Belfast

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Waterfront

Waterfront

Entrare ogni volta in Belfast riduce lo spazio temporale e fa coesistere due mondi, un passato più o meno recente a seconda della propria percezione storica e dell’età ed un presente altrettanto distonico e peculiare.
La mia seconda visita l’ho vissuta come un tornare a casa, come un affratellarsi ad un mondo così lontano per origini e vicende ma perdutamente empaticamente vicino, tale da creare, per soddisfarle poi, continue curiosità sui perché e sul come  il dolore abbia qui attecchito ma senza esserne sopraffatti.
Il  ricordo senza dubbio rimanda agli scontri trasmessi dai mass media negli anni dei “troubles”: una popolazione divisa in due da un diaframma politico religioso che sembrava insanabile, la lotta durissima fra fazioni che ha generato lutti e sfacelo non solo materiale, ma da cui si può risorgere, dalla miseria e dalla disperazione si può si deve trarre linfa vitale per riemergere.
Si cammina fianco a fianco con chi era nemico, ci si guarda non più con l’ostilità e l’odio feroce, il saccheggio dell’anima oltre che dei corpi. Belfast mi rimanda a tutto questo dolore. Ma anche al suo superamento.

Entrarvi ogni volta mi riporta a galla il sentimento che dovrebbe renderci tutti migliori, l’andare oltre, alla ricerca di una possibilità sempre, ovunque sia da cercare. Che la barriera esiste e va scavalcata, che aldilà del muro c’è un viso come il tuo.
L’Europa Hotel  lo vedi appena emergi dal Mall, galleria che dalla stazione conduce al centro. Mi fermo sempre ad osservare questo strano albergo, preso di mira al tempo, dove sostavano i giornalisti che volevano testimoniare la lotta e la durezza di quei giorni.
E, di fronte, The Crown Liquor Saloon con i suoi arabeschi liberty, impenetrabile nelle ore di punta ma che mi invoglia sempre un passaggio: emozioni contrapposte di morte e di vita.

Titanic Museum

Titanic Museum

Poi i soliti Starbucks, Caffè Nero, soste la cui routine nelle varie città d’Europa ben conosco ed apprezzo. Dalle vetrine i colori e le sfumature punk, il traffico non eccessivo, la mancanza di fretta caotica che ravvisi altrove. Sul tavolo la city map pronta ad aggrovigliarti nei giri turistici di rito o nei meandri della tua immaginazione, che possano rendere singolare ed unica la visita.
I bus frequenti, puliti ed in orario ti conducono per mano nei luoghi prescelti, dalla Queen’s University al Titanic Quarter, dal Waterfront al centro commerciale futuristico che non ti aspetti. La sagoma del Titanic Museum, algida ed imponente, ti avvolge come le raffiche di vento che qua spesso fanno compagnia e non riesci più a distoglierne lo sguardo.
Il desiderio ed il destino spesso beffardo di una terra da cui molti sono partiti e pochi tornati, ricerca di una felicità sempre sfuggente. Il mare di vita, di commercio e ricchezza che si trasforma in mostro divoratore e ingiusto. Ovunque il richiamo ad un’immane tragedia divenuta business arte oggetto film.

Victoria Square

Victoria Square

Nelle stanze del City Hall struggenti resoconti dagli anni bui, parole che si conficcano dentro come impronte che vorresti cancellare subito. Com’è stato possibile?

Ovviamente è d’obbligo il cammino lungo i muri che descrivono i “troubles” ma non solo, intrecciandosi ad altri simili mondi  in precario equilibrio sparsi ovunque; le immagini vivide rendono la memoria dei morti giovani, degli ideali di libertà, delle sconfitte o delle glorie presunte. Ora che Belfast vive un’altra storia, ha depositato nel suo dna le scorie di tutto questo.
I visi dei bambini che giocano insieme per le strade, nelle foto degli anni sessanta, ne decantano il dolore e fagocitano la tristezza che, se permane, viene subito scacciata via dagli occhi color del mare di un ragazzo che incroci lungo la strada.

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