Sulla Mia Pelle – Gli Ultimi Sette Giorni di Stefano Cucchi

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Ho guardato il film “Sulla mia pelle” e ho deciso di parlarne a caldo.
L’opera di Alessio Cremonini è stata presentata alla 75esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, in questi giorni, ed ha diviso la critica.
Cremonini ha deciso di portare sul grande schermo gli ultimi sette giorni di vita del trentunenne romano, Stefano Cucchi.
Se non conoscete la storia di Stefano, che è diventato il figlio, il fratello, l’amico di tutti in questi anni, avete vissuto in una caverna isolati dal mondo.
Stefano era un giovane geometra che lavorava con il padre, aveva avuto dei problemi di tossicodipendenza, nei suoi brevi anni di vita, risolti con cure e ricovero in comunità. Amato dalla sua famiglia, era ancora in cerca della sua strada nella vita, ma si stava rimettendo in carreggiata responsabilizzandosi.
Il film di Cremonini si aggancia a questo racconto e ripercorre gli ultimi istanti di vita del giovane: una sera, dopo cena, Stefano, in compagnia di un amico, viene fermato da una pattuglia dei carabinieri e gli vengono trovati addosso 20 grammi di hashish e tre dosi di cocaina.
Viene arrestato ed inizia un lento, inesorabile calvario.
Come riporta il film, il giorno dopo vi è l’udienza in Tribunale per la convalida del fermo, Stefano appare al padre visibilmente pestato, pieno di ecchimosi e di graffi.

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Il ragazzo non dichiarerà che cosa gli è accaduto, solo in seguito i familiari scopriranno che Stefano ha subìto un ‘pestaggio’ in caserma.
Per il resto della settimana, a fasi alterne, dichiarerà questo episodio a varie persone ma poi ritratterà ogni volta che si tratta di verbalizzarlo, arrivando a rifiutare per paura di ripercussioni maggiori sul suo processo anche le cure mediche in un primo momento.
Nel film Stefano è interpretato da un grandioso Alessandro Borghi, molto bravo nelle movenze, negli atteggiamenti. L’attore è calato perfettamente nella parte: soffre, si arrabbia, si rassegna proprio come è accaduto al giovane indifeso Stefano.

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Il cast è tutto eccezionale, magnifica anche l’interpretazione di Jasmine Trinca nei panni della combattiva sorella Ilaria, arriva addirittura a somigliarle fisicamente e fa molta tenerezza Max Tortora che impersona il padre di Stefano, di solito siamo abituati a vederlo in ruoli comici e leggeri, invece in questa occasione ricalca con grande pathos tutta la drammaticità del personaggio e dell’uomo padre.
La regia e la fotografia sono ottime, scene lunghe, effetti che variano da tonalità calde, basiche a quelle più fredde e acide con colori quasi sparati, con un otturatore quasi completamente dilatato.
Non ci sono scene di violenza, i corridoi stretti e lunghi danno a tratti la sensazione claustrofobica, l’ansia sale a tratti, il tono di voce di Alessandro Borghi è pacato contrasta con tutto quello che avviene, si dà molta importanza alle ambientazioni, alla scenografia, nulla è lasciato al caso. Ci sono le celle, e c’è Stefano, che lotta disperatamente da solo, mentre i suoi familiari fanno di tutto pur di incontrarlo.
La storia è tutta all’italiana, ci si perde nella burocrazia, dietro infiniti permessi, come palline da ping pong rimbalzati da un’istituzione all’altra anche solo per consegnare un borsone di vestiti, episodi quasi kafkiani. Ma questo non è un semplice film, è un biopic, narra la reale vicenda di una famiglia che è stata sconvolta.
E c’è un ragazzo che viene affidato allo Stato e lo Stato lo restituisce morto sette giorni dopo.
I processi si fanno nelle opportune sedi e la vicenda è lì che sta continuando, ma fa male al cuore sapere che una vita sia stata stroncata così.
Il film fa aprire tante domande e mai come questo periodo storico bisognerebbe avere la sensibilità e la coscienza di affrontarle tutte.
Davvero persone con problemi di dipendenza devono subire lo stesso trattamento di pluriomicidi? Quanto vale una vita umana? Si può giudicare qualcuno in maniera totale solo per i suoi vizi dimenticando che è comunque una persona?
In che modo lo Stato si impegna a recuperare seriamente chi vive al limite? Quanto le famiglie che vivono situazioni di disagio con un familiare vengono aiutate e seguite nel loro calvario?
Ammesso che Stefano fosse un ragazzo problematico, ma nessuno lo ha mai descritto così, meritava di morire? Assolutamente no.
Ogni genitore vorrebbe che i figli si tenessero lontani dai problemi, dai pericoli, e forse ognuno accetterebbe pure una lavata di capo da parte di qualcuno di autorevole se questo servisse, ma la pena di morte, quella proprio no.
Alla fine del film viene riportato un dato sconcertante solo nel 2009 i morti in carcere sono stati 172, Stefano il numero 148.
Per non parlare della macchina del fango che partì a poche ore dalla notizia della morte in carcere: è morto un tossico, uno spacciatore.
Come se la vita, il respiro, l’anima avessero più o meno valore a seconda dei meriti, dei ruoli o delle opinioni, ma è proprio così che si sta orientando questa società.
Come dicevamo poco prima anche ammettendo che ci fossero stati dei problemi ma perché non intervenire per curare invece di punire?
Il film racconta una storia, una di quelle che fanno male e che non finiscono bene, emerge la figura della sorella Ilaria che, in questi anni, ha continuato a lottare per avere giustizia e per conoscere la vera verità, lei stessa in questi giorni ha fatto notare come siano spariti dai social gli eventi dedicati al lancio di questo film, che è uscito in contemporanea al cinema e sulla piattaforma Netflix.
Rimane il dolore e quello purtroppo non può toglierlo nessuno, il silenzio delle istituzioni o le parole acute come lame quando sono state dette, rimane il ricordo di due foto: quella in cui si vede il sorriso di Stefano in vita e quella atroce in cui compare scheletrico e pieno di lividi in morte.
Abbiamo imparato a conoscerlo, in questi anni, attraverso le parole dei familiari, il 1° Ottobre avrebbe compiuto quaranta anni, ma non gli è stato permesso. Rimane il ricordo di chi gli ha voluto bene e che continua a combattere nel suo nome, resta questo film come documento di chi non ci sta, ed è la denuncia anche di tutti quelli che hanno provato a farlo parlare Stefano, che hanno insistito, che lo hanno trattato con umanità, e rimane in noi quella domanda che ci affligge sempre di fronte alle brutte notizie inaspettate: potevamo fare di più?
In questo caso quasi sicuramente sì, e forse qualcuno avrebbe fatto bene a fare qualcosa di meno.

“Quando la smetteremo con ‘sta storia di essere cascati dalle scale?” “Quando le scale smetteranno di menarce.”

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