Una vacanza da paura

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Bisogna essere al passo coi tempi, anche nelle vacanze. Nel diciottesimo secolo, un viaggio nella Parigi illuminista. Qualche decennio dopo, un week-end nella Berlino dello Sturm und Drang e del Romanticismo, oppure nella Catalogna di Mirò e Dalì agli albori del ventesimo secolo, per immergersi nel Surrealismo. Il ventunesimo secolo è quello del Paurismo.

Paura dei terroristi, paura degli immigrati, paura delle epidemie, paura della bomba atomica (revival degli anni sessanta), paura dei vaccini, paura del clima, paura dell’economia, terrore, ansia, spavento. Beh, ho la vacanza che fa per voi.

Last Gas Before Death

Last Gas Before Death (11/8/2004)

Siamo nella Valle della Morte, agosto. Il termometro segna 126 gradi Fahrenheit, appena 52 sulla scala Celsius, ma è comunque la tacca più alta del povero termometro, in realtà potrebbe essere anche più caldo. La macchina corre sulle strade della Valle, aria condizionata e bottiglie d’acqua hanno un che di rassicurante, ma quel teschio di bufalo che ti guarda dal deserto di sale dietro il parapetto mantiene accesa l’inquietudine latente. La giornata volge alla conclusione, il sole scende verso l’orizzonte, tra poco la temperatura “crollerà”… fino alla minima di 35 gradi.
Abbiamo trovato un albergo last minute, chiamando da un telefono fisso. Siamo stati fortunati perché tutti gli altri erano pieni. Ed è appena fuori dal parco naturale, Death Valley Junction. Una bella notte di sonno e domattina presto saremo a Zabriskie Point, con adeguata colonna sonora, Come In Number 51 (Your Time is Up), ossia una rivisitazione di Careful with that Axe, Eugene. Sì, perfetta, un capolavoro terrificante del rock psychedelico, ascoltiamola subito, mettiamo il CD. Il volume sale, esplosione di musica, che culmina con l’urlo agghiacciante di Roger Waters. Attento con quell’ascia, Eugene. Affascinante, ci sono varie teorie sul significato della canzone, una di queste riguarda Eugene Craft, serial killer attivo lungo il Tamigi nei primi anni sessanta. Paura.
La macchina fila via sulla strada deserta, ecco Death Valley Junction. Non c’è anima viva, eppure la Valle era piena di turisti. Sempre più intrigante, Death Valley Junction è un agglomerato di poche case, abbandonate. Numero di abitanti? “Meno di quattro” recita la guida. Tre? Due? Forse zero, di sicuro questa sera, mentre il sole finalmente si avvia a tramontare, non c’è proprio nessuno in giro. C’è una stazione di servizio abbandonata, con tanto di distributori anni ’50, siamo in un viaggio nel tempo. La scritta sul muro dovrebbe recitare “Last Gas before Death Valley”, ma Valley è cancellato… è l’ultimo gas prima della morte. Il calo della temperatura, comunque ancora sopra i 40, sta facendo alzare una brezza caliente da film western. Il sole è sempre più basso, c’è un vecchio carro metallico sospeso in mezzo alla piazza che si sta aprendo davanti a noi, come fosse un monumento, le ruote girano e cigolano attraversate dal vento.
Ecco l’albergo. Del resto era impossibile sbagliare, perchè è l’unica forma di vita civile contemporanea. A dire il vero, anche l’Amargosa Hotel sembra abbandonato.

Death Valley Junction gas station

Death Valley Junction gas station

Dopo le notti nei motel questa è una vera sopresa. Lo abbiamo trovato per caso, ma a quanto pare è un pezzo di storia americana. Sorge proprio accanto all’Amargosa Opera House, piccolo teatro costruito a fine anni ’20. Tale Marta Becket, attrice, danzatrice, pittrice e coreoagrafa, ne fece il suo regno nel 1968, guarda un po’, l’anno in cui i Pink Floyd componevano Careful with that Axe e Antonioni cominciava a girare Zabriskie Point.
Originale questa Becket. Si fermò qui per caso, per una gomma a terra. Nel 1968 occupò il teatro, ci dipinse i suoi murali, e visto che nessuno glielo impediva, cominciò a tenere lì le sue rappresentazioni. Non proprio tra mari di folla, salvo le facce che lei stessa dipinse sulle sedie del teatro. Nel 1970 alcuni giornalisti del National Geographic passarono di lì per caso, entrarono e la videro sul palco, nel pieno della sua performance. Girarono la testa verso la platea. Vuota. Nemmeno uno spettatore. Chissà, forse lei ne vedeva, forse lei sentiva degli applausi… fatto sta che Marta finì su Life, catturò l’attenzione e Death Valley Junction conobbe sprazzi di popolarità. Ray Bradbury venne apposta a vederla, qui all’Amargosa Opera House.
Fatto sta che valse la pena rimettere in piedi l’albergo e il ristorante. Ma questa sera Marta non c’è, il teatro è chiuso, l’albergo… Ci siamo solo noi. L’albergo è monopiano, stile messicano. C’è un posto auto, una sedia e una porta per ogni stanza, è un edificio lungo, che assieme all’Opera House forma un ferro di cavallo. Quando abbiamo telefonato, i gestori ci hanno avvisato che alle sei se ne sarebbero andati, non dormono lì. Come promesso, la chiave è nella toppa.

L'Amargosa Opera House di Marta Becket

L’Amargosa Opera House di Marta Becket

Anche per un B-movie horror americano, una scenografia e una trama banali. In realtà un po’ di ansia si insinua nella mia spina dorsale, ma nella coppia io sono l’uomo, qualche battuta ironica per rassicurarla e magari per rassicurare anche me stesso, un po’ funziona. Non abbiamo da mangiare, qui non c’è nulla, ma pazienza. Parcheggiamo la macchina, giriamo la chiave nella toppa, entriamo direttamente nella stanza. Una normalissima stanza di hotel, modesta, ma pulita. Cosa ci aspettavamo? Forse Eugene con l’ascia? Ragnatele e pipistrelli?
Chissà cosa c’eravamo messi in testa, appoggiamo la valigia, ci gustiamo il primo buio in un posto dal fascino davvero unico.
C’è un’altra porta nella stanza, quella che porta alla reception o alla common room, probabilmente. La apro, lei fa un passo indietro, non si sa mai. C’è un corridoio, le luci sono accese. La scenografia ora è un po’ trash, scontata, low cost… però… Ci sono dei quadri, dei ritratti. Vorrebbero sembrare antichi, ma sono bruttini e recenti. Chissà, forse opere di Marta, magari era più brava a ballare che a dipingere. Però ci guardano fissi, scatenano due risate, ma mi accorgo che sono solo io a ridere, lei non ride più, è già tornata nella stanza. La raggiungo e si raccomanda di chiudere a chiave la porta, vado a chiudere quella che dà sul parcheggio, ma lei mi ferma: “Non quella, quella sul corridoio”. Non faccio domande e chiudo, lasciando invece aperta la porta che ci separa dalla nostra auto in affitto.
Non c’è da mangiare, è buio, tanto vale mettersi a letto e dormire, per gustarsi Zabriskie Point ci vorrà una levataccia. Fa caldo, ma la stanchezza della giornata mi fa addormentare in fretta. Quando mi sveglio lei ha già gli occhi aperti e a quanto pare li ha tenuti aperti per gran parte della notte.
“E’ arrivato qualcun altro, stanotte. Lo hai sentito quel bambino? Non la smetteva di piangere”. No, non l’ho sentito, ma apro subito la porta per vedere chi sono i vicini,

Ci sta fissando. Dipinto nella "lobby" dell'Amargosa Hotel.

Ci sta fissando. Dipinto nella “lobby” dell’Amargosa Hotel.

che si erano sistemati proprio nella stanza di fianco. Stanno già partendo, un cenno di saluto e sono saliti in macchina col motore acceso. Una coppia come noi, nessun bambino. Nessun altra stanza occupata nell’albergo. Non dico niente a lei, che sta facendo le valigie dentro la stanza. La aiuto per fare un po’ più in fretta, ed eccoci anche noi sulla macchina, verso Zabriskie Point.

Post scriptum. Era il 2004, eravamo già nel paurismo e nel pieno dell’era digitale, ma nella Death Valley potevi scordarti di essere “on line”. E così per scoprire qualcosa di più sull’Amargosa grazie alla rete abbiamo dovuto aspettare un paio di giorni. Tutto sommato sono contento di avere scoperto “col senno di poi” che l’hotel sarebbe infestato dai fantasmi. Nel 1997 l’Amargosa era il “Lost Highway Hotel” del film “Lost Highway” di David Lynch. Nel 2010, sei anni dopo la nostra visita, il programma televisivo americano sul paranormale “Ghost Adventures” gli ha dedicato una puntata. Nel 2013 anche il programma “Dead Files” è andato a studiare l’Amargosa Hotel. E’ considerata tra le top 10 “haunted locations” degli Stati Uniti. Il bambino che piange è uno degli ospiti, e la mia mente razionale ovviamente pensa alla facilità di un impianto audio che a tempi predefiniti fa partire un sound da brividi. Si dice che un gatto fantasma interrompesse le performance di Marta, di tanto in tanto. Ah, Robert Plant ha girato qua il video di Big Log  e chi legge l’Undici sa che l’aura attorno ai Led Zeppelin  era di quelle… da paura. Come dicevo, siamo stati all’Amargosa nel 2004. Era agosto. L’11 agosto.

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