Un viaggio senza senso

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La foto del camion sul bordo del ponte caduto a Genova l’abbiamo vista un po’ tutti. Se quel camion fosse passato un secondo dopo, un po’ più veloce, se avesse frenato con meno prontezza, sarebbe finito di sotto…La vita che s’intreccia con la sorte e decide che – per un nonnulla – il viaggio deve continuare. Tuttavia quella stessa foto ci racconta anche di qualcos’altro, qualcosa che nella foto non appare. È tutt’altro che assurdo pensare che un altro camion sia passato un secondo dopo, un po’ più veloce, non abbia frenato con sufficiente prontezza…e sia finito giù nel baratro. La morte e la vita separate da una manciata di metri, da pochi secondi, da cieche casualità.

Immagine di Mika Suutari

Immagine di Mika Suutari

Qual è l’insegnamento che traiamo da tutto ciò? Nessuno, assolutamente nessuno. Anzi: l’unico insegnamento è che non esiste insegnamento. La morte e la vita sono effettivamente separate da un niente, tutti i giorni, in ogni luogo. Nonostante questa evidenza ci disturbi e cerchiamo di allontanarla dai nostri pensieri, il caso è un fattore di grande importanza nelle nostre vite. Continuamente, anche in questo istante, in un ospedale, su una autostrada, in un luogo di lavoro, c’è chi si ammala, chi guarisce, chi vive e chi muore…per caso.

Secondo uno studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista “Science” nel 2017, più della metà dei casi di cancro sono dovuti al caso, ossia a mutazioni del DNA che avvengono indipendentemente dal nostro stile di vita o dalla nostra storia familiare. Insomma: è bene mangiare i broccoli ed avere genitori e nonni longevi, ma il peso della sorte (meglio: della sfiga) nel determinare se ci ammaleremo oppure no è assai alto. Più alto di quanto pensiamo e più alto di quanto ci faccia comodo pensare. Sapere che, da un momento all’altro, qualche casualità chimica, sulla quale abbiamo assai poco controllo, può farci ammalare e condurci alla morte è una sensazione piuttosto fastidiosa, per non dire terrorizzante.

L’ansia ossessiva di dare senso e spiegazione di ogni fenomeno che accade

Le tre Moire hanno  tre compiti diversi: una tesse il filo del fato di ogni uomo, un'altra lo svolge, mentre l'ultima lo taglia, segnandone la morte.

Le tre Moire hanno tre compiti diversi: una tesse il filo del fato di ogni uomo, un’altra lo svolge, mentre l’ultima lo taglia, segnandone la morte.

intorno a noi e di controllo riguardo a ciò che accadrà in futuro ci accompagnano dall’alba dei tempi. Per questo abbiamo inventato religioni, divinità, mitologie, addirittura la prospettiva di una vita oltre la morte. E poi abbiamo creduto che la scienza e la medicina potessero sgombrare il campo da ogni incertezza e casualità, fornendoci sempre risposte e guarigioni certe e senza fallo. Aneliamo alla semplificazione, alla possibilità di prevedere e padroneggiare tutto, per allontanare da noi la paura di non sapere cosa ci riserverà il proseguo del viaggio ed il nostro spaesamento di fronte a un mondo che non sempre possiamo spiegare.

Purtroppo invece, tanti accadimenti rimangono senza senso e senza controllo. Che senso diamo alla morte di un bambino o di una persona che se ne va giovane? Non esiste un senso, non esiste una spiegazione e, per quanto mi riguarda, nemmeno un dio che sia in grado di darne. La morte fa schifo e, a volte, arriva in maniera che giustamente, giudichiamo “ingiusta”, sulla base di una giustizia che invece non appartiene al mondo della Natura nel quale viviamo. Certe cose accadono e basta. Un metro più avanti e sei morto, un metro più indietro e sei vivo, è così che va. Non c’è nulla da spiegare e nulla che possiamo fare, se non accettare questa realtà.

Lo avevano ben compreso i Greci antichi, secondo i quali erano le Moire, figure mitologiche, a tenere letteralmente in mano la vita di ogni essere umano, tessendo, svolgendo ed infine tagliando il filo della vita. La vita appesa ad un filo, appunto. E nemmeno gli dei dell’Olimpo potevano intervenire. Questa sensazione di impotenza rispetto al destino della nostra esistenza ci rende deboli, insicuri e disorientati di fronte al dolore, alla morte, soprattutto quando questi eventi ci appaiono tremendamente ingiusti o determinati dal caso. Eppure questo è il mondo, questa è la dura realtà che ci tocca mandare giù. Del resto, tutto il mondo che ci circonda è un mistero inafferrabile per noi: cosa c’era prima di questo Universo? E cosa ci sarà dopo? Sono domande troppo grandi per la nostra mente, con la cui assenza di risposte logiche dobbiamo convivere.

orsigna-tiziano-terzani-sentiero-nel-boscoE allora? E allora come possiamo continuare il viaggio se, da un momento all’altro, può interrompersi senza senso, magari per una casualità?  Beh, esistono tre alternative. La prima è decidere di non voler fare questo viaggio, ma io intendo invece continuarlo, nonostante tutto. La seconda è credere che il senso esista, ma sia al di là della nostra capacità di comprensione e sia in mano ad una qualche essere superiore nel cui disegno dobbiamo avere fede anche di fronte alla morte di un figlio. La religione offre consolazioni e spiegazioni, seppure basate su nessun tipo di reale logica. Anzi, sarebbe proprio il dolore più grande e più insensato a costringerci – usando le parole del Cardinale Martini “a compiere un atto di completa consegna di noi stessi a Dio; con la morte siamo obbligati a fidarci incondizionatamente di Lui“. A me questa pare una rispettabile, ma artificiosa e articolata spiegazione ad hoc, che – in definitiva – serve a fornirci una consolazione illogica che, in qualche modo, vuole però usare argomenti logici. Preferisco l’esortazione fatta da Gesù ad una persona che voleva seguirlo solo dopo aver seppellito il padre: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti” (Mt 8,22). Seppur interpretabile in tante maniere, a me pare come un invito a procedere nel cammino della vita che, purtroppo, è fatta anche di morte, che però non può fermarci. E arriviamo quindi alla terza opzione che consiste proprio nell’accettare questo dolore disorientante e provare ad attrezzarsi per rendere il viaggio il migliore possibile, nonostante tutto.

Esiste, a proposito anche una favola zen a mio parere illuminante. Un maestro ed il suo discepolo stanno percorrendo un sentiero di montagna nel mezzo di uno bosco. Ad un certo momento il ragazzo si ferma ad allacciarsi le scarpe. Proprio in quell’istante un enorme masso si stacca dalla parete e rotola sul sentiero pochi metri davanti a lui. Il discepolo, atterrito, si volge verso il maestro domandandogli: “Se non mi fossi fermato ad allacciarmi le scarpe, adesso sarei morto!! Come debbo interpretare questo accadimento? Cosa dobbiamo fare di fronte ad eventi di questo tipo?”. Il maestro risponde: “Quello che possiamo fare è allacciarci le scarpe il meglio possibile e continuare a camminare”. Buon cammino a tutti. Nonostante tutto.

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