Le squadre che hanno fatto i Mondiali. 2018 Russia: la squadra di casa che non ti aspetti

Share on Facebook3Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

E’ stato il mondiale più bello della Storia!”  Qualunque commentatore, in qualunque trasmissione delle reti Mediaset
Ok, cosa vi aspettavate, che i re delle televendite non magnificassero il prodotto? Però ammettiamolo: è stato davvero un Signor mondiale e chi è stato sul posto riconosce che dal punto di vista organizzativo lo zio Vladimir ha fatto veramente le cose in grande. In campo, poi, belle partite (un solo 0-0, che ha visto protagonisti proprio i futuri campioni del mondo), tanti gol (2,65 a partita la media), sorprese praticamente ad ogni turno…

E a rendere più piacevole questo mondiale, il fatto che per una volta la squadra di casa non abbia goduto di favori arbitrali imbarazzanti (si ripensi al caso esemplare della Corea del Sud 2002, alla Spagna del 1982, ma anche un poco all’Italia del ’90 e a molti campioni profeti in patria, dall’Argentina alla Francia) e che si sia rivelata anche squadra piuttosto simpatica. Conseguenza del VAR? Forse. O forse, mancando l’Italia, ci siamo messi comodi a guardare calcio senza farci condizionare dal tifo e questo ci ha reso più simpatica l’intera comitiva. Fatto sta che a questo giro parleremo proprio di lei, la Russia.

A proposito: ben ritrovati, a quattro anni di distanza.

Come va il mondiale

Prima, un accenno sull’andamento generale del Mondiale. Come si diceva qualche mese fa (http://www.lundici.it/2017/12/tutte-le-strade-portano-al-buon-football-ma-noi-non-ci-saremo/), non sono poche le squadre che arrivano in Russia con ambizioni di vittoria: la Spagna, che sembra avere completato il ricambio generazionale e che ci ha asfaltato nelle qualificazioni; il Brasile e la Germania, che vengono da due anni di sole vittorie o quasi; le giovani Francia ed Inghilterra, con la prima che – dopo aver elaborato il lutto dell’Europeo buttato via in casa due anni fa ed attingendo all’enorme serbatoio del suo ex-impero coloniale – sembra pronta per nuovi traguardi; la seconda (anche lei con un ruolino di tutte vittorie nelle qualificazioni) porta una squadra di bei giovanotti a fare esperienza in previsione del mundial qatariota 2022. Poi c’è il talentuoso Belgio, a cui da quattro anni manca sempre un decino per fare un euro, ma che presenta in panchina un allenatore per il nuovo corso: si chiama Roberto Martínez, è un Catalano, sconosciuto ai più tranne che in Inghilterra, dove è considerato un guru per quello che ha fatto con il “provinciale” Wigan, salvato ripetutamente dalla retrocessione e nel 2012 portato addirittura a un’incredibile vittoria della FA Cup contro i miliardari del City a guida Mancini. Dopo Wigan ed Everton (in verità con alti e bassi che hanno significato anche esoneri), nel 2016 è scelto per far fare il salto ad una nazionale di giocatori quasi interamente impegnati in Premier League. Martínez reimposta il Belgio dal 4-3-3 storico in un 3-4-3 che assicura più copertura, ma che sacrifica in mediana il suo interprete più geniale, quel De Bruyne che ritroverà un poco più di smalto (non tantissimo, in realtà), quando nelle ultime partite è schierato nel tridente d’attacco.

Poi ci sono le solite, dall’Argentina che arriva piuttosto malconcia al mondiale, ma ha sempre fuoriclasse come Messi, Agüero e Di Maria (e Higuaín, e Dybala, …), al Portogallo di Cristiano, fino all’Uruguay tutto garra, bomber (Cavani, Suarez) e attaccamento al suo líder máximo, Mister Tabarez, che già da quattro anni commuove il mondo per la dignità con cui affronta una malattia degenerativa.

Tranquillo Mister: il carisma non degenera

Di tutte queste favorite, la prima a cadere è la Germania, che all’esordio becca una sonora lezione tecnico-tattica da un giovane e frizzante Messico, rimedia all’ultimo respiro un’altra partita folle contro una Svezia a lungo superiore, per poi buttare tutto in vacca con la già eliminata Corea del Sud. I campioni del Mondo in carica, con la solita mistura di giovani ed anziani, di gente di pura razza ariana e nuovi tedeschi figli di 50 anni di immigrazione, questa volta non trovano la quadra; forse pagano il peso nello spogliatoio di gente che ormai dovrebbe farsi da parte (ogni riferimento a Mueller e Oezil, …), ma senza dubbio contano anche le scelte poco lucide di Loew, il protagonista di dieci anni di crescita ininterrotta, che prima esclude dai 23 Sanè (forse il giocatore con il miglior rendimento dell’intera stagione europea) e poi mette in campo squadre poco bilanciate e rivoluzionate ad ogni partita. Fatto sta che la Germania arriva al mondiale senza idee e senza voglia, finendo eliminata al turno inaugurale per la prima volta dal 1938!

Passano il turno da prime, ma senza impressionare, anche la Francia e il Brasile, con un Neymar totalmente sopra le righe che diventa lo zimbello del mondiale con una serie di imbarazzanti quanto inspiegabili simulazioni,

mentre Spagna e Argentina – pure qualificate – deludono più che illudere: la prima, con l’esasperazione di un tiqui-taca asfittico, che la porta a tirare in porta poco e male; la seconda mostrando al mondo un gruppo spaccato e in aperto conflitto con l’allenatore Sampaoli, preso a pallate dalla Croazia. Quest’ultima è la vera rivelazione del torneo: solida, cattiva, ma anche piena di talento; basti pensare ai pochi minuti concessi a gente come Kovacic e Badelj, che farebbero la fortuna dell’inutile centrocampo argentino (così, per dire).

VAR romm: tutti davanti alla TV

VAR romm: tutti davanti alla TV

Il primo turno presenta inoltre al mondo due novità. Una, già anticipata, è lo sbarco ai mondiali del VAR, il Video Assistant Referee (si insomma, gli arbitri collegati alla moviola), che riduce le polemiche, ma al prezzo di tempi morti ad aspettare le decisioni dei conciliabili via radio e del depotenziamento della fondamentale interpretazione dell’arbitro, cioè dell’uomo; insomma, a me non piace, ma non attacchiamo una guerra di religione su questo. C’è, ce lo teniamo e va bene così. La seconda, è un nuovo regolamento, sconosciuto ai più, tale per cui a parità di tutto – punti, scontro diretto, differenza reti, gol segnati (“ed anche dei gol subiti”, come recitava un regolamento di un torneo giovanile in cui incappai una volta) – la qualificazione è decisa dal minor numero di cartellini presi, ovvero dal fair play della squadra. Giusto? Sbagliato? Quién sabe? Sicuramente più giusto del sorteggio; fatto sta che, grazie alla regola, cade l’ultima possibile qualificata africana (il Senegal, eliminato dal Giappone): per la prima volta dal 1982 l’Africa non ha rappresentanti al secondo turno; e noi che siamo lì da anni a chiederci quando avremo una semifinalista africana… Questo evento merita una (riflessiva) digressione.

Il tracollo dell’Africa

L’Africa presenta cinque squadre ai blocchi di partenza: Egitto, Marocco, Tunisia, Nigeria e Senegal. Non se ne qualificherà una, in ragione della miseria di tre partite vinte (una delle quali di fatto derubricata ad amichevole) su 15 disputate. È il segno del tracollo definitivo? Mai più vedremo un Camerun 1982 o un Ghana 2010 e meno che mai qualcuno che saprà superarli?

Nazionali africane subito in ginocchio

Nazionali africane subito in ginocchio

In realtà, fanno notare alcuni sagaci osservatori, le semifinali sono piene di africani! Solo che giocano con la maglia di Francia (14 giocatori di origine africana in rosa), Belgio (altri 8), finanche dell’Inghilterra (è il caso del “nigeriano” Dele Alli). La sola Croazia, tra le semifinaliste, ha giocatori di puro ceppo autoctono, diventando così in automatico il cavallo di tanti fascistelli di casa nostra (e anche di Radio Maria, che fa pubblico endorsement alla vigilia della finalissima). Sarebbe interessante verificare, nel crogiuolo che è stata la Yugoslavia per 70 anni, quanti nazionali Croati non portino in sé i geni degli oggi odiati Serbi, Bosniaci, Macedoni e Albanesi; ma qui di Africa si stava discettando, non usciamo dal seminato.

È vero, dunque, che per il movimento calcistico africano non c’è speranza, visto quanto le ex-madri patria succhiano sangue, muscoli e velocità della sua meglio gioventù? La risposta è… nì.

Perché c’è una cosa che indignados e razzisti (pardòn, puristi) dimenticano, ed è che dei 22 Francesi+Belgi di origine africana ai mondiali, ben 20 sono immigrati di seconda e terza generazione, nati in Europa. E lo stesso vale per Dele Alli, per tre tedeschi (Khedira, Boateng e Ruediger) e per altri tre mundialisti disseminati tra Portogallo, Svizzera e Danimarca.

Alla fine, di 37 giocatori “africani” schierati con nazionali europee in Russia, solo nove sono nati in Africa, nella maggior parte dei casi venendosene via entro il terzo anno di età. Ma la cosa che tutti ignorano è che sono molti di più i giocatori di nascita e di cittadinanza europea che hanno partecipato a Russia 2018 con la maglia di una delle cinque nazionali africane: si tratta di 39, nati tra Francia (26), Spagna, Olanda, Germania, Belgio ed Inghilterra. Quindi, prima notizia, la trasfusione è bidirezionale e sembra anzi avvantaggiare più l’Africa, dove il 34% dei convocati a Russia 2018 è di nascita europea, dell’Europa, che conta nelle proprie rose l’11% di convocati di origine familiare africana, percentuale che scende al 3% se si considera il luogo di nascita effettivo. Ma allora perché nì e non un fiero e deciso no? Alla domanda iniziale?

Beh, perché l’Africa patisce innegabilmente quella che gli economisti chiamano adverse selection, ovvero il fatto di risultare sistematicamente sfavorita dalle scelte: se andiamo a guardare i nomi di questi 39 africani d’Europa, forse i soli Benatia (nato in Francia, capitano del Marocco) e Koulibaly (idem, Senegal) avrebbero potuto fare parte dei 23 Francesi; altri (dal senegalese Niang al tunisino Khazri) hanno avuto esperienze nelle nazionali giovanili francesi, per poi essere esclusi e decidere quindi di riciclarsi con la nazionale dei genitori (quando non dei nonni). Insomma, se la domanda è “ma ce la farà l’Africa a piazzare una semifinalista prima o poi, come espressione di un movimento in crescita?” temo che la risposta sia no; ma non perché, appena c’è un giocatore africano buono, qualche Paese europeo lo naturalizza, bensì perché – a meno di una crescita economica e sociale che aspettiamo dagli anni ’60 - nessuna città, quartiere, scuola calcio africana potrà competere con quelle del resto del mondo e la forbice tende a divaricarsi, anziché restringersi. Il ritardo, insomma, non è conseguenza dei mercanti di giovani calciatori, che rubano i figli a Mamma Africa e li portano nelle nazioni (e nelle nazionali) europee; è che fino a quando l’Africa continuerà a non avere un futuro, i genitori emigreranno e i loro figli (i Pogba e i Lukaku, i Kanté e i Mbappé, gli Chadli e i Matuidi) nasceranno, cresceranno e giocheranno nella vecchia Europa. Fine della disamina sociologica.
Non avranno il nasino di Brigitte Bardot, ma son francesi di Francia

La Russia: dal pessimismo della ragione all’ottimismo della volontà

russiaMa non si era qui a parlare di football? Giusto. E allora guardiamo da vicino questi padroni di casa, capaci di risvegliare la passione di un popolo che si aspettava (non senza ragione) di vederli naufragare presto. Eh sì, perché dopo avere investito in Capello fin dal 2012 per arrivare ben preparati al mondiale 2018, per poi lasciarsi senza rancore e senza interesse già nel 2015, la Russia che si prepara al primo Mundial casalingo della sua storia sembra davvero poca cosa: data quasi per spacciata nonostante il gironcino riposante che non si nega mai agli organizzatori (Egitto, Arabia Saudita ed Uruguay), si rianima un po’ quando si scopre che difficilmente l’egiziano Salah sarà della spedizione, visto l’infortunio patito in finale di Champions’ League, ma torna nella depressione dopo l’esito delle amichevoli pre-mondiali (zero vittorie contro squadre che nemmeno parteciperanno). Invece, con l’inizio dei giochi, si scopre il vigore e la solidità di una squadra dove tanto i giocatori più tecnici quanto i perticoni sembrano remare nella direzione indicata da Mister Cherchesov, un ex-portiere con esperienze di allenatore in squadre di club nazionali.

Questi schiera la squadra con un 4-2-3-1 a geometria variabile, capace cioè di cambiare a seconda delle situazioni e delle partite in un 4-4-1-1 ed anche nel 3-5-2 (se non 5-3-2) con cui elimina la Spagna. Gli interpreti sono un portiere anziano ed esperto, ma con una certa attitudine alla papera (ma non nella kermesse casalinga), due difensori centrali legnosissimi e con nessuna capacità di regia (il 38-enne Ignasevitch, ripescato a pochi giorni dalla diramazione delle convocazioni a causa di infortuni vari e lanciato nella mischia dal mister, e il giovane Kutepov, totalmente incapace di stoppare qualunque pallone) e due esterni bassi di gamba (l’ex-enfant prodige Zhirkov a sinistra e il brasiliano naturalizzato Mario Fernandes a destra, per sua ammissione incapace di parlare una sola parola di russo).

A centrocampo, mette ordine Zobnin, reduce da un gravissimo infortunio, coadiuvato da un paio di onesti corridori (Kuzayev e Samedov) regolarmente sostituiti per lasciare spazio a forze più fresche nel corso della partita. Fosforo e cambi di passo sono affidati a Golovin (un po’ mezzala, un po’ seconda punta, buoni piedi, inseguito a quanto pare da metà dei club di Europa, farà un onesto mondiale) e a Cheryshev, che – partito in panchina – di questa Russia sarà il capocannoniere con quattro gol, tutti di pregevolissima fattura. A proposito di quanto detto più sopra: arrivato a cinque anni di vita in Spagna al seguito del padre, attaccante acquistato dallo Sporting Gijon, crescerà come calciatore e come uomo lì, con tanto di doppia cittadinanza. Forse a qualche lettore non sarà sfuggita la sua espressione contro la Spagna, in risposta a Sergio Ramos mentre si danno il cambio sul dischetto (probabile che Ramos gli abbia detto qualcosa come “ricordati che sei Spagnolo, quando tiri”). Chiude il gruppo Artyom Dzyuba, un centravanti di altri tempi: muscolare e di pessimo carattere, ma capace di conquistarsi il posto con merito a forza di prestazioni intense ed efficaci.

Questa squadra da cui non ci si aspettava quasi nulla, passa da seconda il girone (qualificandosi matematicamente già dopo le prime due partite), organizza un muro di gomma contro l’insopportabile ed ormai totalmente fine a se stessa ragnatela spagnola, portando a casa la partita ai rigori, e poi esce allo stesso modo dopo avere prima spaventato e poi ripreso la rivelazione Croazia. A sbagliare il rigore decisivo è Mario Fernandes: non deve avere capito quando Mister Cherchesov gli ha detto, in russo, di andare e segnare.

Pagliuzze, travi, ritorno della cinica lotteria dei rigori

I turni eliminatori non vedono solo la Russia andare ai rigori, c’è anzi un certo ritorno della cinica, ma il più delle volte dopo partite belle tirate, dimenticate gli 0-0 di Italia ’90. Fatto sta che i risultati del primo turno convogliano molte favorite nella parte alta del tabellone: Francia, Brasile, Argentina, Uruguay, Portogallo, Belgio, quest’ultimo vittima probabilmente della scaltrezza inglese, che tira a perdere l’ultima proprio per finire nella parte bassa. Qui, si ritrovano invece Spagna, Inghilterra, Colombia, Russia e la rivelazione Croazia.

Il CT dell'Uruguay Oscar Washington Tabarez, uno dei simboli di questo mondiale

Il CT dell’Uruguay Oscar Washington Tabarez sulla sua sedia a rotelle elettrica, uno dei simboli di questo mondiale

Nella parte alta, esce l’Argentina, presa impietosamente a pallate dai giovani francesi e dalla velocità di Mbappè – anche se il risultato finale recita un fuorviante 4-3 (ai punti è minimo un 4-1) – esce il Portogallo, che ha visto Ronaldo dare tutto nelle prime partite, per mano di uno scatenato Cavani, che finirà però lì il suo mondiale (stiramento); il Brasile ha ragione del Messico in una partita che consegna definitivamente Neymar alla pubblica esecrazione, mentre il Belgio ribalta da 0-2 a 3-2 la sua assurda partita con il Giappone, che dopo essersi fatto rimontare si consegna al fulminante contropiede belga battendo un corner nelle mani di Courtois a 20 secondi dalla fine

(guarda il video su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=6jVdO1Q5xPE).

Nella parte bassa, detto della godevole sorpresa Russia con gli spocchiosi Spagnoli, passano ai rigori anche Inghilterra contro la Colombia, che aveva trovato il pari all’ultimo assalto, e Croazia con la Danimarca, mentre in un derby da scappati-de-casa la Svezia supera la Suisse grazie a un’autorete.

Abituati a una vittima eccellente a turno, i mondiali con i quarti non faranno eccezione: è la volta del Brasile, che esce non senza (un po’ di) sfortuna contro il Belgio. Passano agevolmente Francia e Inghilterra e, ancora su rigore, la Croazia contro la Russia. Si arriva così alle semi, con la tostissima Croazia che per la terza volta su tre è costretta ai supplementari (ma il gol di Mandzukic la risolve prima dei rigori) e la Francia che batte di misura il Belgio. E qui, complici le dichiarazioni in libertà nel post partita di Hazard e Courtois (“meglio perdere come il Belgio che vincere come ha fatto la Francia”, “Io mi vergognerei a vincere una partita come ha fatto la Francia”), nasce una leggenda metropolitana, ovvero che il Belgio abbia strameritato di vincere e che Deschamps non meriti campioni come Griezmann, Pogba e Mbappè, con il gioco sparagnino che si trova a praticare. In realtà, dopo un primo tempo in cui il Belgio ha sì attaccato di più, ma lasciando alla Francia le occasioni migliori, i Galletti vanno in gol a inizio secondo tempo e impostano quello che resta del match con grande lucidità, ovvero dando spazio e campo ai propri contropiedisti (e avendo alla fine più occasioni per raddoppiare di quante ne abbia il Belgio per pareggiare); in ogni caso, niente di paragonabile alla trincea da Grande Guerra dentro cui il Belgio si era rintanato – comprensibilmente, sia chiaro – nel secondo tempo con il Brasile per portare a casa la qualificazione. Ma è il solito discorso, di pagliuzze e travi negli occhi.

Ma le accuse di anti-calcio non saranno risparmiate alla Francia nemmeno in finale, per l’occasione con Arrigo Sacchi gran censore dai banchi di Mediaset; ma giocare sui punti deboli dell’avversario è sintomo di intelligenza, non di debolezza, una cosa che il Grande Arrigo non ha mai voluto capire (e infatti nella sua carriera ha vinto la metà di quello che avrebbe potuto): in una finale con risultato da tempi eroici (4-2, come nel 1930 e nel 1938), la Francia di nuovo patisce nel primo tempo, chiudendolo immeritatamente in vantaggio grazie a un autogol e a un rigore scioccamente causato da Perisic (che senza VAR non sarebbe mai stato dato); poi, nel secondo tempo aspetta sulla riva del fiume il cadavere di un avversario sfavorito per età anagrafica e reduce da tre supplementari consecutivi. Non dovrà nemmeno attenderlo molto: al 65’ è già sul 4-1. Con tutto il rispetto per una Croazia strepitosa, che migliora il suo già straordinario terzo posto del 1998, la Francia è un degnissimo e stra-meritevole Campione.

Nella finalina di consolazione, il Belgio fa meno turnover dell’Inghilterra e la supera nel gioco e nel risultato. Quest’ultima chiude in calando, lei come il suo bomber e capitano Harry Kane, comunque capocannoniere con 6 gol: neanche a ‘sto giro il football is coming home. Il Belgio è una squadra bellissima, ma che si rivela ancora un po’ troppo onanista per vincere, nonostante i passi avanti fatti in questo senso anche grazie a Martínez. Potrà rifarsi forse a Euro 2020, difficilmente questa generazione arriverà così forte al 2022.

Il gol del mondiale

In un mondiale con tanti gol (e anche tanti autogol, per inciso) e partite sempre interessanti, il mazzo da cui scegliere è ampio. Si ricordano ad esempio il gol di Messi, unico momento di luce in un mondiale fallimentare, ma di luce purissima, alcuni dei gol russi (uno per tutti: Cheryshev contro la Croazia), il gol di Rebic contro l’Argentina o quello di Ronaldo a tre minuti dal termine contro la Spagna. Il gol che però ha cambiato il mondiale, oltre ad essere di notevole qualità, è quello di Pavard, grazie a cui la Francia pareggia la partita con l’Argentina.

Siamo al 56’ degli ottavi di finale; dopo aver dominato per un tempo, la Francia da 9’ si trova sotto 2-1. In molti iniziamo a pensare davanti alla Tv che forse ai mondiali conta più l’esperienza della freschezza, quand’ecco che la Francia ci smentisce: giocata profonda di Matuidi per Hernandez, l’esterno di sinistra, che salito di gran carriera arriva sul fondo con l’avversario così a ridosso da non potere nemmeno controllare; cross quindi di prima intenzione a mezza altezza; la palla è ciccata dal solito inguardabile difensore argentino di questa edizione (per l’occasione Tagliafico) ed arriva sul vertice opposto dell’area all’altro esterno di difesa, Benjamin Pavard (22 anni e 6 presenze in nazionale alle spalle prima di Russia 2018), che la calcia di taglio senza stopparla. Come già lo Spagnolo Nacho contro il Portogallo una settimana prima, la palla prende una traiettoria a rientrare che la rende imparabile. Da lì, per la Francia inizia un altro mondiale. Hasta la victoria.

  (guarda il video su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=Ov39iGAgEn4)

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook3Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?