Il peso delle catene: lo schiavismo nella storia

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Gustave Boulanger. Il mercato degli schiavi

Gustave Boulanger. Il mercato degli schiavi

Una delle prime fake news della storia sulla schiavitù la dobbiamo ad Erodoto, secondo cui Cheope, ferocissimo tiranno, obbligò il suo popolo a costruire la grande piramide. Sulla base di questa leggenda e delle storie della Genesi riguardanti Mosè, Hollywood ci ha lasciato impressa l’immagine di masse servili affaticate, umiliate, frustate dai carnefici egiziani (vedi “I dieci comandamenti” di Cecil B. DeMille); nella realtà non solo del mitico Cheope si sa pochissimo, ma è ormai accertato che in Egitto il lavoro alle grandi opere pubbliche era un servizio di corvée obbligatorio in cui non si trascurava la copertura medica degli operai mentre alcuni decreti reali esentavano addirittura singoli o categorie di persone da questo obbligo. L’asservimento di esseri umani nell’antico Egitto si diffuse dal Nuovo regno e riguardava essenzialmente stranieri che comunque erano trattati con un certo riguardo.

Barbaro prigioniero. Scultura del I -II secolo d.C

Barbaro prigioniero. Scultura del I -II secolo d.C

Prima dell’avvento del Cristianesimo la schiavitù presso altre culture era ampiamente accettata, a cominciare dai Sumeri per passare ai Babilonesi e agli Hittiti; il codice di Hammurabi – una delle più antiche raccolte di leggi scritte – prevede vari tipi di schiavi, dai prigionieri di guerra, ai debitori insolventi, a quelli comperati e ai loro figli. I Greci, che erano convinti di essere superiori al resto del mondo, chiamavano gli altri popoli “barbari” e ne giustificavano la proprietà e l’uso, mentre è noto che i Romani ricavarono dalle guerre di conquista abbondantissimo bottino umano che utilizzarono per le più disparate mansioni. Se all’inizio della storia di Roma la condizione schiavile poteva essere terribile – un “dominus” aveva diritto di uccidere il malcapitato anche solo se era di umore storto – col tempo leggi più solidali ne migliorarono la condizione: dall’obbligo di curare lo schiavo malato, punendo il poprietario in caso di morte, al divieto di prostituirli e di castrarli, anche se va sottolineato che – essendo un bene costoso – gli omicidi vagheggiati nella peggiore letteratura trash (i poveretti gettati in pasto alle murene) non erano poi così frequenti, anzi. Non di rado si creavano relazioni di amicizia e di affetto che portavano poi all’affrancamento. L’estensione dell’Impero romano permetteva l’arrivo in città di mano d’opera di ogni razza e colore, e la provenienza geografica determinava la specializzazione delle mansioni: spesso ai greci – più colti e raffinati dei latini – si affidava l’istruzione dei rampolli delle case signorili, mentre ai robusti Traci e Africani erano assegnati lavori pesanti a meno che non fossero spediti nei circhi come gladiatori.

Scena di castrazione da una miniatura persiana

Scena di castrazione da una miniatura persiana

Nel Medioevo il Cristianesimo – pur riconoscendo l’importanza della schiavitù nelle grandi proprietà fondiarie – ribadì il divieto di servirsi di uomini battezzati, per estendere in seguito a tutta la popolazione europea i sacramenti. Anche Carlo Magno emanò disposizioni in tal senso (che spesso non furono osservate), e nei secoli successivi non mancarono provvedimenti delle autorità comunali come il testo di legge del “Liber Paradisus” di Bologna del 1256 in cui la città, prima tra tutte, annunciava la liberazione di circa 6000 tra servi e schiavi. Quel che valeva per i cristiani non valeva però per le altre fedi: città marinare come Genova e Venezia si arricchirono anche col commercio di esseri umani provenienti dall’Asia centrale, (soprattutto Tartari e Circassi), mentre il centro di tutti i traffici del Mediterraneo era la città francese di Verdun, chiamata anche “la fabbrica degli eunuchi”, per l’abitudine di castrare i maschi caucasici prima di spedirli nei paesi arabi. Questa pratica crudele era stata inventata in Cina e fu adottata solo più tardi dall’Islam dal momento che Maometto l’aveva vietata; tuttavia i poveretti, diventati innoqui come maschi, erano perfetti per custodire gli harem e il precetto del Profeta fu rapidamente ignorato e anzi sostituito dalla produzione in serie di castrati in località specializzate allo scopo.

Carlo Crivelli. San Tommaso d'Aquino

Carlo Crivelli. San Tommaso d’Aquino

Per tornare al fenomeno della tratta degli schiavi, occorre aggiungere che dal V secolo e con notevole ipocrisia papa Gelasio – pur vietando il commercio ai cristiani – lo permise agli ebrei che se la cavarono egregiamente anche grazie alla loro notevole conoscenza delle lingue. Il tema è delicato perché è stato cavalcato dall’antisemitismo più bieco che dimentica che la terribile pratica era vantaggiosa sia per i giudei che per i cattolici. L’atteggiamento della Chiesa nei riguardi dello schiavismo fu ambiguo e altalenante: nel Vangelo Cristo non ne parla direttamente e fino al IV secolo non vi fu alcuna aperta denuncia del fenomeno. Fu il vescovo e teologo Gregorio di Nissa a considerare per primo il possesso di altri esseri umani un peccato grave: “c’è forse qualche differenza fra schiavo e padrone? Non traggono essi il respiro alla stessa maniera? Non guardano il sole a un modo? Non si conservano parimenti in vita alla condizione di nutrirsi? (…) dopo la morte, non diventano cenere entrambi?”. In seguito vari Concili si adoperarono per migliorare la condizione degli schiavi: dalla protezione per quelli che – scappati dai maltrattamenti – si rifugivano nelle chiese, al divieto di batterli, all’obbligatorietà del riposo domenicale. Nel XIII secolo Tommaso d’Aquino dichiarò lo schiavismo un peccato grave, ciò nonostante è dimostrato come anche i Pontefici sorvolassero ampiamente sui precetti del “Doctor angelicus”: dall’autorizzazione di Niccolò V a ridurre in schiavitù “i Saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo”, al fitto scambio epistolare in materia tra Papi e funzionari vaticani che culminò nell’acquisto da parte di Innocenzo X di 100 schiavi turchi per le galee dello Stato della Chiesa. Fino al XVIII secolo inoltre in Vaticano esisteva un “intendente pontificio per gli schiavi”.

Torre d'avvistamento in Puglia

Torre d’avvistamento in Puglia

“A tocchi a tocchi la campana sona, li turchi so’ arivati a la marina”: questa vecchia canzone della malavita romana evoca il terribile ricordo delle incursioni dei pirati saraceni, per respingere e quali furono costruite dal Medioevo molte torri d’avvistamento che tutt’oggi punteggiano le coste italiane. L’espansione dell’Islam incrementò le attività di pirateria nel Mediterraneo dopo l’VIII secolo: il bottino era costituito da carichi di spezie, grano o altri generi alimentari, beni di pregio e soprattutto da uomini e donne da rivendere come schiavi per mano d’opera a basso costo o destinarli ai remi delle galere, oppure chiedendo cifre esose per il riscatto dei più ricchi e nobili. Nel 1575 questo destino sarebbe toccato anche a Miguel de Cervantes, il celebre autore del “Don Chisciotte”, rimasto prigioniero per cinque anni e infine liberato con l’aiuto della famiglia. Ancor prima della scoperta dell’America l’Africa fu considerata un ricchissimo bacino per la cattura e la vendita di uomini, un traffico organizzato non solo dagli arabi, ma dagli stessi africani che razziavano i villaggi facendo anche molti morti. In quanto al fenomeno della tratta delle bianche è stato largamente sminuito: è vero che a volte le ragazze particolarmente belle erano destinate agli harem del sultano o dei dignitari ottomani, ma in considerazione della necessità di forza lavoro erano più ricercati maschi giovani e robusti. Il mito, carico di torbido erotismo, è stato duro a morire: fino alla fine del secolo scorso circolava la leggenda metropolitana di boutiques che drogavano e rapivano le clienti lasciando il marito disperato a cercarle.

Asta pubblica per la vendita degli schiavi

Asta pubblica per la vendita degli schiavi

Con le grandi scoperte geografiche del XV e XVI secolo ci fu ulteriore necessità di schiavi da utilizzare nelle piantagioni di cotone, tabacco, canna da zucchero e caffè. Già Cristoforo Colombo, che non era certo un santo ma – come dimostrato dai documenti – un ambizioso governatore che non esitava a mozzare lingue e nasi e mandare alla forca chi gli si opponeva, aveva regalato a Isabella di Castiglia un gruppo di indios che la regina, più cristianamente di lui, si affrettò a liberare. Spagnoli e portoghesi, e in seguito olandesi e francesi, si accorsero ben presto che i nativi americani non avevano sufficiente resistenza fisica: molto più conveniente era la brutale tratta dei neri africani che sarebbe durata senza sosta fino alla fine del Settecento.

I numeri dello sporco commercio – che gli afroamericani chiamano “black holocaust”- sono molto incerti, ma la maggior parte degli storici contemporanei stima che si aggirasse tra i 9,4 e i 12 milioni di esseri umani. Più che delle note e durissime condizioni di lavoro, mi sembra opportuno parlare dell’ideologia alla base del trattamento disumano degli uomini (e donne) di colore. Il colonialismo giustificò la propria ragione d’essere sulla base dell’idea che le popolazioni africane appartenessero a una razza inferiore a quella bianca. Per motivare questa bella pensata si ripescò anche la Bibbia e la maledizione lanciata da Noè sui discendenti del figlio Cam, che avrebbero in seguito occupato l’Etiopia. La cosa, che non ha alcun fondamento storico, fu un pretesto per stabilire che il colore della pelle era un simbolo dei peccati compiuti in antichità, e propedeutica alle cosiddette pratiche di civilizzazione dei missionari sempre a seguito dei conquistatori. Il dibattito sulla inferiorità dei “negri” continuò arricchendosi di infiniti pregiudizi. In pieno Illuminismo Voltaire affermò: “è una questione seria quella di considerare se gli africani siano discesi dalle scimmie o se piuttosto le scimmie siano provenute da loro”; per altri chi aveva la pelle scura era colpito da una forma di lebbra; oppure era insensibile e non provava dolore neanche se bruciato vivo; e se la testa era più grande di quella dei bianchi, in compenso il cervello era più piccolo con conseguente e notevole calo dell’intelligenza (come è noto questa stupida teoria è stata applicata anche al genere femminile).

Moretti reggicandelieri, XVIII secolo

Moretti reggi candelieri, XVIII secolo

Gli schiavi neri sono stati anche una “simpatica” macchia di colore nelle opere d’arte, in particolare dal Rinascimento in poi: nel Miracolo della Croce di Vittore Carpaccio, uno dei gondolieri è certamente uno schiavo nero, mentre non si contano le opere di alto artigianato, dai gioielli, alle sculture, alle sedie (in particolare quelle dell’intagliatore bellunese Andrea Brustolon) in cui i “moretti”, a volte in costume sfarzoso, a volte con le catene al collo, esercitano funzioni di telamoni – la versione maschile delle cariatidi – reggendo il peso di candelabri o vasi cinesi. Nonostante il Europa lo schiavismo abbia avuto anche ferventi oppositori, il processo per l’abolizione totale iniziò solo all’inizio dell’Ottocento a partire dall’Inghilterra con lo “Slave trade act”. Oggi gli studi sul Dna hanno dimostrato che le differenze tra una popolazione e un’altra sono solo sfumature in termini genetici e che quindi il razzismo non ha alcun valore scientifico ma semplicemente nasce dalla paura dell’altro e della sua diversità. Ma ha alimentato per millenni la storia della schiavitù ed è purtroppo ancor oggi alla base dello sfruttamento dei fenomeni migratori.

Fonti:

https://www.focus.it/scienza/scienze/si-puo-parlare-di-razze-umane

http://ita.anarchopedia.org/Schiavismo

http://ilfenotipoconsapevole.blogspot.com/2016/07/catene-in-paradiso.html

http://geostoria.weebly.com/la-tratta-degli-schiavi.html

https://romaeredidiunimpero.altervista.org/la-schiavitu-nellantica-roma/

 

 

 

 

 

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