Passi nel tempo

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I nostri passi, sul selciato, risuonano insieme ai rintocchi dell’orologio del municipio.
L’atmosfera è quanto mai surreale. Sentiamo il respiro delle case intorno, dentro ai vicoli pieni di sole, come una presenza discreta e misteriosa, che ci accoglie con riserbo.

“Non lo ricordavo affatto così, questo posto!” sentenzio, riannodando i fili di ricordi dimenticati per anni e rispuntati oggi, per caso, alla ricerca di una meta per questo pomeriggio d’inizio estate. Lorenzo mi guarda e ci sorridiamo, pronti a scoprire, comunque, qualcosa d’interessante. Anzi, la cosa non è priva di un suo fascino e una certa imperscrutabile ansia diventa il motore che si accende ad ogni nostro viaggio.
“Come lo immaginavi, perché?” Mi chiede.
“Non so, lo ricordavo pieno di vita, di gente …”
Il ricordo è davvero sbiadito. Ora non mi resta che colorarlo con la nuova visita.

Camminiamo lungo strade deserte; a tratti, solo il rombo di qualche utilitaria a cui cedere il passo, rintanati nel gradino di un portone, a ridosso delle mura di case dignitose che recano il segno di una “non” resa. Già, perché anche qui ha lasciato la sua impronta, il terremoto di due anni fa. Lo ricordiamo con dolore, da spettatori lontani, constatandolo ora con i nostri occhi, che si posano sugli ancoraggi e sulle protezioni aggrappate ai palazzi.
“Mi fanno un po’ paura, reggeranno?”  “Certo, se la scossa giungesse ancora forte, non so quali di queste case potrebbero resistere!” aggiunge tristemente Lorenzo.
Ma i fiori, ovunque, alle finestre, alle porte di case segrete che si affacciano dai giardini deserti, sembrano affermare una diversa volontà. Sono già il segno che questa gente, queste terre, non molleranno mai.

Solo al viandante frettoloso questo può sembrare assurdo e strano.

Ci lasciamo così coinvolgere dal garbo di una cittadina semivuota e, a suo modo, coraggiosa. Il silenzio, a cui non siamo più abituati, sembra pulire anche i pensieri.
“Si sta bene qui, vero?” confido una mia sensazione a Lorenzo, che è sulla stessa lunghezza d’onda. Vibrazioni sottili emanano dalle pietre di ogni abitazione. Come un richiamo di sirene, a cui ci abbandoniamo senza resistere.

La fame comincia a farsi insistente. Per la verità, all’arrivo, pensavamo di trovare subito qualche ristorante aperto. Chiediamo informazioni nell’unico bar centrale, tra il duomo ed il municipio. Le indicazioni sono dettagliate ed esaurienti, ma all’inizio della ricerca siamo un po’ scettici.
“Ecco il pub di cui ci parlava il ragazzo!” Entrando, nella sala senza finestre, anche se finemente decorata come un vero pub che si rispetti, capiamo all’istante che non è quello che cercavamo.

La discesa per il corso principale, vuoto e silenzioso, continua. Le vetrine dei negozi, ovviamente chiusi, mostrano vezzi ed attenzioni particolari per l’occhio degli eventuali acquirenti. Costumi da bagno impreziositi da paillettes, un po’ improbabili a questa altitudine, agenzie di viaggi ammiccanti a fughe esotiche, gioielli ed orologi, enoteche …Gli unici negozi aperti, a quest’ora, sono i negozi di parrucchieria: all’interno signore aliene, i capelli colorati a mezz’aria; le vediamo parlare fra loro anche se, da fuori, non sentiamo le parole…
Vicino ad un bancomat, il parroco sta facendo un prelievo.

“Ah, ecco l’altro ristorante!” Nell’androne di un palazzo nobiliare spunta, come per incanto, la nostra salvezza. “Entriamo, dai!”
Una giovane cameriera, sorridente, ci fa strada nell’ambiente curato e colorato, in stile ottocento.
A noi la scelta della sala, tra alcune di varie tonalità. Oltrepassiamo gli unici due avventori, seduti ad un tavolo e ci impossessiamo di una sala deserta, che riceve subito la nostra approvazione e diventa presto un set fotografico, per tener fede alla proverbiale fame di immagini che ci accomuna. Tra una foto e l’altra, a vecchie e impolverate selle appese alle pareti o agli innumerevoli strani  arnesi, il cui uso davvero non ci è noto, chiediamo notizie sul luogo e sulla scarsità di persone sinora incontrate.

“Il terremoto sicuramente ha ridotto l’affluenza turistica, questo ristorante riesce a sostenersi trasformandosi in pizzeria per i giovani, la sera…” esprime la sua sconsolata verità, la cameriera. Ma, in poco tempo, si trasforma nel genio della lampada e soddisfa, in breve, tutti i nostri desideri.

Il cibo ed il vino sono ottimi, il giardino poco più in là della porta è semplicemente stupendo. Non vorremmo mai più andarcene, catturati dal silenzio e dalla quiete, interrotta solo dal passaggio di una ragazza in minigonna, tatuata amica della giovane vivandiera, con la quale si intrattiene qualche minuto, per poi ripartire con un pacchetto, forse contenente del cibo.

Nell’uscire, attraversiamo di nuovo tutto il locale e ci soffermiamo ad osservare una saletta, a cui si accede tramite alcuni scalini, forse adibita in passato a luogo di preghiera. È piena di utensili e strumenti musicali della campagna dimenticata.
Lasciamo la dimora, che fu di un papa dell’800 e scorgiamo, in un volantino affisso nel portone di legno, l’annuncio che, di lì a poche ore, avremmo potuto assistere ad un concerto, pianoforte e soprano, nella sala auditorium del municipio. Gaudio!
“Stupendo! Siamo nel posto giusto!” I pensieri si sommano felicemente. Raramente accade che ci si trovi con così tante congiunzioni favorevoli!

Trascorriamo le ore che ci separano dal nostro appuntamento a sorpresa, nel parco cittadino poco fuori le mura, dove finalmente si palesano le prime vere presenze umane, intorno ai giochi e alle altalene: genitori con i loro bimbi ricciuti e paffuti e … sembrerà strano, contenti.
A rendermi ancor più piacevole la sosta, messaggi su whatsapp di un’alunna, che mi chiede già la lettura del suo diario post vacanze. Un’ondata di tenerezza e qualche lacrima che spunta … il mio lavoro, in qualche modo, è sempre fonte di soddisfazione creativa.

All’ora convenuta ci rechiamo all’appuntamento concertistico, non prima di aver apprezzato, sul piazzale antistante il Duomo ed il Municipio, una “giovane “ contesa tra i terzieri: il gioco del fazzoletto 3.0, con un cronista di eccezionale loquacità  ed un esiguo numero di genitori e nonni a fare il tifo.
“Mi sembra quasi di entrare in punta di piedi a casa d’altri …” confido al mio compagno di viaggio. Assistiamo con piacere, respirando un’aria quasi leopardiana, come se le piazze di una volta ci avessero aperto il loro “cuore” e permesso di farci largo fra la gente del posto come ospiti speciali.

Saliamo le scale del municipio, purtroppo anch’esso ferito dal terremoto, con la leggerezza di chi sa di ricevere, a breve, un dono gradito.
Il soprano è una donna giovane e bella; dopo una piccola spiegazione per il programma, leggermente cambiato, inonda la sala di acuti e vibrazioni eleganti e raffinate. I tasti del piano sprigionano melodie ora allegre ora nostalgiche, mentre da una piccola finestra, su un lato, il sole, che sta calando, dona una tonalità di luce dorata ai presenti.

Scendiamo quasi al tramonto, subito circondati dal corteo storico ottocentesco, preannunciato anch’esso nei volantini, che s’insinua a passo lento, nella piazza, per prendere posto con orgoglio davanti alle “autorità” vestite di nero: quattro anziani signori, molto soddisfatti del ruolo loro assegnato.
Infine la corsa delle botti , tra le urla e gli applausi di un pubblico genuino, ma non troppo folto, a concludere una giornata davvero speciale.

“Purtroppo … dobbiamo tornare a casa …” concludo. Non ce ne vorremmo andare mai, ancora ipnotizzati dagli ingranaggi degli orologi, “studiati” minuziosamente, qualche ora prima, nel museo dei ricordi, a fianco del municipio, prima di apporre la nostra firma nel libro degli ospiti, prontamente ringraziati da una  ragazza semplice e sorridente, all’uscita.

Diamo un’ultima occhiata al panorama dal “balcone delle Marche”, ma la foschia, causata dalla calura estiva, vieta ancora la visione lontana del mare annunciato.
Il tic tac si fa più veloce, la vita riprende … nel 2018.                                                                                                                                                         “Bella giornata!” conclude Lorenzo, mentre avvia l’auto lungo la prima ripida discesa che ci conduce fuori dal paese e dalla sua storia, recente e passata.

Siamo convinti che tutto rimarrà così, come per incanto, fino al nostro ritorno. Figuranti scesi dalle case apposta per noi, pietrificati ora dai rintocchi del municipio.

La mia terra , ancora una volta, mi ha preso il cuore e pulito i pensieri. Respiro.

 

(da una visita a Cingoli, il “Balcone delle Marche”, a due anni dal terremoto …)

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