Se il viaggio poteva andare meglio, ci facciamo un bel film (parte II – viaggi adulti)

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Ogni viaggio nasconde dietro l’angolo qualche imprevisto. E se non lo nasconde allora non ci si fa un film. Ecco allora che vi proponiamo undici film che raccontano di viaggi iniziati bene, ma che strada facendo hanno costretto i protagonisti ad affrontare sfide varie che si sono risolte … per saperlo dovete vederveli. Sceglietene un viaggio, scegliete il guaio, scegliete i protagonisti, pescate dalla lista e vi vedrete comunque un ottimo film.
In questa seconda parte, viaggi di adulti a cui capitano disgrazie adulte che dovranno essere affrontate in maniere matura, sempre che possa servire a qualcosa.

“Un provinciale a New York” (The Out-of-Towners), di Arthur Hiller, Stati Uniti, 1970.
New York è una giungla!

New York è una giungla!

Con Jack Lemmon, Sandy Dennis, Billy Dee Williams

Il tema: Uno di Cuneo non può impunemente pensare di andare in un albergo a Parigi (Gianmaria Testa)

Genere: commedia
Consigliato ai fan di Jack Lemmon e di Neil Simon
Sconsigliato a chi non sopporta i contrattempi e le storie contorte

Non ho intenzione di rovinarmi l’appetito con una coscia di pollo diplastica, quando all’arrivo mi attende una magnifica cena in un ottimo ristorante”

Quando la corporation per cui lavori decide che per te è pronto il salto dalla provincia alla Grande Mela e invita te e la tua metà a visitare la sede centrale per gli ultimi dettagli, è probabile che tu immagini il viaggio come un lungo corteo d’onore. Invece, un po’ per sfortuna, un po’ per il fatto di essere pesci fuor d’acqua, i due out-of-towners del titolo originale avranno un impatto con la metropoli e i suoi abitanti, da decidere di tornarsene a casa, alla dimensione tranquilla che compete loro. Film che si basa sulla prova nevrotica del solito grandissimo Lemmon, ma che lascia un po’ di bocca asciutta, soprattutto se si pensa che la sceneggiatura è di Neil Simon. Conoscerà un semi-disastroso rifacimento nel 1999 (“Sperduti a Manhattan”), con Steve Martin e Goldie Hawn nella parte dei due protagonisti.

Da vedere con il responsabile delle risorse umane, che ti spiega perché non sei l’uomo giusto per la promozione

 

“Bus – In viaggio” (Get on The Bus) di Spike Lee, Stati Uniti, 1996
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Andiamo a Washington per la Million Men March!

Il tema: o si fa ‘sta marcia o si muore!

Consigliato: detrattori di Trump, autisti di autobus, buoni marciatori
Sconsigliato: Donald Trump, responsabili di Fox News

“Shabooyah!”

Il 16 ottobre 1995 un milione di uomini afroamericani si raccolsero a Washington, intorno al National Mall, in una manifestazione organizzata da Louis Farrakhan, leader della Nation Of Islam, insieme a rappresentanti di organizzazioni per i diritti civili; la Million Men March aveva lo scopo di sensibilizzare nei confronti dei problemi sociali ed economici degli uomini neri. Girato in soli diciotto giorni e uscito in occasione del primo anniversario della marcia, Get on The Bus racconta il viaggio di quindici uomini da Los Angeles verso la marcia, un comodo viaggetto di tre giorni. Uomini molto diversi tra loro per età, estrazione, gusti, atteggiamenti, figure attraverso le quali Spike Lee si interroga sull’identità del maschio afroamericano alla metà anni Novanta. Arriveranno in tempo? Tutti interi?

Da vedere in autobus.

“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino, Stati Uniti, 2015.
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“Non un avvertimento. Non una domanda. Una pallottola.”

Con Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth, Michael Madsen, Demian Bichir, Walton Goggins, Bruce Dern, Channing Tatum

Il tema: potrebbe andare peggio, potrebbe nevicare

Consigliato: cultori del western
Sconsigliato: cacciatori di taglie, proprietari di locande, deboli di stomaco

Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i grandi bastardi sono quelli che impiccano.”

Wyoming, alcuni anni dopo la fine della Guerra di Secessione. Inverno, neve, molta neve, e siamo sulla strada per Red Rock. Tra cacciatori di taglie sempre le solite facce, si sa, ci si conosce tutti, quindi perché John Hunter, che viaggia su una carrozza ben ammanettato alla sua preda, la presto impiccata Daisy Domergue (gran carattere e occhio nero da manuale), non dovrebbe dare un passaggio al Maggiore Warren, carico di ben tre morti ammazzati da consegnare in cambio della taglia? E perché non accogliere sulla carrozza anche Chris Mannix, un soldato del Sud Confederato sconfitto che si dichiara nuovo sceriffo di Red Rock? Uh, che compagnia interessante! Ma attenzione! si avvicina una terribile tempesta! Conviene fermarsi alla Taverna di Minnie, dunque. Dove i nostri si mescolano con altri quattro bei soggetti: Bob, un messicano che sostiene di gestire l’attività al posto di Minnie (ma sarà vero?), Sandy Smithers, vecchio generale confederato, il cowboy Joe Gage, in viaggio per passare il Natale con sua madre e il boia Mobray. Eccoli qua, otto soggetti che er mejo c’ha la rogna; e non bastassero loro, ci sono poi la questione della lettera di Lincoln e (ancora più cogente) la questione del caffè avvelenato. Siamo onesti: questo viaggio si mette male in men che non si dica e in un battito d’ali diventa un orgia di violenza, sangue e vendetta, poi vendetta, poi vendetta: ed è una storia raccontata e girata perfettamente, con dentro tutte quelle inquadrature ruffiane e intelligenti di Tarantino, tra lo spazio da palcoscenico della Taverna e gli immensi spazi innevati (nella realtà non è proprio Wyoming, è Colorado). Forse non il Tarantino migliore, ma un Tarantino sfacciatamente Tarantino. Oscar, Golden Globe e un’intera carrettata di premi a Ennio Morricone per la colonna sonora, tornato a scrivere per un western dopo ben 34 anni. (e se mi è consentito – e mi è consentito –, aggiungo un appunto molto personale: che l’Academy abbia preferito dare l’Oscar a quella gattamorta dell’Alicia Vikander invece che assegnarlo a Jennifer Jason Leigh per la sua interpretazione magistrale della stronza, violenta, grottesca e gocciolante sangue Daisy Domergue, beh, mi ha piuttosto infastidito)

Da vedere coi piedini nella neve.

“This Must Be The Place” di Paolo Sorrentino, Italia-Francia-Irlanda, 2011.
Con Sean Penn, Frances McDormand, Judd Hirsch, Harry Dean Stenton, Eve Hewson, David Byrne

Il tema: non prendo l’aereo, nemmeno avessi ammazzato qualcuno!

This Must Be the Place_Cinematography

La solitudine è il luogo dei risentimenti

Consigliato: fan di Robert Smith, spiriti vendicativi, persone affette da aerofobia
Sconsigliato: amanti degli uomini con i capelli in ordine

Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo «farò così» a quella in cui diremo «è andata così»”

Una rockstar in disarmo e depressa con la faccia di Sean Penn e il resto di Robert Smith parte da Dublino per raggiungere il padre moribondo che non vede da una trentina di anni. Però il padre abita a New York e lui (la rockstar, che di nome d’arte fa Cheyenne) non prende l’aereo, quindi parte in nave. Si fa lunga e il padre muore. E se non vedi tuo padre per trent’anni, poi arrivi, lui è morto e ti immischi nella sua vita degli ultimi trent’anni, è probabile che dal cilindro non spunti l’eredità di una villa in Provenza, ma un grosso, grosso guaio. No, non un debito con la Mafia, molto peggio: l’idea di proseguire il progetto a cui il padre si era dedicato, cioè la ricerca dell’ufficiale nazista che sessant’anni prima in un campo di concentramento lo aveva umiliato. Quindi, via che si va attraverso gli States, passando da un incontro all’altro – tra i quali David Byrne (mica t’ho detto cotica), autore della canzone a cui si deve il titolo del film – per beccare l’infame. Insomma, parti per andare a rivedere il babbo e ti ritrovi a inseguire un anziano criminale: come viaggio sarebbe potuto andare meglio. Oppure no.

Da vedere insieme al fan club dei Cure.

“Il tè nel deserto” (The Sheltering Sky) di Bernardo Bertolucci, Gran Bretagna-Italia, 1990.
Con Debra Winger, John Malkovich, Campbell Scott, Paul Bowles

Il tema: mica viaggio per tornare, viaggio per viaggiare

Noi non siamo turisti. Siamo viaggiatori

Noi non siamo turisti. Siamo viaggiatori

Consigliato: viaggiatori
Sconsigliato: turisti

Anche nei momenti in cui è più terribile, Dio non è mai crudele quanto gli uomini”

1947. Ricchi statunitensi, annoiati, in crisi matrimonial-esistenziale, Port e Kit arrivano a Tangeri, con il loro amico Tunner (incidentalmente innamorato di Kit). Contornati da altri abbienti viaggiatori in cerca del suggestivo, dell’autentico e di chissà che, e avvolti nel loro inconsistente e sofferente triangolo sentimentale, si addentrano con vari mezzi verso l’Algeria. Port si ammala di tifo, lei lo cura e infine assiste alla sua morte. Poi si abbandona nel deserto e nelle profondità del dolore e della perdita – arriva nel Niger, si lega a un giovane nomade, viene cacciata dalle sue mogli – per emergerne con fatica e decisa a restare sola. Tra la Cina de L’ultimo imperatore e l’India di Piccolo Buddha, Bertolucci si immerge in questo disperato viaggio interiore, accompagnato amorevolmente dall’autore del meraviglioso romanzo da cui il film è tratto, Paul Bowles, che del film firma anche il soggetto e si prende il lusso di comparire nel finale per recitarne un indimenticabile brano (spoilerone, la scena finale è questa

.

A Ryuchi Sakamoto l’Oscar per la colonna sonora originale (questa,

Da vedere col deserto alle spalle.

 

“Lo sguardo di Ulisse” (To vlemma tou Odyssea) di Theo Angelopoulos, Grecia, Francia, Italia, Germania, 1995
Lenin ne esce a pezzi

Lenin ne esce a pezzi

Con Harvey Keitel, Maia Morgenstern, Erland Josephson, Thanasis Vengos

Il tema: chi salva il cinema salva l’umanità

Genere: drammatico
Consigliato ai cultori del cinema da Festival

Sconsigliato a chi non crede che tutto abbia inizio e fine dentro al cinema, a chi guarda i film in dvd perché è più comodo

Dio ha inventato prima il viaggio, poi il dubbio, poi la nostalgia.”

A., regista di origine greca (Harvey Keitel), ripercorre da sud a nord i Balcani in piena disgregazione post caduta del Muro e nel pieno delle guerre jugoslave, alla ricerca di tre bobine perdute dei fratelli Manakis, i “Lumiere dei Balcani”. Al culmine di un viaggio di muta sofferenza, le ritroverà, conservate da un vecchio bibliotecario/proiezionista (Erland Josephson, subentrato a Gianmaria Volontè, morto di infarto durante le riprese) in una Sarajevo sotto le bombe e sotto i cecchini; ma come Ulisse, anche A. dopo la sua Odissea fatica a sentirsi a casa. È il cinema di Anghelopulos, che qui dà il suo contributo al centenario della nascita del cinema (dello stesso periodo è Lisbon Story): profondo, commovente, scenicamente meraviglioso, ma a tratti così solipsistico da farti temere che da un momento all’altro qualcuno in sala si alzi a gridare “basta, non se ne può più!”

Da vedere con un vecchio proiezionista in pensione

Prima parte: viaggi giovani

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