Mindhunter e la psicologia

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Per chi ha studiato psicologia all’università, e poi ha deciso di dedicarsi ad altro, la serie tv, “Mindhunter”, è come la scatola delle sorprese che compravi da bambino, come il forziere del tesoro, una wunderkammer delle meraviglie macabra, un piccolo manuale per ripercorrere tutti gli anni di studio, dal primo all’ultimo.
mindhunterasceQuesta serie di sicuro non ha affascinato solo gli esperti conoscitori di psicologia, ma per questi ultimi è davvero il non plus ultra delle combinazioni: criminologia, legge, scienze comportamentali, psicologia generale, statistica, sociologia e un pizzico di sperimentazione che in questo campo non guasta mai, il tutto condito da dialoghi veloci, ben studiati, e da un bel cast di attori. Un insieme che affascina gli studiosi della mente umana e che produce un ottimo risultato.
“Mindhunter” affonda le mani, anzi le braccia fino ai gomiti, in un mondo talmente torbido, con una così alta concentrazione di psicosi, di teorie e di follie dell’animo umano, che bisogna essere fortemente motivati per andare avanti nella visione.
La sensibilità mettetela da parte, se siete deboli di stomaco non accendete proprio la TV, perché questa serie ti affascina, ti prende e ti ribalta peggio di un escavatore Caterpillar. Ambientata nel 1977, diretta da David Fincher e prodotta da Charlize Theron, distribuita da Netflix, vede protagonisti due agenti del dipartimento di scienze comportamentali dell’FBI, Holden Ford e Bill Tench, istruttori ma anche ricercatori, che saranno affiancati nel loro lavoro dalla conturbante professoressa, Wendy Carr.
La terminologia utilizzata è perfetta, le citazioni puntuali e appropriate, la regia rétro affascina, i personaggi sono i cattivi più cattivi che la cronaca nera abbia mai avuto.
Dalle tre parole “What+Why=Who” i due investigatori cercano di ricreare dei profili psicologici per risalire in poco tempo a chi abbia commesso un determinato crimine. Gli studi si dimostrano efficienti, visto che riescono a risolvere vari casi in diverse città, aiutando la polizia locale con il loro metodo.

ed kemper mindhunter real life serial killer netflix show
La serie ha ricevuto una candidatura per un Emmy Award per il migliore attore guest star a Cameron Britton, che nella serie interpreta Ed Kemper, uno dei criminali più spietati che i due ricercatori si siano trovati ad intervistare.
Ed effettivamente l’interpretazione è ottima, nulla è lasciato al caso.
Dalla pettinatura, alla scelta degli occhiali, passando per i baffi, solo di poco più lunghi di quelli dell’altro notissimo psicopatico della storia: Hitler.
La serie si basa sul libro di John Douglas e Mark Olshaker, che racconta le vicende del primo cacciatore di serial killer della storia. Scopriremo che Charles Manson non è il più cattivo tra i cattivi, e che le motivazioni di determinati gesti hanno più importanza di quanto non si creda.
La freddezza, l’incapacità di entrare in empatia con le vittime, il pensare di avere ragione sopra ogni cosa, di meritarlo quel sacrificio umano per saziare le ingiustizie subite, il sentire un desiderio di onnipotenza come un dio, di poter decidere della vita e della morte delle vittime come se fossero semplici marionette, ci mette di fronte al vuoto emotivo degli psicopatici, all’impossibilità di curarli, al fallimento stesso delle teorie psichiatriche. E tutto questo è estremamente affascinante. Vedere la follia attraverso un vetro, elaborarla, riprodurla, la rende ancora più vicina degli esperimenti di psicologia generale, o dei cani di Pavlov.

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Tutto quello studiato nei testi di Alexander Lowen, di Wilhelm Reich, viene ripreso ed elaborato in maniera sapiente in questa serie.
Dei mostri, sì, ma dei mostri reali che agiscono a poca distanza da noi senza alcun rimorso, che si confondono tra le persone comuni, che magari fino a pochi istanti prima non hanno mai realmente premeditato un crimine, e, proprio in loro, un’occasione apparentemente banale scatena una terribile reazione. Forse è proprio questo che ci spaventa di più, più di un film dell’orrore di Wes Craven: peggio di qualsiasi villain irreale ci sono solo i cattivi reali che puoi incontrare ovunque e che non puoi controllare.Un’uccisione diventa un modo per attirare l’attenzione degli altri, della società, per mettersi in pari con una coscienza malata e perversa che non è mai sazia e che chiede in maniera compulsiva di battere cassa, di ottenere il suo pagamento di sangue.

La serie tv fa luce su tanti lati oscuri, quelli che nessuno vorrebbe indagare, conoscere, e ci si chiede fino a che punto una morbosità è tollerata, è normale? Da che punto scatta la psicosi, la patologia? Quanti feticismi sono insani?
Fino a che punto ci si può spingere? Si nasce con una predisposizione alla cattiveria?

Certo se tutte le persone che hanno vissuto una brutta infanzia dovessero reagire così ci sarebbero più serial killer di quanti le carceri potrebbero tollerare, fortunatamente non è così. E anche da situazioni di disagio si può emergere per meriti opposti, non per crudeltà e cattiveria.
“Mindhunter” (di cui è stata confermata la seconda stagione, ndr) scava, ipnotizza, disturba, nella stessa misura in cui lo fanno i nostri tempi moderni, nello stesso modo in cui non possiamo tenere tutto sotto controllo e ci dimostra che ci sarà sempre una particella impazzita ad aprire una nuova visione sul mondo, a farci chiedere “perché?”.
Cacciatore di menti, ricerca per trovare una soluzione (laddove la scienza ancora oggi non sa trovare una cura e ci dice solo di allontanarci da soggetti del genere ammesso che ne riconoscessimo uno), anime perse nei meandri della loro follia e del loro egocentrismo. In una società sempre più narcisistica come si può riconoscere il sano dall’insano? Quanto in fondo si deve cercare prima di trovare il marcio? Eppure la risposta rimane sempre la stessa: se non esistesse il male come faremmo a sentirci tanto buoni? Guardatela se vi affascinano gli psycho thriller, i polizieschi, gli anni ’70, le storie sopra le righe; evitatela se, per ogni cosa, vi interessa solo puntare il dito contro.

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“Freud pensava che solo con la rimozione del complesso si poteva evitare il fato di Edipo. Ma, come abbiamo visto, questo non funziona. I conflitti edipici non si risolvono con la rimozione. Sono soltanto sepolti nell’inconscio, dove incombono come un fato per controllare il comportamento. [...] Il complesso di Edipo scompare come fenomeno cosciente tramite la rimozione, ma diventa attivo nell’inconscio. Di conseguenza una persona sposerà qualcuno che, superficialmente, è l’opposto del proprio genitore, ma sarà costretta dal complesso a trattare il coniuge come il genitore. Un’altra conseguenza è la dimostrazione superficiale di amor filiale e di rispetto verso il genitore dello stesso sesso, pur provando una grande ostilità dietro le apparenze. Di fatto, come spiegherò in seguito, ogni uomo sposa sua madre e ogni donna sposa suo padre. E pur non uccidendo davvero il genitore come fece Edipo, noi lo facciamo sul piano psicologico, tramite l’odio che abbiamo nel cuore. Io sostengo che rimuovendo il complesso di Edipo si condividerà il suo fato a livello psicologico.”
Alexander Lowen.

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