Caserta, da Terra di Lavoro, a Terra d’Arte

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Ultimamente qualcuno mi ha chiesto: “Sei una critica d’arte?”, mi ha sentito parlare animosamente di un argomento che mi sta molto a cuore, ho sorriso gentilmente dicendo di ‘no, non mi occupo di arte’.
In realtà l’arte, in ogni sua forma, rimane uno degli argomenti di cui amo di più parlare e sapere.
Il libro di Luca Palermo, “CASERTA 70 – Movimenti artistici in Terra di Lavoro”, edito dalla casa editrice “Terre Blu”, mi ha stregato.
Sarà che lo scrittore/ricercatore/curatore napoletano affronta un tema che mi sta molto a cuore: l’arte a Caserta. Sarà che questa terra, la mia terra, ha una ferita aperta che sanguina da anni. Soprannominata “Terra di Lavoro”, questa denominazione è sempre sembrata più una presa in giro che altro, perché di lavoro qui ce n’è sempre stato molto poco e la cosa è anche peggiorata con il passare degli anni. Sarà perché nessuno, anche ultimamente, ci ha mai risparmiato umiliazioni. Sarà che la Campania Felix, così cara ai latini, io me la porto dentro come un Sole che non tramonta, io questo libro l’ho amato dalla prima all’ultima pagina. Dalla prima immagine all’ultimo documento.

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Luca Palermo è un ricercatore universitario che lavora presso il Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università della Campania “L. Vanvitelli”, è inserito anche lui in questo territorio, ne conosce i pregi e i limiti, e anche lui, come me, è nato dopo gli anni di cui parla nel suo libro, eppure è riuscito a farci conoscere quel periodo come se lo avesse vissuto.
A dire il vero ho scoperto un sacco di cose interessanti, di cui non ero a conoscenza.
Il ’68 che sembra aver segnato solo le città più importanti partendo da Parigi, arrivando fino a Milano, a Roma, in realtà ha lasciato un segno anche qui. È stato interessante scoprire come questi giovani artisti del tempo utilizzassero luoghi poco consoni alle manifestazioni artistiche: il cortile del portone di una zia, un garage in disuso, una piazza di paese, potevano diventare luoghi d’arte. E loro, da soli, sono riusciti a realizzare tutto questo e a coinvolgere altre persone.
In un’area che abbraccia Caserta, Santa Maria Capua Vetere, Capua, Aversa, Marcianise, hanno realizzato dei punti di aggregazione lavorando insieme.
Oggi può sembrare cosa di poco conto, ma immaginatela cinquanta anni fa, quando non esistevano i mezzi di comunicazione che abbiamo oggi, quando solo per possedere la copia di un giornale meno noto e diffuso in zona si dovevano aspettare giorni e giorni, riuscite anche solo ad immaginare la forza di volontà di questi artisti?
La genialità di menti aperte ed evolute, in una realtà che offriva molti pochi spunti.
Attraverso il libro ho avuto modo di apprezzare l’impegno e la costanza, la loro voglia di fare per far sentire la loro voce.

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Sono diversi gli episodi che hanno attirato la mia attenzione, talmente contemporanei da ricordare gli ‘impacchettamenti’ di Christo, quando decisero di opporsi alla confisca di un palazzo a Succivo, coprendo la facciata con teli di plastica e sigillandola; attuali al punto da anticipare l’idea di Maurizio Cattelan e il suo water d’oro con l’opera di Raffele Bova, Operazione CE(S2)O del 1974; anticipatori della realtà che avremmo vissuto con la distribuzione del certificato “Disoccupato Intellettuale”, in seguito al conferimento di un qualche titolo di studio; vicini ai problemi sociali con le manifestazioni contro l’Apartheid.

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Come non restare affascinati da tutto questo?
Oggetti comuni che diventano simbolo: gabbie, ruote, teli, muri, edifici, ma più delle cose, la potenza del gesto che apre uno spiraglio verso una nuova società.
Nessuno aveva ancora mai parlato dell’importanza di questi movimenti artistici del territorio casertano, nessuno si era soffermato a studiarli, e oggi, Luca Palermo ci offre la possibilità per conoscere la nostra storia recente, e lo fa in maniera sapiente ed accurata.
Arte che si distacca da tutto ciò che è stato fino a quel momento e inizia ad essere anche lotta e politica.
Il modo di guardare all’oggetto cambia, non più solo fonte di contemplazione ma atto di protesta, di denuncia. L’arte diventa il mezzo per comunicare, al servizio dei più deboli, degli oppressi.

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Erano gli anni delle lotte nelle fabbriche, mentre il territorio casertano iniziava a cambiare il suo aspetto, l’economia sostanzialmente basata sull’agricoltura, lascia il posto alle industrie, che in realtà non attecchiranno mai totalmente in questa regione, a parte alcuni casi isolati. La sua inclinazione era un’altra contadina e rurale, difficoltà che si ripropongono ancora oggi. I paesi iniziano a cambiare, ma non si trasformeranno mai in città, come è successo in altre parti di Italia. La Campania ha pagato un sacrificio in carne umana, in menti, elevatissimo, si è svuotata e sta invecchiando sempre di più. Questo libro riprende perfettamente quegli anni, ci fa capire cosa è successo.
Non affronta solo il tema artistico, dunque Palermo, ma anche quello politico, e lo fa con i documenti, con le testimonianze di chi c’era e ha provato ad intervenire.
Lo segue in questo percorso, il professore emerito Enrico Crispolti, già curatore nell’edizione del 1976 della Biennale di Venezia.
Fu un’edizione particolare quella, come racconta lo stesso Crispolti in una postfazione al saggio.
Gli artisti casertani si riunirono in collettivi, i più noti furono: Collettivo Lineacontinua, Proposta ’66 Terra di Lavoro, Comune 2, Junk Culture, Humor Power, Livio Marino ed Antonello Tagliafierro S.R.L.
Tra i protagonisti di quegli anni ricordiamo lo stesso Crispolti, Aldo Ribattezzato, Giovanni Tariello, Paolo Ventriglia e moltissimi altri, che ricorrono di frequente tra le pagine di questo libro.
Organizzarono eventi che erano vere e proprie performance dal vivo, invitarono gli artisti più importanti del tempo, strinsero amicizie con i protagonisti dell’arte di altre zone d’Italia.
Crearono un vero e proprio movimento culturale che andava oltre il confine regionale.
Numerosi sono i documenti che attestano la partecipazione di artisti ed intellettuali come Renato Guttuso, Dario Fo, Eugenio Miccini, Antonio Del Guercio.
Attestati di solidarietà arrivarono anche dalla politica, non amavano definirsi ‘artisti’, preferivano ‘operatori estetici nel sociale’, qualcuno che potesse urlare il disagio e la disapprovazione degli ultimi. Molta vicinanza fu dimostrata anche dall’allora segretario del PCI, Achille Occhetto.

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Il libro è scritto in uno stile elevato, accurato, ma accessibile a tutti. Chi vuole informarsi su quel periodo storico troverà nel racconto di Luca Palermo, un prezioso contributo. Il testo è diviso in capitoli che sono quasi delle tappe sulla linea temporale della storia casertana, le note aiutano ad orientarsi nel racconto.
Importanti sono i documenti a supporto di ogni capitolo. Lo scrittore è chiaro nell’esposizione, ci rende semplice la comprensione di cose che potrebbero risultare complicate.
Ha letto tanto e ha incontrato gli artisti del territorio, ha raccolto testimonianze, ci ha fornito un’opera unica e indispensabile.
Lo abbiamo raggiunto per una chiacchierata.

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Caro Luca, innanzitutto come stai? Hai trascorso buone vacanze? È stato piacevolissimo leggere il tuo libro. Scritto finemente. Hai affrontato un tema davvero interessante e poco noto ai più, ci hai avvicinati alla nostra storia e al nostro territorio. Come mai hai deciso di affrontare proprio questo argomento? È il risultato di qualche recente ricerca che stai affrontando in Ateneo?

Ciao Imma, grazie mille a te per avermi contattato. E un saluto ai tuoi lettori. Tutto bene, grazie. Nel corso del 2015, quasi per caso, cominciai ad interessarmi del decennio Settanta in Terra di Lavoro. L’occasione fu ghiotta: il consorzio Agrorinasce (per il recupero dei beni confiscati alla Camorra) chiese al Dipartimento per il quale lavoro una collaborazione per l’allestimento di una mostra per il lancio di un immobile confiscato a Casapesenna. Allestire una mostra semplicemente con opere mi sembrava molto riduttivo dato il contesto per il quale, ero convinto, fosse necessaria una mostra che potesse essere un’esperienza diretta di coinvolgimento per chi la visitasse, cosa che gli artisti che lavoravano nel suddetto decennio avevano ampiamente fatto. Ovviamente conoscevo molto bene la situazione napoletana dei Settanta, ma data la collocazione dell’immobile in Terra di Lavoro, mi chiesi se forse non fosse il caso di indagare lo stesso decennio in tale territorio. Così cominciai a scavare negli archivi degli artisti. Venne fuori un enorme mole di materiale che andava sistematizzato. Il mio ultimo libro è il risultato, dunque, di una ricerca cominciata nel 2015 e terminata solo ad inizio 2018. Quattro anni intensi, durante i quali io, per primo, mi sono sorpreso della vivacità artistica di Terra di Lavoro.
Del resto ho sempre apprezzato ogni manifestazione artistica che non fosse vincolata ai soliti contesti espositivi (musei o gallerie). Ho scritto un volume sull’arte negli spazi pubblici e svariati articoli sul ruolo sociale dell’arte. La maggior parte si trovano anche on-line sulla mia pagina  www.unina2.academia.edu/LucaPalermo. L’arte ha sempre accompagnato la mia vita; sin da bambino quando i miei genitori mi portavano (spesso contro la mia volontà, ma oggi non smetto mai di ringraziarli) a visitare musei e siti archeologici in giro per l’Italia e per l’Europa. Date queste premesse per me fu naturale frequentare il liceo classico di Pomigliano d’Arco (città dove ho vissuto fino a qualche anno fa; lo stesso Liceo che ha formato, ahimè, anche Luigi Di Maio… A questo punto comincio a dubitare della qualità del mio liceo….scherzo). Anche la scelta dell’università fu molto semplice… ovviamente lettere, indirizzo storico-artistico alla Federico II. Dopo la Laurea in Storia dell’Arte Contemporanea, decisi che il mio percorso formativo doveva necessariamente continuare; mi iscrissi al corso di Laurea in Storia dell’Arte presso l’allora Seconda Università di Napoli; qui conobbi la prof.ssa Gaia Salvatori, docente di Storia dell’Arte Contemporanea, la mia maestra, alla quale devo quasi tutto. Con lei presi un’ulteriore laurea, ma ancora non mi sentivo soddisfatto della mia preparazione; continuai, allora, con i corsi post-lauream: scuola di specializzazione in Beni Storico-Artistici prima, e Dottorato di Ricerca poi. Sono fortunato perché, già da qualche anno, lavoro come ricercatore nel Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università della Campania che mi ha formato.

Un bellissimo percorso di studi e una formazione altissima. Complimenti. Attualmente c’è qualcosa sul nostro territorio di vagamente simile a quello sviluppato da questi artisti tra gli anni ’60 e ‘70? C’è qualcosa che sta fermentando o è tutto fermo e statico? Soprattutto riferito ai giovani.

Tentare oggi di trovare giovani artisti che perseguono le metodologie degli anni Settanta sarebbe forse anacronistico. E forse oggi i giovani artisti non vorrebbero nemmeno farlo. Ci sono tanti artisti promettenti, molti dei quali li conosco personalmente e con molti di loro discuto spesso sul ruolo dell’arte e dell’artista. Oggi i giovani sono troppo spesso plagiati dal mercato e dal sistema dell’arte per entrare nel quale sembrano disposti persino a fare aggiusti al loro modo di operare. Penso che oggi manchi quella libertà che nei Settanta si respirava quotidianamente; manca forse anche il coraggio da parte dei giovani artisti di non cedere alle lusinghe della galleria importante e portare avanti il loro lavoro senza guardare al mercato. La colpa però non è solo degli artisti, ma anche della critica d’arte che, dico spesso, da militante è diventata latitante… Ritengo che la buona critica dell’arte contemporanea oggi sia molto difficile da trovare: sulle riviste non esistono recensioni negative (eppure io vedo molte mostre oscene in giro), il critico è quasi un tele imbonitore oramai che deve vendere un prodotto per avere il suo tornaconto economico. Il sistema dell’arte contemporanea è molto contorto e molto costruito su fattori economici. Questa è la motivazione per la quale quando curo mostre in gallerie private non voglio assolutamente nulla derivante dalle vendite delle opere.
Nel nostro territorio, oggi, vedo solo timidi tentativi da parte di giovani artisti (chi decide chi è artista e chi no?) che, tuttavia, non ritengo ancora maturi. La colpa però è anche di un sistema di formazione artistica non all’altezza e la carenza di spazi espositivi degni di nota. Diciamo che in Terra di Lavoro ci si prova, ma non sempre si riesce.

Un problema quello delle gallerie e della critica di cui si sente parlare sempre più spesso. Era il momento giusto per pubblicare questo libro? Che accoglienza stai riscontrando? C’è voglia di fare e di partecipare?

Non so se fosse il momento giusto o meno; posso dirti che la voglia di pubblicare le mie ricerche per far riemergere una storia troppo presto dimenticata, mi ha spinto ad accelerare i tempi. È un libro di nicchia, un libro, forse, per addetti ai lavori; nessuno storico dell’arte si aspetta le vendite da best-seller, ma l’accoglienza che il volume riceve alle presentazioni è sempre molto positiva.
Si avverte oggi un desiderio di partecipazione, ma purtroppo poco nei giovani che sembrano sempre molto disinteressati ad essere parte di qualcosa (fortunatamente non tutti). Noto anche che, così come accadeva negli anni Settanta, oggi si avverte la voglia di decentrare la cultura: allontanarsi dalle grandi città per far nascere piccoli spazi indipendenti e di ricerca in zone lontane dai circuiti ufficiali.

Ci sono molti riferimenti a Pier Paolo Pasolini in questo libro. In questo periodo storico facciamo ancora bene a parlarne, dobbiamo parlarne. Ma perché, secondo te, sentiamo questa esigenza di rifarci a grandi nomi del passato? Sicuramente hanno segnato tutta la nostra crescita culturale futura dalla loro morte, ma possibile che non ci siano intellettuali in grado di arginare il degrado morale che stiamo attraversando in questo periodo storico. E anche chi potrebbe avere voce in capitolo, in realtà è debole o proprio non si schiera. Che ne pensi?

La maggior parte degli intellettuali che oggi leggiamo e di cui parliamo hanno comunque lavorato anche nel decennio Settanta. Oggi sembra che essere intellettuali corrisponda ad essere un radical chic fuori dal mondo che guarda allo stesso da una distanza siderale. Ovviamente è un grave errore pensare questo. Ma guardiamoci attorno un attimo: la figura dell’intellettuale in Italia oggi cosa è diventata? Forse con qualche intellettuale in più non avremmo Di Maio e Salvini…

Importante la manifestazione contro l’Apartheid del 31 Agosto 1977. Fai un parallelo tra il dramma vissuto dalle popolazioni di colore negli USA e le popolazioni del Sud, da sempre emarginate dal governo centrale, soprattutto la provincia di Caserta, che patisce anche la sudditanza nei confronti di Napoli. Come darti torto? Secondo te, oggi, c’è ancora quella voglia di apertura al diverso nelle regioni del Sud? Siamo sempre stati un popolo accogliente, ce lo insegna la storia, pensi che la frustrazione abbia cambiato qualcosa anche in questo tipo di scambi culturali?

“Non sono razzista ma…” è la frase che molto spesso sento nelle discussioni tra ragazzi e non. Quel ‘MA’ non dovrebbe esserci; siamo stati un popolo accogliente e aperto, forse in passato, oggi, non ho paura a dire che non lo siamo. Si ha paura dell’altro, del diverso; non ci si ferma ad ascoltare le storie di queste persone, si giudicano e basta. Nonostante ciò queste persone ci vogliono bene e ci apprezzano come popolo. Questa estate in spiaggia spesso mi fermavo a parlare con i venditori ambulanti, per ascoltare le loro storie, capire il perché di certe loro scelte. Tutti, nessun escluso, mi dicevano che gli italiani sono un popolo buono (Salvini cattivo però! mi disse un venditore del Bangladesh). Penso che ascoltando, parlando e condividendo del tempo con queste persone possiamo solo migliorarci.

Quanta stima nutri per il professore Enrico Crispolti?

Crispolti per me è una sorta di divinità da venerare. Ho letto tutti i suoi libri ed è grazie ai suoi scritti che ho maturato una idea di arte che fosse politica e poetica. Quando inviai il mio manoscritto al prof. per avere una sua postfazione non mi aspettavo nemmeno una sua risposta. Ma da grande uomo qual è, non solo mi rispose alla mail, ma mi invitò al suo studio a Roma. Ovviamente presi il primo treno utile e lo raggiunsi. Quando lo conobbi personalmente, mi resi conto di che uomo (prima che storico) fosse: una persona di un’umiltà disarmante che elogiò il mio lavoro come un padre farebbe con un figlio. Ma la cosa più bella di quell’incontro fu quello che mi disse prima di salutarci: “Non cambiare mai; sii sempre indipendente; tu mi ricordi me alla tua età”; ebbi la pelle d’oca.

E come dargli torto? Nell’ultima parte del tuo libro, quella dedicata alla conversazione con il professore Crispolti, a un certo punto dici che gli artisti hanno smesso di fare arte in modo aggregativo. Tutto ciò è sicuramente sintomatico del narcisismo crescente e dilagante, per colpa del quale chi occupa ruoli importanti nell’arte, ma anche in altri campi, tende a tenere per sé tutti i meriti. Eppure proprio ultimamente sono venuta a sapere di diversi collettivi in varie zone di Italia che hanno ripreso questa metodologia di espressione artistica, soprattutto nel campo delle arti figurative pittoriche, o fumettistiche.
Serate in cui diversi disegnatori si incontrano per realizzare insieme opere in locali o luoghi all’aperto, e il pubblico può partecipare.
Forse la funzione non è prettamente di protesta, ma potrebbe essere uno spiraglio.
Che ne pensi?

Non so; io tutta questa voglia di fare insieme non la vedo. Lavorare insieme significa condividere ideologie ed obiettivi e, perché no, anche il successo. Oggi gran parte degli artisti sono demiurghi solitari.

Purtroppo è così, ognuno sente l’esigenza di essere il proprio centro di gravità permanente. A che punto si trova l’arte, in questo momento, in Italia? Ha voglia di denuncia o solo di farsi ammirare in quanto tale? Ci sono dei nomi che vorresti proporci?

Poca voglia di denuncia e tanta voglia di farsi ammirare. Nonostante ciò ci sono dei giovani molti interessanti che da tempo seguo. Tra gli altri: Paolo Puddu, Marco Rossetti, Luisa Terminiello… Sono tutti artisti campani, o formatisi in Campania, di grande spessore artistico ed intellettuale. Ne sentirete parlare o già ne avrete sentito.

Quanto è stato difficile scrivere questo libro, mettere insieme tutti i documenti, le opere, i testi?

La parte più difficile di un libro di ricerca storico-artistica è appunto la ricerca delle fonti. Soprattutto per il contemporaneo, sembra paradossale, ma le fonti sono, spesso, difficili da reperire perché gli stessi artisti molte volte non reputano il loro tempo pronto ad essere storicizzato e, quindi, non si preoccupano di conservare documenti, fotografie, etc. Ho iniziato dall’archivio di Andrea Sparaco, una miniera d’oro per gli studi sugli anni Settanta. Dai documenti rinvenuti ho creato collegamenti con altri artisti e con intellettuali di diversa estrazione (filosofi, musicisti etc.); ho bussato alla loro porta e, fortunatamente, sono stato accolto da tutti con grande disponibilità avendo loro capito l’importanza della storicizzazione (anche nell’ottica della valorizzazione di una storia e di un territorio) di quanto da loro fatto tra il 1965 il 1980. Questa survey di archeologia contemporanea è durata circa tre anni. Raccolto il materiale qualche altro mese è servito per la sistematizzazione dello stesso. Scrivere, sembra strano, ma per chi fa ricerca è la parte più semplice.

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Dove ti incontreremo prossimamente e c’è già qualche nuovo progetto in campo?

Intanto ci saranno altre presentazioni del volume extra-regionali. Ne sono già state pianificate una a Roma, una a Siena e un’altra a Milano. Parlerò ancora degli anni Settanta in Terra di Lavoro ad un convengo che si terrà nel mese di novembre prossimo a Roma, presso il Museo MACRO. A breve sarà disponibile in libreria un altro volume, a cura mia, che cerca di fare il punto sugli anni Settanta nella nostra regione, attraverso testimonianze non solo di storici dell’arte, del teatro e della fotografia, ma anche attraverso scritti realizzati ad hoc dagli artisti attivi in quegli anni.
Inoltre un piccolo spazio per la curatela di mostre cerco sempre di riservarmelo: nel 2019 ho un bel progetto, già approvato, di contaminazione tra arte contemporanea ed archeologia che si terrà presso il Museo Archeologico di Napoli.
Ovviamente a tutto ciò si affianca la mia attività di ricercatore universitario. Sto programmando per la fine del 2018 e tutto il 2019 una serie di incontri (che si terranno presso il mio dipartimento) con importanti artisti nazionali ed internazionali; saranno incontri aperti ai nostri studenti, ma anche a chiunque abbia voglia di conoscere da vicino il mondo degli artisti. Infine ho da circa un anno iniziato lo studio dell’esoeditoria campana degli anni Settanta; ho recuperato già gran parte delle riviste indipendenti del decennio e le sto digitalizzando. In tal modo questi materiali (si tratta, ad oggi, di circa 500 pagine) non solo mi saranno utili per la stesura di un volume che vedrà la luce, spero, ad inizio 2020, ma saranno messi a disposizione (on-line o su postazione fissa presso il mio Dipartimento) di chiunque voglia consultarli.

Bellissima questa iniziativa. Continueremo a seguirti. C’è qualche domanda che non ti ho fatto, ma che ti saresti aspettato?

Sono un tipo abbastanza logorroico, non mi tentare altrimenti ne esce un altro libro.

Beh, accetto l’invito e allora scriviamolo! Grazie mille per la tua disponibilità, Luca. Bravissimo.

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