era sempre un ottimo partito). Preferì invece accasarsi in un bordello, luogo in cui si sentiva a suo agio, e si racconta che commentasse:”ho finalmente trovato donne della mia statura”. Con le prostitute stabilì infatti un rapporto di amicizia e reciproca comprensione che diede il via ad una serie di lavori intitolati “Elle”. Era coinvolto emotivamente nella vita di queste infelici, che non rappresentò mai né nude né in modo pornografico, ma nei momenti di pausa tra un cliente e l’altro, nella quotidianità, perfino nella sciatteria, nell’intimità affettuosa delle loro relazioni omosessuali. Aveva trovato delle amiche che gli raccontavano i dolori e problemi, e dal momento che possedeva una profonda empatia, non si permise mai di giudicarle. Queste opere, che non avevano niente di erotico, non piacquero agli appassionati del genere e furono un fallimento commerciale.

Jane Avril

Jane Avril

Toulouse-Lautrec come ho detto, non si esercitava solo nella pittura, ma fu anche uno straordinario illustratore e cartellonista: lavorò per il periodico umoristico “Le rire” e per una rinomata rivista culturale dell’epoca, “La revue blanche”. In quanto ai manifesti per cui diventò famoso si trattava di un genere nuovo, nato con la Rivoluzione francese allo scopo di divulgare le notizie in modo sintetico e veloce. Con l’avvio della produzione industriale di massa si sentì la necessità di proporre al consumatore, nel modo più gradevole e ammiccante possibile, i nuovi articoli, e non solo oggetti di consumo, lampadine, liquori, biciclette o cosmetici, ma anche località di vacanza e relax, istituti termali, grandi magazzini e luoghi adibiti allo spettacolo. Utilizzando la tecnica della litografia a colori, Henri realizzò una trentina di affiches che pubblicizzavano i più importanti locali parigini.  Il primo fu il Moulin Rouge con al centro una famosa ballerina di Can Can, la Goulue, capace di balzi e passi impossibili; un altro celebre manifesto ritrae Aristide Bruant, un cabarettista salace che nei suoi spettacoli insultava i ricchi avventori borghesi che sembra si divertissero molto a farsi maltrattare;  per non parlare del celebre “Divan Japonais”, ispirato all’estremo oriente con Jean Avril in nero come spettatrice e Yvette Guilbert sulla scena, riconoscibile solo dai lunghi guanti verdi perchè Lautrec l’aveva audacemente ritratta senza mostrarne la testa. 

Moulin Rouge, la goulue

Moulin Rouge, la goulue

Gli ultimi anni di Henri di Toulouse-Lautrec furono terribili: oltre che a causa dell’alcolismo la sua mente era alterata dalla sifilide, contratta in un bordello e mai curata. Le petit bonomme era diventato un individuo aggressivo e irascibile, sempre ubriaco, che soffriva di allucinazioni e che non esitava a menare le mani. Se ne usciva con risate incontrollabili a cui alternava momenti di totale assenza, dimostrava manie di persecuzione ed una volta sparò perfino a un ragno nel suo studio. Dopo un attacco di delirium tremens fu necessario ricoverarlo in una casa di cura per malattie mentali a Neuilly. La critica malevolmente ne approfittò per attaccarlo sottolineando che un dipinto eseguito da una mente malata doveva essere per forza malato. Ciò nonostante continuò a disegnare e, contrariamente alle aspettative e grazie alla forzata astinenza dall’alcol, in qualche modo risorse per breve tempo. Non durò molto: era sorvegliato, ma trovava il modo di riempire di liquore il suo bastone da passeggio; ebbe un ictus e in condizioni disperate ritornò al castello di famiglia, dove si spense a soli 37 anni. Era appena iniziato il nuovo secolo, il Novecento, che avrebbe consacrato definitivamente la sua fama.

Fonti:

Giorgio Caproni, Toulouse-Lautrec, Rizzoli/Skira https://zapgina.wordpress.com/2017/04/30/toulouse-lautrec-la-belle-epoque/

https://www.finestresullarte.info/492n_henri-de-toulouse-lautrec-elles-prostitute-parigine.php

https://restaurars.altervista.org/henri-de-toulouse-lautrec-il-manifesto-dautore/

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