L’intelligenza emotiva e le soft skills: come gli umani di oggi competeranno con le macchine di domani

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Da che ho memoria, il modo migliore per competere nel mondo del lavoro è sempre stato quello di ottenere certificati che attestino determinate conoscenze o competenze. Andiamo a scuola e all’università per questo motivo: imparare cose che non sapevamo e poi sfruttare quello che impariamo, o che impariamo a fare, vendendolo a dei clienti o a dei datori di lavoro.

A guardarla in questo modo, la competizione per lo stipendio sembra quasi essere una questione quantitativa, come se per ottenere un lavoro bastasse essere colui o colei che sa di più o che sa fare meglio. Ma è tutto qui? Siamo noi umani soltanto dei contenitori di conoscenze intercambiabili tra di loro?

Il buon senso e la ricerca dicono di no. Sia nella vita lavorativa che privata esistono competenze che non vengono insegnate a scuola, dei modi d’essere, dei modi di stare al mondo che definiscono chi siamo molto più del nostro quoziente intellettivo, del nostro titolo di studi o delle nostre competenze lavorative. Sto parlando delle competenze sociali, legate ad un altro tipo di intelligenza, quella emotiva.

Negli ultimi decenni l’intelligenza emotiva e le social skills hanno acquistato rilevanza nell’ambito del lavoro, della psicologia e della formazione. È stato infatti riscontrato che persone in grado di comprendere le proprie emozioni e quelle degli altri non solo performano meglio a scuola e nel proprio lavoro, ma riportano anche livelli superiori di benessere e rapporti interpersonali più soddisfacenti.

Migliaia di scuole in tutto il mondo, dall’Australia alla Corea del Sud, dalla Nuova Zelanda  agli Stati Uniti, hanno già inserito nei loro curriculum lo sviluppo dell’intelligenza emotiva e delle abilità sociali.

Per fare un esempio, gli studenti dell’Illinois imparano a dare un nome alle proprie emozioni e a comprendere le loro influenze sulle loro azioni già nei primi anni di scuola elementare. Successivamente, in quarta/quinta elementare, imparano a riconoscere segnali non verbali che comunicano lo stato emotivo di altre persone. A scuola media identificano i fattori di stress e quelli che li aiutano a dare il meglio di sé. Infine, al liceo si impara a parlare in modi che aiutano a risolvere conflitti e a negoziare soluzioni che vanno bene per tutti (win win solutions).

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Laddove vengano coperte aree di sviluppo sociale, psicologico e morale, la scuola insegnerà agli studenti non soltanto le nozioni basilari delle scienze e della letteratura, ma anche a vivere insieme agli altri, a comprendere culture diverse, a comunicare chiaramente i propri pensieri e le proprie emozioni, a rispettare le scelte e attitudini altrui.

Imparando queste competenze si diventa migliori, si cresce, si matura come persone, ci si distingue maggiormente dalla massa di lavoratori che sanno fare ma che non sanno essere, ci si distingue maggiormente dai robot.

Si stima infatti che entro il 2030 centinaia di milioni di posti di lavoro verranno persi a causa dei progressi nell’automazione e nell’intelligenza artificiale. Tra i mestieri a rischio ci sono quello del chirurgo, dell’autista, del ragioniere, dell’assistente alla clientela e persino del contadino. Nuovi software o macchine potranno imparare tutte quelle attività che non richiedono pensiero critico o creatività, che sono esclusivamente basate sulla conoscenza, sulla manualità o sulla ripetitività dei gesti. Acquisire abilità relazionali e di pensiero sarà dunque fondamentale per la competizione nel mondo del lavoro e… anche per la sopravvivenza.

Molti imprenditori sono al corrente del cambiamento in atto. Il fondatore di Alibaba (azienda leader dell’e-commerce cinese) Jack Ma sostiene che “non possiamo insegnare ai nostri figli a competere con le macchine [perché] loro sono più intelligenti”. In altre parole, non possiamo continuare a pensare che la preparazione per il futuro si fermi alla conoscenza.

Secondo Jack, nel nuovo millennio servirà acquisire qualcos’altro, ovvero le cosiddette “soft skills”, tra cui:

- I valori

- La capacità di credere in sé stessi e nei propri sogni

- Il pensiero indipendente, originale e critico

- L’abilità di lavorare in gruppo

- La cura per gli altri

- La creatività

- La capacità di definire e raggiungere risultati

- La musica

- L’arte

- Lo sport

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Un essere umano con competenze del genere, consapevole, che ha idee originali, che ha dei valori e che sa rispettare le opinioni altrui, è (potenzialmente) un impiegato insostituibile. Non esiste robot o macchina al mondo che possa avere lo stesso impatto sulle persone, la stessa capacità di connessione, lo stesso spirito creativo, la stessa abilità di trovare soluzioni fuori dagli schemi.

Di contro, serve a ben poco diventare esperti in un determinato campo se poi non si sa rispettare il prossimo, se si perde facilmente il controllo, se si è spesso in balia delle proprie emozioni. Serve a ben poco arrivare a ricoprire posizioni di rilievo se poi non si ha moralità, se non si sa ascoltare, se non si sa provare empatia.

Serve a ben poco diventare presidenti o ministri di una nazione se poi si ha l’intelligenza emotiva di un bambino di suola elementare.

In altre parole, la tecnologia ha reso la nostra vita migliore ma al tempo stesso la può complicare. Fino a quando i robot non ci permetteranno di lavorare meno e dedicarci di più alle passioni si dovrà continuare a competere con sistemi operativi e con macchine che lavorano più velocemente ed in modo più efficace di quanto qualsiasi essere umano possa mai fare. Fino a quel momento pare che l’unica arma a nostra disposizione sia quella di fare un passo indietro e riscoprire l’antica arte del relazionarsi, dello stare insieme, del pensare in modo costruttivo e indipendente.

Contro le macchine del futuro sarà necessario (ri)scoprire la nostra originalità e la creatività che pensavamo di aver perso, sarà fondamentale coltivare e far crescere l’umanità che risiede dentro ciascuno di noi.

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