Viaggio in Grecia

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Stamane siamo scesi ad Atene. Dopo aver solcato la superficie docile e spumeggiante del mare Egeo dal profondo e intenso color cobalto, siamo attraccati al Pireo. Ho scosso quindi leggermente le spalle magre di Ninì; l’ho vista sollevarsi lenta dalle lenzuola, fasciata nella sua lunga vestaglia, i capelli scompigliati, il viso impiastricciato. Si è mossa scomposta verso il balcone ed ha adagiato i suoi occhi, pesti e illanguiditi, su quel tappeto sconnesso di costruzioni fumose, palazzi alti e giunonici, bianchi, grigi, dalle enormi vetrate opache.

maxresdefaultUna città incolore, informe, Atene, che soffoca, stordita, nel suo traffico quotidiano, nel suo velo caotico, confusionario, nella sua patina scura, opalina, sfocata. Sono rimasto ad osservare, studiare la piana bassa e lunga della città di Atene e mi sono sentito stranamente sicuro d’una sicurezza che solo il viaggio può dare e restituire, d’una sicurezza che solo il porto sicuro, il raggiungimento d’una meta a lungo anelata sa offrire. Siamo in viaggio da giorni, ormai; abbiamo toccato la sponda sacra di Olympia, muovendo poi verso Mykonos, Itaca, Zacinto, per poi arrivare qui. E v’è, in questo rincorrere insistentemente una meta, in questo smarrirci e confonderci con gli altri e con questa lingua, amara, sì, ma che insegna alla vita; v’è, in questo nostro (o mio?) attardarmi tra le rovine, misurare ogni passo, ogni granello di sabbia pestato, l’insistenza di decifrare, di codificare ogni angolo ogni volto ogni pietra, la volontà, quasi bambina, di ritrovare e ritrovarsi. Forse è per questo che mi sento sicuro in ogni luogo: ovunque vada riconosco un po’ di me e lascio un po’ di me, come se ogni luogo parlasse un po’ di noi, alla fine, giacché c’è sempre, in essi, la persuasione, la sicurezza di conoscersi.

38315587346_0bd7ace5aa_bNinì intanto ha finito di prepararsi. Le guardo le spalle, magre ossute e rotonde, le mani, lunghe pallide e diafane, che si ravviano i capelli e il lungo viso, di perla chiaro, davanti allo specchio. Fuori fa caldo: presto, ne sono certo, ne farà ancora di più. Fa sempre molto caldo ad Atene: un caldo che incolla le vesti al petto, quasi più un’afa asfissiante, che secca la gola e rallenta il passo. Nel mentre la città tuona e romba nel suo traffico perpetuo, una nenia di clacson suonati sgarbatamente e ripetutamente da taxi gialli che affollano le strade insieme a macchine e ad autobus. Masse di gente si accalcano sui marciapiedi mentre le automobili si inerpicano, sfrecciando lungo le strade, che qui ad Atene si sviluppano in alto, in salita, strette tra file di palazzi ombrosi, monumentali, grattacieli di cemento.

Io e Ninì camminiamo sotto il sole di fine luglio; io, gli occhiali inforcati sul naso, la cartina arrotolata sotto il braccio e il mio inglese stentato; lei, la Leica appesa al collo, i suoi occhi azzurri e limpidi che osservano tutto con stupore e meraviglia, il suo sorriso dolce pacato e gentile sul viso stanco e sciupato. Come sei stanca, Ninì, improvvisamente sei diventata vecchia, stanca e vecchia, vorrei dirle, ma non dico nulla. Le chiedo anzi se sta bene, se ha caldo, se è assetata, vuoi-bere-ti- prendo-qualcosa-da-bere. Lei scuote debolmente la testa, mi invita a proseguire, ad andare avanti.

Qualcuno intanto le è venuto addosso: la vedo indietreggiare barcollando sulle sue gambe esili, quasi stesse per perdere l’equilibrio, rovinare a terra e non risollevarsi più. La riacchiappo per una mano e subito torniamo ad arrampicarci per le strade.

L’Acropoli si erge su un promontorio frastagliato, fatto di ciottoli sassi e polvere. La vera bellezza, penso, sarebbe percorrere e salire queste scalinate di pietra, tra gli ulivi, nel silenzio assoluto, nellacalma più serafica, di un’alba o di un tramonto. La confusione di gente che si affolla per visitarla frantuma, obnubila, maschera, in parte, la meraviglia incomparabile di quel luogo. Talvolta, travolto da quella confusione di suoni e rumori e vocii e scalpiccii continui, finisci per osservare, per contemplare quella bellezza con gli occhi degli altri, con uno sguardo che non è il tuo, ma della collettività, di quella baraonda di turisti scalpitanti ed impazienti. La capacità, credo, sta nel ritagliarsi, in quel rumore, uno spazio proprio, di silenzio compatto, in cui chiudersi e abitare,come in una bolla, non dico per sempre, ma almeno per un po’, il tempo necessario. È quello infatti che faccio sempre, e che ho fatto anche lì.

grece99_88Ho camminato sui massi scivolosi e sdrucciolevoli stringendo la mano di Ninì per assicurarmi che non cadesse; ho guardato da lontano, dietro le transenne, lo splendido Eretteo nei suoi colori crudi e sabbiosi, con le statue impolverate delle Cariatidi, maestose ed altere nella loro eterna immobilità. Mi sono fermato davanti al Partenone, ma non in piedi, no, questo l’ho fatto da seduto. Ho guidato pazientemente Ninì su di un masso e nel vocio chiassoso, nel chiacchiericcio irrefrenabile, le ho chiesto di guardare e di non dire niente, di rimanere in silenzio.

Vedi, il Partenone ha una dolcezza segreta nelle sue colonne doriche, alte e massicce, nei suoi frontoni decrepiti, nella sua dignitosa menomazione e frammentarietà. C’è, nel Partenone, una pacatezza ed una forza ineguagliabili. E guardandolo, ti sembra di guardare l’Uomo. Immaginando di salire mentalmente quei gradini polverosi, saliti da tanti altri secoli e secoli fa, ho pensato davvero che le rovine sono un dono. Esse si ergono fra il superbo e l’accondiscendente, con un sorriso sfigurato dal tempo e tuttavia con grande dignità, esortandoci vivamente (e silenziosamente) a non fermarci, insegnandoci che il tempo ci plasma a suo volere, che la vita vira, colpisce, sovente a casaccio, ma virando e colpendoci, menomandoci e addolorandoci, essa ci insegna a conservare noi stessi, nonostante le cicatrici, le brutture e le sconfitte, malgrado le rovine di quello che siamo stati.

Che il senso della vita stia allora qui? Nella ardua capacità di accettare i colpi della sorte senza lasciarsi abbattere da essi? Ma che cos’è la vita? La vita, Ninì, che cos’è? Vorrei chiederlo a mia moglie, seduta china accanto a me, ma non vi riesco: di fronte a questa immensità, a questi giganti della Storia, non posso non commuovermi. Sicché adesso riprenderemo il cammino, riprenderemo il mare e il viaggio. Perché noi non apparteniamo a niente e a nessuno.

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