La pericolosa arroganza del populismo

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“Sicuramente, o Popolo,  ben grande è il tuo potere, poiché ciascun temere ti deve come un re!  Però, pel naso è facile menarti; e troppo godi di chi ti liscia e abbindola;  e chi discorre, l’odi a bocca aperta; ed esule va il senno tuo da te!”.
Aristofane

Non possiamo più dubitare del fatto che stiamo attraversando, a livello globale, un periodo politico segnato dal populismo. Provo in questo intervento ad argomentare (scusandomi per non essere stato capace di maggiore sintesi) che esiste il rischio, come avvertono da tempo alcuni scienziati politici, che l’attuale momento populista si trasformi in una vera e propria epoca populista, mettendo in pericolo la sopravvivenza dello sviluppo economico, della democrazia liberale e perfino della pacifica convivenza. Se vogliamo proteggere sia il progresso che i diritti della persona oggi raggiunti, dobbiamo per prima cosa ammettere che viviamo in un lasso di tempo non comune. La storia dimostra che il prezzo da pagare, quando questo tipo di riconoscimento non è fatto presto, può essere appunto incommensurabile.

Donald Trump è presidente degli Stati Uniti. Appena eletto aveva dichiarato guerra economica all’Unione Europea, alla Cina e ad altri paesi provando a mettere dazi sulle importazioni, ed aveva altresì annunciato una stretta senza precedenti sull’immigrazione. Con queste promesse politiche, del resto, si era presentato di fronte agli elettori: ed aveva vinto.

Appena prima in Gran Bretagna, facendo leva innanzitutto, anche qui, sulla paura della ‘emergenza’ migranti e della ‘invasione’ di merci straniere, avevano sorprendentemente prevalso i sostenitori della Brexit. In Austria quelle stesse paure sono state il collante della coalizione vincente tra i sovranisti e l’estrema destra. Questi timori hanno sostenuto i nazionalisti xenofobi dominanti in Europa centrale, che stanno imbavagliando la stampa e cancellando le organizzazioni indipendenti. Identici sentimenti hanno permesso l’ascesa degli antieuropeisti e razzisti di ‘Alternative für Deutschland’ in Germania, che stanno mettendo in gravi difficoltà la politica tradizionale tedesca malgrado – sottolineo! – le eccellenti condizioni economiche e finanziarie di quel paese (per esempio una disoccupazione a livelli considerati fisiologici dagli economisti e salari tra i più alti d’Europa).

In Francia e in Spagna un fragile contesto politico sta offrendo continue opportunità ai partiti ‘anti regime’. Anche in democrazie avanzate come quella svedese soffia il vento dei populisti (come dimostrano ancora le elezioni di due giorni fa in un paese tra l’altro, pure questo, in ottime situazioni economiche). E perfino nel paese di Spinoza e Erasmo esiste un partito populista e xenofobo (anche se non ha vinto alle elezioni del 2017): “Ieri una nuova America, oggi Coblenza, domani una nuova Europa!” ha proferito il suo leader Geert Wilders ad un recente incontro pubblico nel capoluogo della Renania.

Un miscuglio di indifferenza ai diritti umani, ostilità all’integrazione europea, decisa preferenza per una politica estera ‘forte’. Il tutto condito ovunque da sentimenti anti-immigrazione. E’ questa la miscela esplosiva di demagogia e propaganda che sta conquistando il nostro continente (e parte del mondo), che minacciosa influenzerà appunto il cammino alle imminenti elezioni europee (le più importanti di sempre), e che alla lunga potrà perfino mettere in pericolo quei rapporti pacifici tra le nazioni che ormai tendiamo superficialmente a dare per scontati.

Allo stesso momemto i dati ci raccontano di una socialdemocrazia ovunque in balia di una crisi che, secondo gli esperti, potrebbe durare almeno una generazione. Il complicato puzzle europeo conferma una tendenza che è andata rivelandosi negli ultimi anni, elezione dopo elezione (nell’ultima tornata di domenica in Svezia che appena citavo i socialdemocratici hanno ottenuto il peggior risultato da oltre 100 anni!). I partiti di sinistra, socialisti e socialdemocratici stanno vivendo un lento ma evidentissimo declino. La sinistra italiana non fa certo eccezione. Il PD ha raggiunto più del 18% dei voti alle ultime politiche: un risultato apparentemente non negativo se paragonato a quello di altri partiti della sinistra europea. In verità si è trattato, anche qui, di una storica disfatta. E Leu, una formazione fortemente critica ‘da sinistra’ nei confronti delle politiche del PD, ha raccolto poco più del 3%: pur annoverando, fra i propri candidati, il Presidente del Senato, quello della Camera, due ex segretari generali della CGIL, due ex segretari nazionali del PD e tanti altri noti dirigenti di sinistra e sindacalisti da tempo in forte rottura con l’ormai ex segretario democratico Renzi, le sue politiche e il suo partito.

Il bipopulismo italiano

“Senza conservatori e senza rivoluzionari, l’Italia è diventata la patria naturale del costume demagogico”. Piero Gobetti

Nel nostro paese ormai, è stato scritto, il populismo è ultra-trionfante: governano a braccetto infatti (unico paese al mondo) ben due partiti populisti, il M5S e la Lega.

Secondo gli scienziati politici il primo esempio di populismo (definito da Umberto Eco, da semiologo, spot-oriented) al governo dell’era recente, nel mondo occidentale, è stato del resto rappresentato dal movimento politico italiano facente capo a Silvio Berlusconi.

Chiarisco che, pur considerando le molte differenze esistenti nei diversi paesi (siamo in presenza di un fenomeno multidimensionale, multiforme e camaleontico) e al di là delle definizioni più scientifiche, come populismo intendo qui genericamente un atteggiamento, uno stile ideologico, un ‘mood’ che esalta in modo retorico il ‘popolo’ (unità mitica interclassista e generalista, che ha sempre ragione a prescindere), ed è alimentato da un’azione politica decisa da un rapporto diretto tra alcuni capi carismatici, che criticano le cosiddette élite (i cattivi), e ‘i cittadini’ (i buoni).

Come molti italiani speravo che l’indubbio insuccesso dell’esperienza berlusconiana, su temi quali lavoro e economia su tutti, avesse mostrato l’erroneità delle scelte degli elettori nell’aderire al richiamo della demagogia.

A quanto pare però, affrancarsi dai populisti è molto complicato. Le recenti elezioni italiane dimostrano prima di ogni altra cosa che, una volta che ha attecchito, la pianta populista diventa difficile da estirpare. Il risultato più significativo delle nostre recenti elezioni è rappresentato infatti dalla vittoria di due movimenti che sono altrettanto minacciosi verso le  istituzioni tradizionali, e forse ancora più estremisti nell’ideologia, di quanto fosse Forza Italia.

La Lega è avversa ai giudici proprio come lo era Berlusconi, ma inoltre è affetta da una forma evidente di xenofobia che causa contrapposizioni odiose e vìola in modo spaventoso e illegale i diritti di tante persone indifese che, come facevano i nostri nonni, scappano da fame, miseria e guerre. Il Movimento Cinque Stelle oltraggia la stampa, subordina l’elezione dei propri candidati alla firma di contratti civilistici con un contraente privato e, pur essendo nato come movimento di protesta ‘né di sinistra né di destra’, si sta aprendo sempre di più a idee e a teorie del complotto e antiscientifiche con basi ideologiche di ogni tipo, ‘di destra e di sinistra’. Inoltre, pur sbandierando la trasparenza come suo primo valore, questo movimento non è riuscito certo a smentire l’impressione che in realtà il sistema di votazione interna e le scelte politiche di fondo siano totalmente controllate dai suoi proprietari, in modo analogo a quanto accadeva nel movimento berlusconiano.

Far leva su sentimenti diffusi

È l’odio che unisce gli esseri umani, mentre l’amore è sempre individuale“. Gilbert Keith Chesterton

Per quanto mi riguarda denuncio da tempo e con tanta apprensione il pericolo rappresentato da un governo M5S – Lega, da ben prima delle elezioni del 4 marzo scorso. Laddove giornalisti ‘acclamati’ giuravano che un tale accordo sarebbe stato ‘assolutamente impossibile’. Una prima cosa, intanto, ho sempre addebitato ai leader di quei due partiti e ormai possiamo dire che si è certamente verificata: favorire e poi utilizzare rabbia e perfino odio tra le persone meno attrezzate alla riflessione razionale e al confronto. Nella storia e nella politica questi non sono certo fenomeni nuovi: ma l‘odio e la rabbia così diffusi non li avevo onestamente mai visti. I leader pentastellati e leghisti diffondono questi sentimenti perché è ciò che sanno fare meglio (è molto più facile trovare capri espiatori che adoperarsi davvero per risolvere i problemi): contro gli immigrati, contro i rom, contro i ‘negri’, contro le ONG, contro i giornalisti, contro la UE, contro gli islamici, contro i ‘sapientoni’, contro i ‘buonisti’, contro i ‘mercati’, contro gli ‘europei cattivi’ (tedeschi, francesi, spagnoli, maltesi,….), etc. Perfino contro il papa.

‘La folle reazione del Governo italiano al tragico crollo del ponte di Genova’, come l’ha definita l’Indipendent, ne è l’ultimo pericoloso esempio. Il quotidiano britannico chiarisce:

“Il governo italiano ha perso tempo a incolpare la detestata Unione Europea per la perdita di vite umane. La sua argomentazione era che le restrizioni di bilancio dell’Ue per gli Stati membri impediscono loro di realizzare costosi progetti infrastrutturali. È, naturalmente, sbagliato. Tutto ciò che le regole fiscali richiedono è che gli Stati membri della moneta unica europea salvaguardino l’integrità dell’euro nel rispettare limiti ampi sui disavanzi di bilancio e il livello generale del debito nazionale. Nessuno in Europa ha mai posto il veto a nessun piano per rendere sicuro un ponte”.

Molti esperti italiani hanno subito confermato le accuse di questo giornale. Per esempio Carlo Alberto Carnevale Maffè, economista e professore di strategic management alla Bocconi, ha commentato in una prima intervista:

“Le parole del governo successive al crollo del ponte di Genova sono irresponsabili e arbitrarie, oltre ad essere false. L’Europa, infatti, non ha alcuna responsabilità sulle spese della manutenzione delle infrastrutture nazionali e ha, anzi, sollecitato più volte l’Italia a rendere più trasparenti le modalità con cui concede e rinnova le concessioni”.

Nelle ultime settimane Di Maio e Salvini hanno più volte minacciato, per motivi diversi, una ritorsione economica nei confronti della UE: “Non pagheremo più i 20 miliardi di contributi annui”. In realtà il saldo negativo tra contributi versati e finanziamenti ricevuti è di circa due miliardi e mezzo di euro. Ma questa cifra, hanno fatto subito notare autorevoli economisti, non tiene ovviamente conto degli incalcolabili benefici (prima di tutto la Pace) a noi indirettamente derivanti dall’abbattimento delle frontiere economiche e di quelle relative alla libera circolazione dei cittadini nel territorio dell’UE.

La proposta attuale del governo per la presidenza della Rai è per un vero ‘Steve Bannon all’italiana’: Marcello Foa. Per molti anni caporedattore esteri e inviato speciale del Giornale della famiglia Berlusconi, Foa non perde occasione di elogiare Putin, oltre che Salvini e Grillo. Ospite fisso di Russia Today, con esplicite simpatie ‘No vax’, ha espresso ‘disgusto’ nei confronti di Mattarella, si è fatto notare come blogger per aver diffuso tante bufale clamorose, ed ama condividere i deliri sovranisti dei peggiori mistificatori antieuro e anti UE. Il vicepresidente del Consiglio Di Maio lo ha definito ‘uno dei pochi giornalisti con la schiena dritta’! Temo così che sarà sempre più il momento degli impostori, e che nel dibattito politico ci sarà sempre meno posto per la competenza e il rigore. Una cosa è fare i capipopolo, una cosa amministrare con successo la cosa pubblica.

La lezione che l’Italia offre al mondo è dunque evidente. Anche se ci sembra di averli debellati, i populisti possono tornare a incalzarci, e con più forza.

Un’epoca populista?

“Le persone possono sempre essere portate agli ordini dei leader. Tutto quello che devi fare è dire loro che sono stati attaccati, denunciando i pacifisti perché espongono il paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in tutti i Paesi”. Hermann Goering

Come denuncia allarmato lo scienziato politico tedesco – e professore ad Harvard – Yascha Mounk nel suo magistrale lavoro ‘Popolo vs Democrazia’, non siamo probabilmente solo di fronte a un’ondata populista, ma piuttosto ci troviamo agli inizi di una possibile era populista.

Nel 2011 il ‘Royal Institute of International Affairs’,il think tank britannico tra i più accreditati istituti di scienze politiche a livello mondiale, scriveva in un ormai famoso rapporto:

“La tendenza al crescente sostegno ai partiti populisti è stato uno degli sviluppi più impressionanti nell’attuale politica europea, ed è destinata a durare”.

E già nel 2004 l’autorevole scienziato politico olandese Cas Mudde parlava dell’avvento di uno ‘Zeitgeist populista’ (laddove con il termine Zeitgeist si suole indicare in filosofia il clima ideale, culturale, spirituale che si considera caratteristico di un’epoca). Ora un suo connazionale, il sociologo Matthijs Rooduijn, afferma che il populismo è ormai lo spirito del tempo”.

Per assicurare la sopravvivenza della democrazia liberale, sottolinea in particolare Mounk, non dovremmo quindi solo respingere questo o quel candidato alle urne, ma prima di ogni altra cosa studiare a fondo il fenomeno storico che sta dietro l’avvento della deriva attuale, individuandone i pericoli per il futuro.

Un inciso. Confesso di essere consapevole di poter apparire qui radicale e un pò aggressivo. So bene invece che sarebbe importante trovare una chiave per parlare a tutti, per provare a convincere chiunque. Però non sono un politico, né iscritto ad alcun partito. Lasciando ad altri più competenti il compito di sviluppare azioni politiche ‘persuasive’, chiarisco che in questo scritto mi sto limitando ad alcune preoccupate riflessioni culturali (talvolta filosofiche), certo in ogni caso che contribuire con considerazioni di carattere intellettuale alla individuazione di un pericolo possa essere anche di qualche utilità pratica.

Sul nazionalpopulismo

“Amo tutti i popoli ma nessuna nazione. Sono un patriota, non un nazionalista. ‘Che differenza c’è?’. Il patriottismo è amare la propria gente; il nazionalismo è odiare gli altri”. Romain Gary

Ricordo che Mussolini, Hitler, Peròn, Stalin furono tutti populisti e sovranisti. Una volta Hitler (citazione dello storico ungherese John Lukacs, durante una intervista) ebbe a dire:

“Perché mai dovrei nazionalizzare le industrie? Io nazionalizzerò il popolo”.

E lo fece. Principio espresso chiaramente nello slogan centrale del nazismo “ein volk ein reich ein führer . Mussolini da parte sua creò un regime basato su reiterati appelli al popolo e sull’uso della propaganda finalizzata a unificare le masse col regime. Gramsci già nel 1921 (in ‘L’ordine Nuovo’) denunciò l’evidente carattere populista del fascismo:

“Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo, con la sua promessa di impunità, a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e bene amministrato”.

Mussolini battezzò il suo nuovo quotidiano ‘Il Popolo d’Italia’. Dieci anni dopo Hitler, a capo di un movimento dichiarato di ‘plebei arrabbiati’, chiamò il suo giornale ‘Völkischer Beobachter’. Questo loro continuo ricorso diretto al popolo incluse sempre due elementi: uno era la xenofobia (con la sua particolare specie di antisemitismo), il secondo era il nazionalismo.

Marx scrisse che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Temo che forse si sbagliasse (anche se spero di essere io in errore): anche la ripetizione può, talvolta, essere una sciagura. Vedo di quanta popolarità già godono leader pericolosi che sfruttano l’insicurezza e l’ansia, le alimentano e le fomentano. Sta tornando il culto dell’uomo forte: c’è una fascinazione irrazionale per la forza, per le maniere sbrigative, per la retorica della rottura con i partiti tradizionali.

Così come fa Trump, politici che vanno da Salvini a Le Pen a Orban usano di nuovo il nazionalismo come un’arma per attaccare la democrazia stessa. Anche il ‘populismo del terzo millennio’ si alimenta di angosce e, per consolidarsi, ha anche lui bisogno di nemici e di confini, dentro i quali il popolo si difende”.

E questi personaggi sono bravissimi ad alimentare l’oscurantismo e a trasformare in risorse politiche tutte le forme di risentimento sociale. La loro retorica punta ad utilizzare sia la rabbia contro le ingiustizie di ogni tipo (vere o percepite) per rivolgerla contro le élite, sia l’attenzione crescente all’identità nazionale. Quest’ultima intesa come ‘sangue e suolo’, ideologia riecheggiante in modo sinistro l’antico slogan tedesco ‘Blut und Bodenreso famoso dai nazisti. Slogan che univa idee razziste e antisemite di una presunta Germania contadina e sedentaria, contrapposta al ‘nomadismo ebraico’, per scagliare questa Germania contro i diversi, ovvero gli immigrati e le minoranze etniche e religiose. “Prima gli italiani!”, urlano i nostri demagoghi; e nei paesi anglosassoni i leader neopopulisti chiariscono ulteriormente di rivolgersi per prima in ogni caso ai ‘somewheres, cioè le persone che vogliono essere parte di qualche luogo, al contrario dei disprezzati ‘anywheres’, le ‘persone senza radici’, cosmopolite e liberali.

Agli inizi del secolo scorso, il rafforzarsi e il contrapporsi di nazionalismi diversi bloccò un primo processo di globalizzazione europeo e condusse alla ‘seconda guerra dei trent’anni’, come mi piace chiamare la lunga guerra civile europea durata dal primo al secondo conflitto mondiale. Credo che se ora davvero i fautori del nuovo nazionalpopulismo (definizione degli scienziati politici francesi Jean-Yves Camus e Nicolas Lebourg) alla fine prevarranno, il primo immediato risultato sarà la cancellazione del sogno di una democrazia liberale allargata e multietnica. Ma temo non si tratterà solo di questo.

I ‘soffitti di cristallo’ si rafforzeranno

“I pregiudizi, è ben noto, sono più difficili da sradicare dal cuore il cui terreno non è mai stato dissodato o fertilizzato dall’istruzione; essi crescono la,  fermi come erbacce tra le rocce”. Charlotte Brontë

 

Agli inizi di agosto il ministro della Famiglia del nostro governo, Lorenzo Fontana, già distintosi per i suoi giudizi su coppie gay, famiglie arcobaleno e aborto, ha deciso di attaccare frontalmente la legge Mancino, la normativa – approvata nel 1993 – contro chi diffonde l’odio razziale e l’ideologia nazifascista:

“Abroghiamo la legge Mancino, che in questi anni strani si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”. (Il neretto è mio).

Questo attacco per ora non ha avuto successo, ma è significativo che abbia trovato subito supporto da parte del ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio:

“Alle idee, anche le più strane, si risponde con le idee, non con le manette”.

Risulta ormai evidente che con gli attuali ministri sono in discussione anche aspetti di basilare civiltà.

Quei famosi ‘soffitti di cristallo’ (limitazioni connesse a sesso, origini etniche e sociali) che tanto stiamo combattendo per far progredire la convivenza civile potrebbero invece, evidentemente, rinforzarsi di nuovo.

Il modo migliore di contrastare questi gravi pericoli sarebbe quello di costruire progetti nuovi senza però, come sottolinea bene Mounk, mettere in discussione i principi della democrazia liberale e della meritocrazia. Programmi politici che propongano forti investimenti nell’istruzione e nell’educazione: per combattere la demagogia e la propaganda, ma anche per avversare la corruzione e l’evasione fiscale che ancora ci attanagliano insieme alla staticità dell’attuale classe politica.  Nel nostro paese abbiamo un grande ed evidente bisogno di cambiamento. Cambiamento che dovrebbe però andare nella direzione auspicata da Mounk. A noi servirebbe cioè un cambiamento reale, non falso, in grado di aiutare anziché danneggiare le persone che hanno sofferto di più, per esempio, a causa della recente crisi economica. Ed è davvero impensabile che siano la Lega (tra l’altro il partito più antico fra gli esistenti) e il M5S a produrre un rinnovamento del genere. Combattere il populismo corrotto che ha prevalso in Italia per vent’anni con una dirigenza politica che semplicemente si autoproclama meno corrotta – ma che sostiene esplicitamente il sovranismo antiliberale e il protezionismo economico e vuole, come spiegherò meglio oltre, ‘superare’ la democrazia parlamentare – renderà impraticabile il cammino verso il necessario rinnovamento. Il populismo non si combatte con un altro populismo, anche se quest’ultimo apparisse ‘più avanzato’ o ‘più progressista’.

Il voto populista è un voto di vendetta, un voto anti establishment, più che un voto per proposte davvero realizzabili. Un voto basato sulla retorica dei ‘vaffa’ e sull’avversione  per la politica, non su attuabili proposte riformatrici. Un voto a favore di chi non sa e non vuole decidere, non di chi sa assumersi le proprie responsabilità.

In ‘Considerazioni di un impolitico’ (1918) Thomas Mann affermò che “L’antipolitica è però essa stessa una politica”. Si sbagliava. Lui per primo, già negli anni ’20 (‘Della repubblica tedesca’), rigettò le tesi contenute nelle Considerazioni, quando si espresse chiaramente a favore della Repubblica di Weimar e sottolineò il carattere di pura ritorsione di certi atteggiamenti solo distruttivi.

Da tempo molti elettori mostrano aperto astio verso i partiti di sinistra e democratici: ma oggi, e questo è il vero dramma, molti di loro sono disaffezionati dalla stessa democrazia liberale. E questa è, appunto, una tendenza internazionale. Per esempio sottolinea Mounk a proposito degli Stati Uniti:

“L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca è stata la dimostrazione più evidente della crisi della democrazia. L’importanza della sua ascesa non verrà mai sottolineata abbastanza. Per la prima volta nella sua storia, la democrazia più antica e potente del pianeta ha eletto un presidente che disprezza apertamente le norme costituzionali di base: uno che ha lasciato i suoi sostenitori nella ‘suspense’ sul fatto di accettare o meno l’esito delle elezioni; che ha minacciato di incarcerare la sua principale avversaria politica; e che ha costantemente preferito gli oppositori autoritari agli alleati democratici del paese. Anche se alla fine Trump venisse frenato dai meccanismi di controllo del potere, la propensione del popolo americano a eleggere un aspirante leader autoritario alla massima carica dello Stato è di pessimo auspicio”.

Proprio come è di pessimo augurio, qui da noi, il fatto che un governo guidato da leader pentastellati e leghisti si sia insediato con l’appoggio evidente di tanti e tanti italiani.

La fine della competenza?

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Dante Alighieri

Mai nella storia dell’umanità tante persone hanno avuto contemporaneamente e facilmente accesso a tanta conoscenza. Del resto, come significativamente riporta nel suo recente libro ‘La scienza sa di non sapere, per questo funziona’ l’immunologa italiana Maria Luisa Villa,

“negli ultimi trecento anni la scienza si è sviluppata con progressione esponenziale costante, raddoppiando le sue dimensioni ogni quindici anni. Se nel 1800 c’erano in Europa 1000 scienziati, nel 1850 ce n’erano 10.000, e nel 1900 erano già aumentati fino a 100.000. Con un semplice calcolo possiamo stabilire che in tre secoli, dal 1660 al 1960, le dimensioni della comunità scientifica sono cresciute di quasi un milione di volte. Se il numero dei ricercatori raddoppia in quindici anni, e si tiene conto della durata della vita media, si può concludere che in ogni momento siano viventi dall’80% al 90% di tutti i ricercatori esistiti sulla faccia della terra”.

Aggiungo che agli inizi del 1700 vi erano poco più di 100 articoli scientifici scambiati in un anno tra i ricercatori di tutto il mondo: ora quelli pubblicati annualmente su riconosciute riviste specialistiche sono letteralmente milioni!

Come riportato inoltre in ‘La conoscenza e i suoi nemici’, un mirabile libro dello scienziato politico americano Tom Nichols, anche lui professore ad Harvard,

“nel 1994 c’erano meno di tremila siti web online: nel 2014 ce n’erano più di un miliardo …. negli anni Sessanta nella casa americana media c’erano tre canali televisivi a disposizione, insieme a otto stazioni della radio, un quotidiano e tre o quattro riviste. Nel 2014 l’azienda di misurazione dell’audience Nielsen ha stimato che in media nelle case statunitensi c’erano 189 canali televisivi (60 in più rispetto al 2008). Si aggiunga la quantità di media che arrivano ai consumatori attraverso i loro dispositivi mobili o computer di casa, stimata nel 2015 da un ricercatore del San Diego Supercomputer Center come l’equivalente di 9 dvd di dati a persona al giorno. Tutte queste informazioni richiederebbero in media più di 15 ore al giorno per essere viste o sentite.”.

E’ chiaro che comunque Internet è solo un immenso ‘contenitore’, dove si trova di tutto: non ci sono ‘arbitri’, si trovano quindi informazioni affidabili e utili, ma anche bufale colossali. Un articolo scientifico invece, dopo un primo esame del comitato di redazione della rivista, deve essere sottoposto a una procedura, chiamata revisione dei pari (peer review), che assoggetta ogni nuovo possibile contributo al computo mutuo degli esperti prima che venga ammesso alla pubblicazione.

Oggi (dati Excelaton 2016) in un minuto vengono inviate più di 150 milioni di e-mail, condivise più di 520 mila foto su Snapchat, fatti più di 700 mila login su FB, venduti prodotti per più di 200 mila dollari da Amazon, inviati più di 350 mila Tweets, inviati più di 20 milioni di messaggi WhatsApp, visti quasi 3 milioni di video su You Tube, fatte circa 2,5 milioni di ricerche su Google, messi quasi 40 mila post su Instagram, viste circa 70 mila ore di filmati Netflix.

Eppure, in un contesto così ricco di informazioni, mai tante persone hanno mostrato tanta riluttanza e insofferenza ad imparare e capire come acquisire vere conoscenze.

Molte persone non solo credono alle stupidaggini e alle ‘fake news’, ma ci vogliono credere, e si oppongono attivamente ad apprendere meglio e di più, pur di non abbandonare le proprie opinioni di partenza (inevitabilmente mi viene qui in mente la frase finale del film ‘American Hustle‘, “le persone credono a quello a cui vogliono credere”).

Scrivere qualche parola su un motore di ricerca non significa fare ricerca. La vera ricerca è un’attività seria, complessa e faticosa: per farla bisogna prima di tutto essere in grado di valutare le informazioni per trovare quelle affidabili, di analizzarle e sintetizzarle, infine di formalizzarle e presentarle agli altri.

Quel che è peggio, non è solo il fatto poi che molti rifiutino il parere di chi ha preparazione ed esperienza, ma che lo facciano su così tante questioni, e spesso con un’evidente irritazione. Rendendosi così sempre più esposti alle sirene della retorica populista. Ricordo che, non a caso quindi, nella campagna elettorale del 2016 Trump dichiarò solennemente, lui che si proclamò subito ‘uomo del popolo’ e ‘bocca del popolo’, di “amare quelli che non hanno studiato”.

Qui da noi le fa senz’altro eco la sottosegretaria al Ministero della Cultura Lucia Borgonzoni che a giugno, in una intervista a Radio Uno, ha affermato apparentemente compiaciuta:

“Non leggo un libro da tre anni”.

 

Una tragica arroganza

“La commedia è quando un illusionista diverte il popolo, la tragedia quando diventa il suo capo”. Milovan Vitezovic

 

Purtroppo oggi sono molte le persone vulnerabili alla demagogia. Spesso culturalmente ‘provviste’ solo di un account Facebook. Ma hanno tutte una cosa in comune: credono e vogliono credere che le loro opinioni su temi complessi e anche molto tecnici valgono come o di più di quelle dei veri esperti.

Inoltre, come sottolinea Nichols,

“Non solo costoro giungono a conclusioni erronee e compiono scelte infelici, ma la loro incompetenza li priva perfino della capacità di rendersene conto”.

Mario Vargas Llosa, romanziere peruviano naturalizzato spagnolo e premio Nobel per la letteratura del 2010 ha ultimamente confessato:

“Non ho mai visto tanta demagogia e un populismo così sfacciato come quando ho sentito Boris Johnson, prima del referendum in Gran Bretagna, dire senza vergogna che le tasse dell’Ue servivano a pagare le corride in Spagna. Eppure il messaggio è passato”.

Talvolta per i demagoghi non è neppure necessario provare a persuadere della bontà delle proprie favole, perché in molti casi ‘il cittadino’ è già convinto. Nessuna fatica, nessuna riflessione razionale, nessuno studio, nessuna crescita culturale è infatti richiesta ad alcuno per essere d’accordo sui propri pregiudizi istintivi o sentimenti ancestrali quali rabbia, paura e invidia.

Sentimenti che diventano contagiosi, dando spesso il via ad uno tsunami di emotività. E a chi nutre tali sentimenti basta ‘cacciare’ l’establishment, buttandolo giù ‘dalla poltrona’. Intanto la rabbia è appagata: poi si vedrà.

Come affermava il direttore de L’Undici, Gian Pietro Miscione, in un precedente articolo su questa rivista  (‘Grillo e il popolo della Rete’, http://www.lundici.it/2012/05/il-popolo-della-rete/):

“il famoso ‘popolo della rete’ … pare essere composto da un crescente numero di persone che sfogano la loro rabbia sulle tastiere, in maniera sempre più indiscriminata e violenta. E cosa c’è di più gratificante e orgasmico che urlare tutti insieme, fare a gara a chi urla di più e rispondere alla chiamata alle armi di qualche condottiero che manda tutti affanculo e promette piazza pulita?”.

In realtà, siamo in presenza qualcosa di più pericoloso dell’ignoranza: si tratta di un’arroganza immotivata e irragionevole, dell’indignazione da parte di una realtà sociale sempre più vanitosa e sorda. Costoro non vogliono abbattere i privilegi, ma essere loro i privilegiati.

Io sono il primo della mia intera famiglia (lato paterno e materno quindi) ad aver continuato a studiare dopo la quinta elementare. E so bene che non è certo una colpa non avere raggiunto una istruzione avanzata, almeno sicuramente non lo era ai tempi dei miei nonni e neppure ai tempi dei miei genitori. Ma questi ultimi mai si sarebbero permessi di giudicare sull’utilità dei vaccini, o rifiutare le diagnosi e i consigli dei medici o degli altri esperti (in Africa del resto le persone fanno file di giorni pur di vaccinare i propri figli, e la storia dimostra la bontà della loro scelta).

Tutto ciò che sta accadendo oggi in alcune parti della popolazione è fondamentalmente, in ultima analisi, un rifiuto della razionalità. E’ segno di atteggiamenti pieni di diffidenza per la scienza, di ostilità per qualsiasi forma di pensiero critico e per l’intellettuale in genere e, di fatto, quasi in balia del fanatismo e della superstizione.

La vice presidente del Senato della nostra Repubblica, Paola Taverna del M5S, poche settimane fa durante una assemblea del suo Movimento, parlando dei vaccini, ha affermato:

“È terribile il messaggio che è passato che un bambino non vaccinato è un bambino portatore. Portatore de che? De che? Io quannero piccola, che c’avevo poco a poco un cugino che c’aveva ‘na malattia esantematica facevamo la processione a casa de mi cugino, perché così la zia se sgrugnava tutti e sette i nipoti, così tutti e sette i nipoti c’avevano la patologia e se l’erano levata dalle palle. Funzionava così la vita mia. Dopo cinquant’anni mo’ abbiamo scoperto che se deve esse immuni da tutto e vabbè. Ma posso almeno decidere io come lo posso immunizza’?”.

Forse oggi è davvero attuale di nuovo la famosa frase scritta da George Orwell negli anni ’30:

“Stiamo scendendo talmente in basso che il dovere degli uomini intelligenti è la riaffermazione dell’ovvio”.

Uno non vale uno

“I demagoghi possono anche trasformarsi in tiranni, soprattutto nei tempi recenti, nei quali l’abilità oratoria è diventata importante, mentre in passato i tiranni partivano soprattutto dal potere militare”. Aristotele

Molte persone quindi sono convinte che avere diritti uguali significhi anche che l’opinione di ciascuno su qualsiasi argomento, anche molto complesso e tecnico, debba contare quanto quella di chiunque altro. Molti lo sostengono nonostante si tratti di un’evidente assurdità. E’ una pretesa perentoria di uguaglianza che è irricevibile e irrazionale, talvolta esilarante, ma davvero pericolosa per il progresso e la stessa convivenza civile.

Mi viene in mente qui una citazione di Isaac Asimov, presa da un suo articolo su ‘Newsweek’ del gennaio 1980 (‘Un culto dell’ignoranza’, dove Asimov parlava degli Stati Uniti con una riflessione che può evidentemente avere valore più generale):

C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti, e c’è sempre stato. Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi ‘la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza’”.

I leader populisti gridano e postulano che ‘uno vale uno’ e che di fatto lo studio, l’impegno, la fatica e il sacrificio nella vita non contano.

Un sondaggio pubblicato nel gennaio di quest’anno, e riportato nel recente volume ‘La democrazia del narcisismo’ dello storico e professore alla Luiss Giovanni Orsina, misura quanto ampio è questo rancore: il 54% degli italiani interpellati pensa di essere in credito con l’Italia – di averle dato più di quanto abbia ricevuto – e solo il 7% si sente in debito.

Commenta subito Orsina,

“Chi vive oggi in Italia ha avuto pace, benessere e opportunità che non trovano precedenti nella nostra storia né corrispondenza in gran parte del globo. Se gli italiani non si sentono in debito con la loro terra oggi, viene da chiedersi quando mai ci si siano potuti sentire, o chi altri ci si possa sentire …. Ciò resta comunque un importante dato di fatto”.

Tutto questo nasce, evidentemente, anche dal fatto che una delle caratteristiche dei politici populisti è proprio teorizzare che ognuno ha il diritto di ‘credere’ a qualsiasi cosa:  che il clima non stia cambiando, che i vaccini causino l’autismo, che la teoria dell’Evoluzione sia errata, che la ‘cospirazione delle scie chimiche’ sia vera, che non saremmo mai sbarcati sulla Luna, che la vicenda legata alla Xylella sia una bufala, che dietro alle stragi di Stato ci sia il gruppo Bilderberg,che il cancro si curi con il succo di limone e lo zenzero, che i genetisti incrocino pomodori e merluzzi per favorire le multinazionali dell’alimentazione, che in America avrebbero già iniziato a mettere i microchip all’interno del corpo umano per controllare la popolazione, che ci siano prove schiaccianti dell’esistenza delle Sirene, che i medici farebbero le mammografie per ‘creare malati’, che l’Aids sia ‘la più grande bufala  del secolo’, etc …

Qui non si tratta solo di essere contro ‘i sapientoni’. Qui significa andare oltre la ragione. Costoro sono persone che generalmente non hanno idea di cosa sia davvero lo studio, e quanto sacrificio ci sia dietro ad una seria ricerca scientifica: che neppure sono in grado di concepire lo sforzo fatto da chi ha passato la vita sin da bimbo sui libri e poi nei laboratori per produrre risultati utili a far progredire l’Italia e il mondo intero.

Così rimasi indignato ma non sorpreso quando, nel 2001, Grillo definì Rita Levi Montalcini una ‘vecchia puttana’, parlando del suo Nobel e delle case farmaceutiche che a suo dire avrebbero favorito il riconoscimento (Grillo incassò ovviamente una querela per diffamazione aggravata; la vicenda si chiuse due anni dopo con una vile ritirata e un patteggiamento di pena).

Il pericolo è grande. Per usare le parole di Hannah Arendt, tra i massimi studiosi di filosofia politica di sempre,

Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più”.

Sul parere degli esperti

“Una cosa ho imparato nella mia lunga vita: che tutta la nostra scienza è primitiva e infantile eppure è la cosa più preziosa che abbiamo”. Albert Einstein

 

Nell’agosto scorso, all’indomani  dell’approvazione in Senato degli emendamenti M5S-Lega al ‘decreto milleproroghe’ che rinviano di un anno scolastico l’obbligo di certificazione vaccinale per accedere alle scuole dell’infanzia, Roberto Burioni, autorevole e noto professore di microbiologia e virologia all’università “Vita-salute” san Raffaele di Milano, ha significativamente denunciato:

“Il senato ieri sui vaccini ha scritto una pagina infame nella storia della Repubblica, mettendo a rischio la salute dei bambini più deboli e indifesi per ingraziarsi la parte più ignorante e oscurantista del paese”.

(Per la cronaca: mentre scrivo apprendo di un nuovo emendamento al decreto che rappresenterebbe per molti un ‘sussulto della ragione’, vedremo).

Nessuno sostiene, sia chiaro, che gli studiosi non possano sbagliare. Il punto è che hanno meno probabilità di sbagliarsi rispetto ai non esperti, che ovviamente non si sbaglieranno poi sempre su tutto. Può accadere quindi che un ignorante sia nel giusto e un team di scienziati abbia torto, è certamente solo una questione di probabilità. Ma come ci insegna la scienza stessa non possiamo progredire se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non proviamo a fidarci delle provate competenze altrui, pur comprendendo e mettendo in conto che queste stesse non sono, né possono essere, infallibili.

Sir William Osler, definito come il padre della medicina moderna, in una occasione definì il proprio campo come ‘un’arte della probabilità e una scienza dell’incertezza’. A mio avviso la frase può applicarsi a tutte le scienze.

Come discutevo in un mio precedente contributo sempre su L’Undici (‘Che cos’è la scienza?’ (http://www.lundici.it/2017/02/che-cose-la-scienza/), le affermazioni scientifiche non sono certo oggettive nel senso che descriverebbero fedelmente il mondo, le verità ‘là fuori’. Gli scienziati raggiungono invece un consenso razionale di opinione intorno ai fatti e alla loro spiegazione, provando a persuadere la maggioranza di loro attraverso la sperimentazione, l’osservazione, la logica e perfino la retorica. Con tutti i suoi limiti l’indagine scientifica, con le sue procedure e i suoi protocolli, è però e in ogni caso anche lo strumento più efficace che abbiamo mai ideato sino ad oggi per giudicare l’utilità di taluni nostri convincimenti. E, per esempio, se Matteo Salvini, che non è immunologo, né virologo, né medico generico, e neppure in verità in possesso di alcun tipo o tipologia di laurea, afferma che

“10 vaccini obbligatori sono inutili e in parecchi casi pericolosi se non dannosi”

bé, potete scommettere che è decisamente molto, molto più probabile che sia lui in errore (che del resto non è neppure capace di nominare a quali vaccini si riferisce!) piuttosto che lo siano i tanti specialisti ed esperti che hanno spinto, nella passata legislatura, per una legge sull’obbligatorietà dei vaccini.

Nella scienza non esistono dogmi. Le teorie e le opinioni che compongono la nostra conoscenza possono cambiare. E’ possibile (anche se poco, poco probabile) che un giorno  si scopra davvero che fare 10 vaccinazioni sia pericoloso e dannoso, ed è possibile (anche se davvero poco, poco, poco probabile!) che un giorno si scopra un legame di causa-effetto tra vaccini e autismo. La scienza ne prenderà atto. Ma, nel caso, queste nuove scoperte saranno basate su prove e evidenze, agomentazioni e deduzioni logiche mostrate e sostenute razionalmente da scienziati autorevoli e riconosciuti come Burioni, non certo su scomposte e presuntuose affermazioni di ciarlatani ignoranti.

Sul ruolo dei social

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli“. Umberto Eco

Sono convinto anche io , come afferma Nichols, che non è che le persone oggi siano statisticamente più ottuse rispetto a cento anni fa: è solo che ora abbiamo la possibilità di ascoltarle tutte; e che queste persone hanno la possibilità di ascoltarsi tutte assieme contemporaneamente e sostenersi vicendevolmente. Una volta serviva un pò di fatica per leggere odiose teorie della negazione della Shoah: oggi basta un click.

Offrire mezzi tecnici avanzati – e a basso costo – per dar davvero la parola pubblicamente a tutti e permettere la connessione in qualsiasi istante a molti interlocutori anche lontanissimi è un bene, sia chiaro. Secondo un calcolo del sito di statistiche internazionali Internet World Stats, nel 2016 le persone collegate a Internet erano circa 3,7 miliardi. Un magnifico risultato che migliora in modo impressionante la comunicazione tra esseri umani e quindi potenzialmente la convivenza civile. Ma nell’immediato ciò può portare anche a problemi enormi, come stiamo sperimentando per esempio nell’uso dei social e della stessa rete. Come del resto si sperimentò nell’uso iniziale della stampa.

Mostra bene Nichols che ai suoi albori la stampa venne usata per produrre ‘Bibbie in serie’ e alimentare guerre di religione, per diffondere pericolose follie come i ‘Protocolli dei Savi di Sion’, per insegnare alle persone a confondere persone e fatti e per sostenere la creazione di propagande totalitarie che minacciarono gravemente la stessa libertà dell’uomo: malgrado le sue immense potenzialità positive – poi, pian piano, verificatesi – la stampa esordì regalandoci un mondo peggiore!

Per inciso, i ‘Protocolli dei Savi di Sion’ è stata una delle più eclatanti fake news della storia, che scatenò poi una serie di eventi sfociati nella Shoah: un falso documento ‘ritrovato’ nella Russia degli zar che mostrava di una cospirazione ebraica volta a impadronirsi del mondo. Sempre incidentalmente segnalalo anche che nell’ultimo numero di Focus un documentatissimo articolo (‘Nazisti, maestri di fake news’) mostra come, per tutto il periodo in cui sono stati al potere, i nazisti hanno continuamente messo in circolazione bufale a non finire, sfruttando ogni canale di comunicazione allora disponibile, partendo dai giornali, passando per radio, cinema e cartoni animati.

Mounk mostra in dettaglio, da parte sua, che nei decenni dell’ultimo dopoguerra tante bugie e calunnie che oggi troviamo nei social erano già in circolazione. Ma allora la minaccia del fascismo era un ricordo vivo e l’educazione civica (vero baluardo contro le tendenze autoritarie di ogni tipo) veniva insegnata molto bene a scuola a differenti livelli (io lo ricordo bene!). Di conseguenza i cittadini capivano meglio la prassi della democrazia liberale ed erano più legati ai suoi principi: così era meno probabile che dessero credito a strampalate teorie del complotto basate su bugie e disinformazione.

Probabilmente oggi dovremmo mostrare nuova attenzione all’insegnamento dell’educazione civica nei nostri programmi scolastici.  Il modo migliore per difendere la democrazia rimane sempre lo stesso: una seria educazione. Non a caso fin da quando concepirono il concetto di governo democratico i filosofi riservarono così tanta enfasi all’istruzione dei giovani. Da Platone a Cicerone, da Machiavelli a Voltaire, tutti erano ossessionati dallo stesso dilemma: come istillare la moralità politica nei giovani?

Ricorda Nichols che il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset decretava già nel 1930 l’infondata arroganza intellettuale che poteva sempre caratterizzare parte di una popolazione:

“Così, nella vita intellettuale, che per la sua stessa essenza richiede e presuppone la qualità, si avverte il progressivo trionfo degli pseudo-intellettuali senza qualifica, inqualificabili o squalificati […]. Forse sono in errore; però lo scrittore, nel prendere la penna per scrivere intorno a un tema che ha studiato a lungo, deve pensare che il lettore medio, il quale non si è occupato mai dell’argomento, se lo legge, non lo fa col proposito d’apprendere qualcosa da lui, ma al contrario, per sentenziare su di lui quando il pensiero non coincide con le volgarità che questo lettore ospita nella mente”.

L’evidente ritrosia ad accettare i pareri degli esperti è certamente radicata nello stesso tipo di diffidenza di molti nei confronti di coloro che sono percepiti come più colti della media della popolazione, e le fondamenta morali del nostro sistema politico appaiono ora molto fragili davvero. Perchè quello che oggi colpisce non è tanto l’inadeguatezza, ma appunto l’arroganza di chi non ha la misura dei propri limiti. Non sono tanto l’incompetenza e l’inettitudine, quanto la superbia, la boria, la prosopopea dell’ignoranza a spaventare.

Sulla democrazia

“Demagogia è l’arte di trascinare e incantare le masse che, secondo Aristotele, porta alla oligarchia o alla tirannide. In ogni caso, il termine indica un agire e un «mobilitare» dall’alto che non ha nulla da spartire con la democrazia come potere attivato dal basso”. Giovanni Sartori

Democrazia è un concetto molto generale, che appartiene alla filosofia politica. Le sue declinazioni reali sono molte e diverse. In Occidente si è realizzata quella che viene chiamata democrazia parlamentare. Molti di noi forse ignorano che la forma di governo sotto cui viviamo non è stata ideata perché fossero ‘i cittadini’ a prendere direttamente decisioni su problemi complessi. Naturalmente non è stata ideata neppure perché a governare fosse un piccolo gruppo di tecnici, ma piuttosto per essere il mezzo attraverso cui l’elettore, possibilmente informato, poteva scegliere le persone più competenti a rappresentarlo. Ora l’iniziativa populista spinge invece per una sorta di ‘democrazia diretta’. Sarebbe così il voto diretto e immediato di tutti a stabilire i fatti, ‘le verità’ (o meglio le ‘post verità’!) e le successive azioni politiche da intraprendere! I pareri improvvisati e superficiali sarebbero inevitabilmente più importanti delle evidenze scientifiche e dello studio: se la maggioranza ritenesse che i vaccini causano l’autismo, o che non siamo mai sbarcati sulla Luna, diventerebbe ‘radical chic’ contraddirla!

E così, come nota il sociologo italiano Ilvo Diamanti nel suo ultimo lavoro ‘Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie’, il ‘demos’, il principio della cittadinanza, titolare di diritti e doveri, tende a venire ri-definito in ‘popolo’: comunità indistinta, ma unita dai confini e dai nemici. La realtà è diversa, naturalmente, sottolinea Diamanti:

“Non c’è ‘un solo popolo’. Ma una società unita e, al tempo, stesso divisa in base a interessi e valori. Che nella democrazia rappresentativa trovano ‘rappresentazione’”.

A luglio uno dei due proprietari del M5S, l’imprenditore Davide Casaleggio, ha affermato in una intervista, riproponendo un pensiero del padre, manager aziendale, Gianroberto (da cui ha appunto ereditato quella proprietà), che in futuro il Parlamento potrebbe non essere più utile:

“Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”.

Pochi giorni fa ha ribadito:

“La democrazia diretta e partecipata è il futuro. Anche per chi immagina di poter ancora uscire a cavallo e noleggiare film da Blockbuster”.

La ‘libertà di mandato’, ha sempre postulato del resto l’altro proprietario di quel Movimento, il comico Grillo, è ‘circonvenzione di elettore’.  Ad agosto il ministro per i rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (M5S) ha annunciato  che presto il governo presenterà una legge per introdurre il referendum propositivo (non previsto dalla Costituzione) “con l’obiettivo di iniziare a introdurre davvero la democrazia diretta. Tutto questo avrebbe risvolti ovvi. Si darebbe al cittadino il potere non tanto di scegliere persone più preparate e competenti a rappresentarlo, ma di legiferare senza intermediazioni, deleghe, ‘riti superati’, come sarebbero appunto, per i proprietari del M5S, le ‘pastoie istituzionali’ rappresentate dalle riunioni di Camera e Senato. E’ proprio la nota promessa di ‘aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno’.

Il filosofo francese, e scienziato politico ante litteram, Alexis de Tocqueville stesso aveva già denunciato e mostrato nel 1840, in una pietra miliare del pensiero liberale, ‘La democrazia in America’, che la democrazia poteva del resto assumere i connotati di un regime liberale oppure oppressivo e, osservava ,

“a seconda che avremo la libertà democratica o la tirannide democratica, il destino del mondo sarà diverso”.

E’ stato fatto notare, solo per esempio, che quando in Francia Francois Mitterand cancellò la pena di morte utilizzò un decreto, e fece di tutto per evitare un referendum popolare: se infatti i cittadini fossero stati chiamati a pronunciarsi in modo diretto sicuramente (questo dicevano tutti i sondaggi) la pena capitale non sarebbe stata cancellata dal sistema penale francese (e pensiamo ai problemi che già sta creando, a tutti, l’esito del referendum sulla Brexit). Il nostro premier Giuseppe Conte appena designato si è autoproclamato ‘avvocato del popolo’ ed ha sostenuto, invece, che

“se essere populisti vuol dire fare ciò che il popolo chiede, allora il mio governo ne rivendica orgogliosamente la designazione”.

I suoi ‘nemici’ sono chiari, quindi: i corpi intermedi della società civile, quali associazioni, partiti, sindacati, autorità indipendenti, amministrazioni pubbliche e, inevitabilmente, le istituzioni parlamentari.

Noto, per inciso, che in Russia, India, Filippine e Turchia sono arrivati al governo, tramite legittime elezioni, uomini forti che poi, appellandosi direttamente al ‘popolo’ come fonte unica di legittimazione del potere, sono già riusciti, con un disegno dispotico e leggi draconiane, a trasformare deboli democrazie in autocrazie elettive. Lo scienziato politico tedesco, e professore alla Princeton University, Jan-Werner Müller nel suo ultimo libro ‘Che cos’è il populismo?’ ha del resto mostrato bene come sia sempre possibile, anzi molto probabile, una deriva autoritaria dei partiti populisti – anche quelli meno estremisti -  in quanto per loro natura  insofferenti al pluralismo delle idee e a qualsiasi critica dei media.

Sia chiaro, non credo che la forma particolare di democrazia parlamentare che si è, ed a fatica, imposta in molti paesi occidentali e del mondo, non sia modificabile e perfezionabile. Tutt’altro. Per esempio sottolineavo, in un mio altro contributo per L’Undici (Quale democrazia?,http://www.lundici.it/2017/01/quale-democrazia/), che dovrebbe farci riflettere il fatto che così tanto, negli ultimi secoli, la scienza abbia cambiato in meglio e in modo così impressionante le nostre vite: e che, quindi, così come la scienza avanza attraverso il confronto critico di persone competenti, anche la politica potrebbe meglio progredire seguendo una via in parte analoga discutendo come, per favorire l’avvento di governi competenti, si possa promuovere un voto popolare informato.

Ma è altresì mia profonda convinzione che quando persone arroganti e piene di rancore chiedono che tutti i valori stabiliti dalla meritocrazia, e dalla competenza, siano livellati ed equiparati in nome della ‘democrazia diretta’, non c’è alcuna speranza di un futuro migliore. Tutto diventa arbitrario, e in nome di questa irrazionale uguaglianza, tutti i punti di vista hanno la stessa affidabilità. La democrazia degenera per così dire in vera ignorantocrazia, o peggio ancora in arrogantograzia. E magari, ci scommetterei, lo scoppio di un’epidemia perché dei presuntuosi ignoranti non hanno vaccinato i propri bimbi sarebbe comunque per molti un segno di reale, autentica democrazia!

Il futuro non è scontato

“ll trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine possono essere eterne”. Charles Péguy
E’ abbastanza comune indicare come una delle cause, la maggiore forse, della crisi dei sistemi politici più tradizionali in Occidente i problemi (o almeno così percepiti) dovuti alla globalizzazione. Come provavo ad argomentare sopra, decisivi sono poi i sentimenti ancestrali che a causa di ciò possono assalirci. Alcuni di questi – vedi la paura del diverso – erano adattativi solo in un mondo ormai passato, ma restano sempre presenti nel nostro patrimonio genetico (forse è proprio vero, come affermava Freud, che “l’uomo non è padrone neanche a casa sua”!). Per esempio, qui in Italia, l’apertura al richiamo populista è indubbiamente alimentata dalla percezione che abbiamo del fenomeno dell’immigrazione. Dati Eurobarometro 2017 mostrano infatti che la maggioranza degli italiani pensa che gli immigrati siano circa il 25% della popolazione totale, quando in realtà siamo a circa il 7% (percentuale tra le più basse d’Europa, dove gli immigrati arrivano, da decenni, soprattutto ‘via terra’: a piedi, nei Tir, nelle automobili, negli autobus, nei treni, negli aerei, etc…). Ricerche appena pubblicate dell’Istituto Ispi mostrano inoltre che oggi l’arrivo di stranieri su scala quotidiana è diminuito di oltre 7 volte rispetto al 2016. Tutte cifre che non giustificano, comunque la mettiamo, vittimismo e piagnistei. Ma la retorica populista è indubbiamente favorita anche dal rancore della cosiddetta ‘povertà relativa’, come la chiamano gli studiosi, quella che emerge dalla percezionedi veder cadere il proprio status sociale.

Personalmente posso affermare di sapere (a differenza di tanti ‘capipopolo’) cosa significa crescere in un ambiente popolare. Fino quasi al conseguimento della mia prima laurea ho sempre vissuto, con mio fratello i miei genitori e i miei nonni paterni, in ‘una casa di due camere e cucina’, ovvero ho dormito e studiato per anni, condividendolo con mio fratello, nel piccolo corridoio dell’appartamento. Ma so bene che i dati ci dicono che, in verità, oggi abbiamo tutti, compreso il sottoscritto, l’incommensurabile privilegio di vivere nell’era più pacifica e prospera nella storia dell’umanità.

Sono passati più di 70 anni ormai dall’ultima guerra mondiale, e dall’ultimo conflitto vero tra paesi europei. Io sono nato nel 1955, dieci anni dopo la resa del Giappone, e quasi contemporaneamente alla nascita della Comunità Economica Europea. Nessuno poteva sapere allora se un altro conflitto mondiale sarebbe avvenuto di nuovo. Però non è avvenuto. Io sono così sempre più convinto di essere appunto una persona immensamente fortunata, essendo nato dopo che il pianeta, compresa l’Europa, per secoli e secoli era stato teatro di guerre senza soluzione di continuità. Questo non è certo il ‘migliore dei mondi possibili’: ma probabilmente, per tanti aspetti, è il migliore che ci sia mai capitato.

Come riportato e mostrato in dettaglio nel brillante volume ‘Factfulness’ di uno dei fondatori di ‘Medici senza Frontiere’, il medico svedese Hans Rosling, oggi il numero di conflitti e quello di morti dovuti alle guerre sono al loro record minimo. Questo ovviamente non vuole minimizzare l’orrore, tantissimo, che ancora rimane: come sottolinea giustamente Rosling, le cose possono andare male, molto male, eppure andare meglio, molto meglio.

In ‘Factfulness’ si riporta anche che solo negli ultimi 20 anni la proporzione della popolazione mondiale che vive in estrema povertà si è dimezzata, come pure lo è stato il numero annuale di morti per disastri naturali. Inoltre. Nel 2016 l’80 % dei bambini di un anno nel mondo sono stati vaccinati almeno contro le più gravi e pericolose malattie. La percentuale di persone che morivano di fame nel mondo nel 1970 era il 28%, nel 2015 l’11%. La percentuale di bambine nel pianeta che accedeva alla scuola primaria nel 1970 era del 65%, nel 2015 è stata del 90%. La percentuale di persone che hanno accesso all’elettricità nel mondo nel 1991 era il 72%, nel 2017 l’85%. La percentuale di persone che hanno un qualche accesso all’acqua corrente nel mondo nel 1980 era il 58%, nel 2017 l’88%. La percentuale di bambini tra i 5 e i 14 anni che lavoravano a tempo pieno (sotto condizioni spesso terribili) nel 1950 era il 28%, nel 2012 il 10%. E, più in generale. Nel 2017 l’aspettativa di vita media di una persona a caso nel mondo era di 72 anni, nel 1800 di 31. La percentuale dei bambini morti prima dei 5 anni nel 1800 era il 44%, nel 2016 il 4% (ormai siamo, tra i grandi animali, la specie più numerosa). Le persone con almeno conoscenze elementari nel leggere e scrivere nel 1800 erano il 10% della popolazione mondiale, nel 2017 l’86%. Lasciatemi aggiungere che oggi 2 persone su 3 nel mondo possiedono un cellulare, ora il nostro principale mezzo di tele-comunicazione, o almeno una scheda (e qui la differenza tra Africa subsahariana e il resto del pianeta non è statisticamente accentuata).

Secondo gli studiosi più autorevoli, se non ci faremo disorientare e paralizzare dalla propaganda, che appunto fa spesso appello a sentimenti irrazionali e alla pura superstizione, e dalle relative politiche sbagliate e pericolose, possiamo ancora conquistare un futuro decisamente migliore. Ne abbiamo ancora un terribile bisogno. Ma, ho paura, soprattutto oggi quel futuro non possiamo darlo per scontato.

Del resto, anche se la storia ci mostra di numerosi sistemi e regimi politici che sono durati anche a lungo, una cosa possiamo dire con sicurezza che li accomuna tutti: alla fine sono sempre periti.

Siamo ormai un pò pigri e narcisisti?

“I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione dei mediocri, i quali non sanno capire l’uomo che non accetta i pregiudizi ereditati, ma con onestà e coraggio usa la propria intelligenza”. Albert Einstein

 

Gli innegabili miglioramenti nella qualità della vita che caratterizzano la recentissima storia dell’umanità sono prima di tutto dovuti alla democrazia liberale e alla scienza.

Magari, chissà, sono paradossalmente proprio la scienza e la democrazia liberale, per certi versi, ad averci abituato a dare tutto per scontato, a guardare superficialmente a molte straordinarie conquiste, a renderci perfino viziati ed egocentrici. Scriveva lo storico olandese Johan Huizinga (in ‘La crisi della civiltà’, come ci ricorda Orsina nel suo libro) nel 1935:

“L’uomo vive letteralmente nel suo mondo di prodigi come un fanciullo, è anzi un fanciullo di fiaba. Può viaggiare in velivolo, parlare con un altro emisfero, procurarsi delle leccornie mettendo pochi soldi in un automatico, portarsi a casa un pezzo di mondo con la radio. Preme un bottone e la vita gli affluisce incontro. Può una tale vita emanciparlo? Al contrario, la vita per lui è diventata un giocattolo. C’è da stupire che egli vi si comporti come un bambino?”

Prima dell’avvento della scienza di Galileo e Newton e dell’Illuminismo di Kant, Hume e Voltaire  il mondo aveva sperimentato una continua stagnazione economica durata secoli e secoli, con progressi tecnologici davvero lenti e limitati. Come per esempio notava il medico e neuroscienziato francese Laurent Alexandre in un recente convegno, non esiste quasi nessuna differenza significativa di conoscenze tecniche e teoriche in campo medico tra i babilonesi del secondo millennio a.C. e l’Europa del XVII secolo.

L’economista Alberto Mingardi mostra in dettaglio, nel recente volume ‘L’intelligenza del denaro’, che appunto il mondo ha cominciato a crescere in senso proprio solo da circa trecento anni a questa parte: per la prima volta osserviamo una robusta tendenza alla crescita del tenore di vita – dapprima in Occidente, ora in altre aree del mondo. Negli ultimi 30-40 anni l’accelerazione è stata in particolare impressionante. L’Africa, per esempio, è stata considerata sempre un continente senza speranza: ma nel periodo 2011-2016 i tassi di crescita economica di molti paesi africani (Zambia, Ghana, Congo, Mozambico, Tanzania su tutti) sono stati superiori al 7% annuo.

Prima del XVIII secolo gli esseri umani vivevano in un contesto chiuso e, proprio per questo, statico. Era un mondo ‘piccolo’, ‘locale’. A eccezione di pochissimi (soldati di ventura, pellegrini, mercanti), la maggior parte dei nostri antenati moriva a pochi chilometri da dove era nata. Le generazioni si succedevano, una dopo l’altra, senza che si registrasse nulla di ciò che siamo abituati a chiamare ‘progresso economico’.

Eppure al momento, malgrado tutto ciò, i nemici della scienza, della democrazia liberale e del liberalismo in generale sembrano molto più decisi a forgiare il nostro tempo di quanto non mostrino di fare i loro sostenitori.

Mentre la democrazia liberale purtroppo, come ci ha spiegato bene tra gli altri il filosofo austriaco Karl Popper nel suo celebre saggio ‘La società aperta e i suoi nemici’, non solo non è una conquista irreversibile, ma è una forma di governo delicata, complessa e difficile da esercitare e manutenere.

Il noto saggio dello scienziato politico americano Francis Fukuyama del 1992, ‘La fine della storia e l’ultimo uomo’, si è già guadagnato critiche molteplici: se pensiamo a quanto è successo da allora, non possiamo che ridere al pensiero che, dopo la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, la democrazia liberale dovesse essere lo scontato approdo finale di ogni nazione appena sviluppata. Ma oggi le ragioni per mettere in dubbio la raggiante previsione di Fukuyama sono molto, molto più numerose.

Sapere Aude!

Quando uno pensa molto e intelligentemente, non solo il suo volto, ma anche il suo corpo acquista un aspetto intelligente. Friedrich Nietzsche

 

L’intelligenza è il mezzo che l’evoluzione ci ha ‘donato’ per sopravvivere nel nostro ambiente, e ora dobbiamo utilizzarla anche per gestire emozioni istintive che erano adattative solo in un mondo passato. La facoltà di intendere e ragionare, eredità anch’essa ancestrale, è la nostra risorsa più preziosa. Se non la sfruttiamo al meglio, con fatica e dedizione, nessuno può assicurarci un lieto fine.

Scriveva Kant nel 1784 (‘Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?’):

“L’illuminismo è l’uscita dell’essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza  senza la guida di un altro. …… Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo. Pigrizia e viltà sono le cause per le quali tanta parte degli esseri umani, dopo che la natura li ha da lungo tempo liberati dall’altrui guida (naturaliter maiorennes), rimangono tuttavia volentieri minorenni a vita; e per questo riesce tanto facile ad altri erigersi a loro tutori. È così comodo essere minorenni!”.

Il liberalismo, il contesto culturale in cui l’Illuminismo è nato e si è potuto sviluppare, è una filosofia che postula l’estensione di tutte le specie di libertà a tutte le specie di individui e fa perno sulla democrazia liberale, sulla libera iniziativa individuale ed economica, sulla meritocrazia, sulle competenze e in primo luogo sulla libera circolazione di persone e di merci. Non dovremmo così mai dimenticare, come sosteneva un vecchio adagio liberale (riprendendo una frase di Frédéric Bastiat, economista e filosofo della prima metà del XIX secolo), che “dove non passano le merci e le persone prima o poi passeranno gli eserciti e i cannoni”.

 

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13 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Gian Pietro "Jumpi" Miscione

    Grazie a Paolo per un altro ottimo contributo.
    Purtroppo io sono assai pessimista e penso che l’Unione Europa è destinata a disfarsi entro al massimo due decenni perché mi pare probabile che forze affini a quelle che attualmente governano l’Italia raggiungano il potere in Francia o Germania.
    Una delle ragioni di questo pessimismo è dovuto al fatto che, come nel ’22 in Italia, non è per nulla chiaro come rispondere, con atti concreti ed efficaci, alla domanda: come si contrasta il fascismo al potere?
    Con le sue stesse armi? Violenza fisica nel ’22, “tifoseria da stadio” e violenza (per ora solo politica) nel 2018?
    Oppure provando a continuare a ragionare, anche se buona parte degli italiani non sembra volerlo/poterlo fare?

    Rispondi
    • Paolo Agnoli

      I motivi del nostro pessimismo attuale sono razionali, condivido le tue incertezze sul futuro e le tue domande, tutte. Che non riguardano solo l’Europa, ma il mondo (si sono aggiunte anche le elezioni in Brasile!). Questa notte il FMI oltre che tirare le orecchie all’Italia scrive, riferendosi esplicitamente al populismo e ai sovranismi: “trade war would make world ‘poorer and more dangerous’”. Un passaggio cruciale per il nostro futuro saranno così le elezioni di mid-term in USA, e qui mi piace essere ottimista. Vedremo. Grazie a te per l’incoraggiamento e l’utile commento Gian Pietro!

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  2. Viviana Alessia

    Come sempre una trattazione di ampio respiro, approfondita, documentata, chiara. Impossibile non leggere, rileggere, riflettere. Personalmente trovo illuminante il pensiero: “Costoro non vogliono abbattere i privilegi, ma essere loro i privilegiati”. Non è mia intenzione arrivare al riduzionismo, ma penso proprio che in questo pugno di parole stia la chiave della situazione esplorata. Probabilmente nessuno vuol cambiare niente, se non le proprie tasche, applicandone di nuove, capienti, ben robuste. I furbi si accodano; i meno dotati abboccano. Non è neanche una novità. L’ ignoranza l’ ha fatta sempre da padrona nel mondo. E la furbizia le si mette sottobraccio. Dubito che chi urla di amare il popolo e di essere parte del popolo sappia veramente cosa significa vivere nella ristrettezza che chi dal popolo viene conosce fin troppo bene, sappia cosa significa studiare con passione sognando di allargare i limiti, sappia cosa significa lavorare indefessamente garantendo onestamente tutto il possibile a tutti rinunciando a molto per sè, se non a tutto. Se fosse vero che il cosiddetto “popolo” è composto da autentici popolani, nessuno, certamente, si sognerebbe di gettare al vento quelle poche, disperate certezze che abbiamo conseguito con dolore e immensa fatica. Il vero problema è che non si vuole fare fatica, non ci si vuole applicare, non si vuole rischiare nulla, non si vuole assumersi oneri e responsabilità. La regola deve essere l’ arbitrio, la volontà personale, l’ individualismo, il proprio comodo. Prima si sono spezzati la schiena i soliti “secchioni” infaticabili? Peggio per loro. E adesso mazziamoli! Di più: viviamo di quello che questi poveri illusi hanno procurato per tutti. Ahimè! Si tratta del ” comunismo a metà ” ( di cui tanto sorridevano sornioni i vecchi dei paesi miei : veri vecchi del vero popolo ) e cioè “quel ch’ è mio è mio, quel ch’ è tuo facciamo subito a metà, l’ altra metà la verrò a prendere quando avrò consumato la prima”. Altro che democrazia diretta! Altro che liberalismo, merito, equità. È malata la democrazia, lo abbiamo detto già. È da molti anni che vedo lo scempio della persona onesta, che lavora, che si sacrifica, che ha e dà capacità e competenze, che cerca di seguire e dare una rotta. Si vuole non solo sfruttarla fino all’ osso, ma anche umiliarla e schiacciarla nella dignità, ovviamente per depredarla meglio. Semplice. E tristemente riduttivo. La scuola conta, eccome! Ma è diventata ormai un immenso sacco per troppi furbi, agnostici, incapaci, viziati. Non vi si curano i minimi formativi, figuriamoci il senso morale e civile, figuriamoci l’ educazione civica. Non vedo via d’ uscita. La china è ormai troppo sghemba. Però non posso fare a meno di chiedermi: ma senza medici, medicine, ricercatori, vaccini contro le vecchie e nuove pestilenze, senza qualcuno che studi, sudi, sgobbi e s’ applichi alle varie incombenze non è che la corsa si ferma anche prima di quanto si possa immaginare? Se i populismi del passato hanno portato lutti e tragedie immani si può ovviamente ipotizzare che lo stesso possa accadere in un prossimo futuro, a cominciare dalle mutate condizioni biomedicali : sarà la solita fake, ma circola voce che una nuova forma di vaiolo s’ aggiri tra i primati…e si sa quanto è breve il salto scimmia/uomo. Tanto per cominciare a sentirsi il terreno scottare sotto i piedi. Ma infine, dobbiamo per forza usare l’ espressione “populismo” per un modo di fare vecchio come il mondo, che è solo il solito, quotidiano, abusato modo di abbrutire il mondo? Populismo è un significante che mette in una condizione spregiativa il nome Popolo. Ma è proprio il Popolo ora ad essere indignato.

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    • Paolo Agnoli

      Cara Viviana, sono rimasto quasi emozionato a leggere il tuo gentilissimo, generoso e soprattutto prezioso commento. Questo tuo sintetico saggio, mi permetto di pensare, sviluppa e spiega meglio alcuni temi che ho appunto provato ad affrontare io. Mi auguro che ogni lettore che avrà la pazienza di leggere il mio intervento continui la lettura con i tuoi fruttuosi approfondimenti. Grazie di cuore. Sono d’accordo su tutto ciò che scrivi, e anche sull’insofferenza per il termine ‘populismo’ (spero si capisca indirettamente dal fatto che lo definisco un fenomeno multidimensionnale, multiforme e camaleontico). Ogni volta che l’ho usato (e rileggendomi mi rendo conto di averlo fatto troppe volte) ho provato quasi un fastidio fisico, per molti motivi ma anche per il fatto che, come scrivi tu, non fa onore al termine Popolo. Ma questo vocabolo ormai viene utilizzato da tanto tempo da filosofi storici politici politologi altri studiosi e gente comune. Difficile provare a cambiarlo. Difficile per me evitarlo.

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  3. Mac

    L’analisi è perfetta e non poteva essere sintetica. Essa evidenzia la capacità di una interpretazione lucida della realtà e presuppone una cultura di fondo di natura accademica. Vengano articoli , anche prolissi, come quello di Paolo che non conosco ma che non posso non stimare per le parole utilizzate. Finalmente piene e non svuotate di senso . Il “collasso nella catena significante ” direbbe J. Lacan. Spero che Paolo ci doni altre perle dall’alto della sua cultura e della sua capacità, forse unica, di rendere chiari concetti che molti conoscono ma che non sono in grado di esporre in questo modo. Io per primo.

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    • Paolo Agnoli

      Caro Mac, sono lusingato del suo benevolo e quasi magnanimo commento: da solo mi ripaga di tanta fatica, sinceramente. ‘La legge dell’uomo è la legge del linguaggio’, amava sottolineare Jacques Lacan, che anche io ho avuto modo qualche anno fa di leggere, anche se troppo superficialmente e solo in un saggio sulla sua opera ( ‘Lacan, oggi. sette conversazioni per capire Lacan’, di Benvenuto e Lucci). Credo sia proprio così, dovremmo provare a tenerne conto tutti: ne guadagnerebbe la comunicazione ma anche la convivenza tra esseri umani.

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  4. Silvia

    Lo so, è lungo da leggere, ma ne vale la pena. Una disamina della situazione attuale alla luce della Storia, quella con la S maiuscola.
    Prendetevi il tempo per leggere e riflettere!
    Grazie all’autore Paolo Agnoli, della cui amicizia mi onoro.

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    • Paolo Agnoli

      Grazie Silvia del gentile e incoraggiante commento, e del tempo dedicato alla lettura (purtroppo, è un fatto, non ho il dono della sintesi!). Ho sempre pensato, sin da ragazzo, che la massima (forse di Confucio, non ricordo bene ora) ‘studia il passato se vuoi prevedere il futuro’ sia giusta, utile e convincente. Quando decisi di iscrivermi a filosofia lo feci anche per questa convinzione.

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  5. Antonio Capolongo

    Ciao Paolo, grazie per questo puntuale scritto, un argine alla deriva populista. Grazie per la tua vicinanza al prossimo e agli ultimi, tra cui, purtroppo, ci sono anche tante persone perbene che hanno creduto e continuano a credere alle parole vuote di questi pifferai. Un caro saluto, Antonio P.S.: la tua passione civile mi ha evocato la poesia di Borges: I giusti.

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    • Paolo Agnoli

      Grazie a te Antonio, commento davvero apprezzato e gradito. Purtroppo la demagogia ha un grande potere nell’influenzare le nostre sincere credenze e convinzioni. Sin dai tempi dell’antichità. Sono felice del fatto che lo scritto abbia mostrato la mia passione: ma per ‘salvare il mondo’, come si augura Borges, serviranno milioni di persone come noi. Ma sono ancora ottimista.

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  6. ilpensierolibero

    Conosco Paolo, anche se, anche a causa delle diverse età, ho avuto una maggiore frequentazione con il padre Sergio. Ho letto con molta attenzione il suo articolo (contrariamente alla gran parte delle persone con le quali ho modo di interfacciarmi, non mi spaventa leggere) e ne condivido lo spirito e i contenuti. Purtroppo non riesco a nutrire lo stesso entusiasmo nei confronti delle nostre condizioni di vita che, lo ammetto anch’io, sono profondamente migliorate, ma a che prezzo? Se non ci muoviamo subito (e non se ne vede l’aria) siamo destinati a scomparire tra pochi decenni proprio in conseguenza di quel progresso, che ha portato tanti benefici, ma anche un degrado dell’ambiente che, ahimè temo sia ormai irreversibile.
    Paolo cita molti aforismi noti e ricchi di saggezza. Vorrei aggiungerne uno, lapidario, crudele, ma profondamente vero di François de La Rochefoucauld: La follia è molto rara negli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche, è la regola.

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    • Paolo Agnoli

      Grazie del gentile e pertinente commento. Questo non è certo ‘il migliore dei mondi possibili’, come affermava Leibniz. Su questo siamo d’accordo. Ma si può star male, eppure star meglio, come provo a spiegare nello scritto. Ritengo poi che, in ogni caso, giudizi irrazionali basati spesso su percezioni sbagliate della realtà (e non mi riferisco certo al tuo giustissimo allarme sulle condizioni dell’ambiente!!) sono pericolosi. E possono portare a ciò che scrive La Rochefoucauld, indubbiamente. Grazie anche per questa saggia e convincente citazione.

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  7. Francesco

    È lungo ma è valsa la pena arrivare fino in fondo. In pratica sono in buona parte i miei pensieri, esposti in modo strutturato e approfondito.
    Grazie all’autore e all’Unidici.

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