Se il viaggio poteva andare meglio, ci facciamo un bel film (parte I – viaggi giovani)

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Ogni viaggio nasconde dietro l’angolo qualche imprevisto. E se non lo nasconde allora non ci si fa un film. Ecco allora che vi proponiamo undici film che raccontano di viaggi iniziati bene, ma che strada facendo hanno costretto i protagonisti ad affrontare sfide varie che si sono risolte … per saperlo dovete vederveli. Sceglietene un viaggio, scegliete il guaio, scegliete i protagonisti, pescate dalla lista e vi vedrete comunque un ottimo film.
In questa prima parte, viaggi di giovani che fanno cose da giovani a cui capitano disgrazie da giovani. E vediamo se essere giovani li aiuta davvero.

“Sacco a pelo a tre piazze” (The sure thing) di Rob Reiner USA, 1985.
Se ti riduci così, poi non sei in grado di apprezzare la bellezza del viaggio

Se ti riduci così, poi non sei in grado di apprezzare la bellezza del viaggio

Con John Cusack, Daphne Zuniga, Anthony Edwards, Boyd Gaines, Tim Robbins, Lisa Jane Persky, Viveca Lindfors, Nicollette Sheridan

Il tema: When Harry met Sally al primo anno di università

Genere: commedia on the road
Consigliato a chi ama la commedia americana e i dialoghi frizzanti
Sconsigliato a chi “dopo Frank Capra e Billy Wilder, che senso ha continuare con la commedia americana?”

- Non immaginerai mai che cosa desideravo di diventare quando avevo sei anni…- Insegnante di lettere classiche? -”

Due ragazzi al primo anno di università uniscono i loro destini in un viaggio coast to coast: lei (Zuniga, la Jo Reynolds di Melrose Place), per andare a trovare il suo ragazzo; lui (un ancora imberbe John Cusak), attirato da un amico che gli promette un week end da leoni con una gran topa che aspetta solo lui (“the sure thing” del titolo originale, appunto). Di qui, una commedia classica, basata sullo scontro di personalità e di caratteri (facilone e casinista lui, perfettina e snob lei), con dialoghi e situazioni ben al di sopra della commedia giovanilistica ed arricchita dalle infinite possibilità aperte dall’on the road (divertente la scena dove Cusak si finge uno psicopatico per allontanare un laido automobilista che aveva tirato su dall’autostop la Zuniga con secondi fini evidenti), ma anche piuttosto scontata nello sviluppo e nei risultati: non immaginerete mai, infatti, quale sarà, per i due protagonisti, alla fine del viaggio il letto da ricordare. E, come andava in quegli anni, appesantito da un titolo italiano demenziale.

Da vedere in ostello, con la vicina di letto che vi prega di fare attenzione a dove riponete le scarpe per la notte

 “Il viaggio di Arlo” (The good dinosaur)  di Peter Sohn (Pixae), USA 2015
Tecnicamente è lontano qualche era rispetto ai capolavori Pixar, ma è un viaggio che vale la pena intraprendere

Tecnicamente è lontano qualche era rispetto ai capolavori Pixar, ma è un viaggio che vale la pena intraprendere

Animazione

Genere: racconto di formazione, “what if”
Il tema:
e se il viaggio fosse in iniziato in una maniera compeltamente diversa?
Consigliato: a chi sa che si può anche aver paura, a chi affronta i viaggi anche sa solo, ma meglio se c’èun compagno di viaggio
Sconsigliato: a chi ha paura dei cartoni animati, a chi non accetta che nei film muoia anche anche qualche buono

“La paura è come Madre Natura: non puoi sconfiggerla, puoi solo resistere, affrontarla e dimostrare di che pasta sei fatto! “

Il viaggio di questo film è andato malissimo: peggior incasso tra tutti i film Pixar e passato praticamente inosservato in tutto il mondo. Eppure si tratta davvero di unbel film, sebbene tecnicamente meno curato rispetto agli standard Pixar. Si tratta di un “what if?”,  come sarebbe stato il mondo se l’asteroide che sterminò i dinosauri non avesse colpito la terra? I dinosauri si sarebbero evoluti e avrebbero creato una loro civiltà. E’ in questo ipotetico mondo che cresce Arlo, cucciolo di dinosauro perennemente bloccato dalla paura. Sarà un viaggio tragico a farlo precipitare nelle profondità più dolorose della vita (lutto, solitudine, pericoli), ma anche a farlo crescere e comprendere che la vita non è un gioco, ma tanto vale giocarsela.

Da vedere col fantasma del proprio padre (o con una foto di Piero Angela appesa sopra lo schermo

“Ore 15:17 attacco al treno” (The 15:17 to Paris) di Clint Eastwood, USA, 2018
A voi questi sembrano degli eroi?

A voi questi sembrano degli eroi?

Con Spencer Stone, Alek Skarlatos e Anthony Sadle nella parte di loro stessi

Genere: drammatico, realista (quasi documentario)
Il tema:
la vita è un treno che non ti porta da nessuna parte, ma magari succede qualcosa proprio su quel treno
Consigliato: fans di Clint Eastwood, fans del neorealismo
Sconsigliato: a chi si aspetta un film d’azione, a chi piace complicare il pane

“Qui invece non c’è niente da fare”
“Ma sei in Afganistan!?”
“A nessuno frega più niente dell’Afganistan”

Uno dei pregi del Clint Eastwood regista è quello di raccontare in modo semplice storie semplici. Che poi è il modo migliore per comprendere una realtà molto complessa. In questo caso la realtà di un’America marginale in cui a ragazzi incapaci di trovare un posto nella società non resta che gettarsi tra le braccia dell’esercito. Il film ci racconta l’episodio realmente accaduto nel 2015 quando tre militari americani in congedo sventarono un attentato sul treno Amsterdam – Parigi. Partendo da questo fatto Clint non fa un film d’azione, ma racconta le vite senza sbocchi dei tre protagonisti, dall’infanzia fino al momento in cui diventano casualmente eroi. Qui vuole aderire alla realtà, senza condirla, senza renderla epica nonostante il film ci racconti un vero atto di eroismo. I protagonisti (interpretati non da attori, ma dai reali protagonisti della storia) sono ragazzi cresciuti alla meno peggio nell’America bigotta e militarista che è la madre del trumpismo di oggi. Nonostante scuole cattoliche di basso livello, famiglie allo sbando, una povertà e un senso di inadeguatezza che ti spingono tra le braccia dell’esercito, Clint ci dice che non è necessario incattivirsi, diventare egoisti e razzisti. Certo si resta sempliciotti, senza prospettive e succubi dei cliché (come il film nella sua parte europea piena di selfie davanti ai monumenti e gelaterie), ma in fondo sempre pronti a uno slancio per far vincere quello che, lo riconoscono anche i più semplici, il bene.

Da vedere con gli amici che insieme a voi venivano mandati dal preside

“Train to Busan” (Busanhaeng) di Yeon Sang-ho, Corea del Sud, 2016
Ogni mattina un padre separato coreano si alza e sa che dovrà correre più veloce degli zombie

Ogni mattina un padre separato coreano si alza e sa che dovrà correre più veloce degli zombie

con Gong Yoo, Ma Dong-Seok, Jung Yu-mi

Genere: horror, zombie, assedio, solidarietà, padri e figlie
Il tema:
già abbiamo i nostri problemi, già in treno è pieno di gente che rompe le palle, se poi ci si mettono anche gli zombie, ecco che la giornata diventa davvero pesante

Consigliato: amanti dell’horror, di film politici. A chi ama i treni regionali, ai padri separati.
Sconsigliato: pendolari, claustrofobici

“visto ragazzina, se non studi come si deve, farai la sua stessa fine”
“mia madre dice che chi parla così, non è altro che una persona cattiva”
“bhe, evidentemente l’avranno bocciata a scuola”

Ecco qua un bel padre separato, il classico uomo in carriera, il solito squalo della finanza che finalmente può portare la figlioletta trascurata a fare un bel giro in treno. Peccato che sia scoppiata un’epidemia che trasforma i morti in contagiosissimi zombie affamati di carne umana. La trama non è certo originale, compresi le facili metafore socio politiche, ma il film è davvero avvincente e carico di tensione. Scene di massa spaventose, assedi claustrofobici e personaggi che un po’ alla volta ci conquistano il cuore fino al finale commovente. Gli zombie super dinamici che corrono tra i vagoni o piombano nelle sale d’attesa sono lo specchio di una società probabilmente votata all’autodistruzione. Un bel prologo e la presentazione dell’umanità varia che popola il nostro treno, un’umanità che potremmo trovare in un nostro regionale ci introducono in questo film per lasciarci senza respiro per un paio d’ore (forse un po’ troppe). Un gran film, certo deve piacervi il genere, ma questo horror coreano ad alto budget che ha conquistato il mercato in tutto il mondo, conquisterà anche voi.
(esiste un prequel a cartoni animati che racconta l’origine del male: “Seoul Station”, non perdetevi neanche quello)

Da vedere con la figlia (o il fratello, o l’amica) che non considerate da troppo tempo

“Frozen” (Frozen) di Adam Green, USA, 2010
La seggiovia ha la strada segnata, un ragazzo può scartare di lato e cadere

La seggiovia ha la strada segnata, un ragazzo può scartare di lato e cadere

Con on Kevin Zegers, Shawn Ashmore, Emma Bell, Ed Ackerman

Genere: drammatico, quasi horror, adolescenti che se la vanno a cercare
Il tema:
Anche un viaggio dritto e breve, da qui a lì, può nascondere enormi sfighe
Consigliato: a sciatori, scialpinisti, adolescenti, lupi selvaggi
Sconsigliato: genitori ansiosi, cuori in inverno

“Ultima discesa, godiamocela!”

Che meraviglia l’adolescenza, soprattutto sei sei bello, bianco, americano e con abbastanza soldi da poterti permettere la settimana bianca. La salita in seggiovia è un viaggio banale: non prevede deviazioni, soste, svolte improvvise. Eppure può capitare di rimanere bloccati dall’ultima salita perché gli addetti sono adolescenti come voi e hanno la capacità di concentrazione che non supera la durata di un tweet. Il film è tutto qua. Ma è un tutto qua che vi tiene in ansia per l’intera durata con questi tre ragazzi  che rimangono bloccati una notte al gelo su una seggiovia dalla quale è impossibile scendere. Certo all’inizio la si prende sul ridere, si fanno discorsi macabri, ci si raccontano disgrazie. Però guardate che non è mica uno scherzo. Io non lo so mica se arrivano vivi a domattina.

Da vedere in compagnia dei lupi

Seconda parte: viaggi adulti

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