La letteratura di Cormac McCarthy

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cormacmccarthy

Non è facile scrivere una recensione sui libri letti di Cormac McCarthy.

Ho iniziato con “La Strada”, ho letto poi “Meridiano di Sangue”, presto comincerò “Trilogia della Frontiera”.
Due libri sono abbastanza per farsi un’idea di un autore così complesso? No. Assolutamente no, però può essere abbastanza per iniziare a parlarne.
Cormac McCarthy è la letteratura americana vivente, nessuno in questo momento storico può eguagliarlo.
Riuscire a tenermi incollata a un libro di cowboy non era cosa per niente semplice, eppure le avventure del gruppo di cacciatori di scalpi mi hanno appassionata al punto di sapere sempre più velocemente, pagina dopo pagina, che cosa succedesse. Scoprire fin dove la crudeltà del giudice Holden si fosse spinta. Quel possente gigante bianco e glabro, una combo tra Majin Bu e Moby Dick, spiaggiato nelle pieghe della sua cattiveria, simbolo di un’umanità finita, di valori distrutti, di una terra di confine senza regole e senza codice, il cui e solo scopo è quello per la sopravvivenza.
Sullo scenario il deserto, la terra rossa, gli Indiani, non ci sono storie personali.

meridianodisangue
C’è la storia del gruppo, i bianchi contro i pellerossa, i bianchi contro l’arsura. La vita contro la morte.
Nella sua letteratura McCarthy non è interessato a nient’altro, lo dichiara lui stesso nella sua ultima intervista. A che servono gli autori che parlano di amori, di storie personali, di umanità? Sono inutili.
E incenerisce millenni di letteratura e di uomini importanti con un assoluto disinteresse. Lui è essenziale, pragmatico, non gli interessa Proust e neanche Henry James, gli piacciono Dostoevskij, Melville, Faulkner (lo avreste mai detto?).
Gli interessa la lotta per la sopravvivenza, la fame nera, quella stessa che lui ha provato per anni e che ci fa rivivere parola per parola ne “La Strada”.

Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

Non ci rivelerà mai che cosa è successo al nostro mondo ne “La Strada”, non è quella la domanda da porsi. Sappiamo che c’è un bambino da sfamare e da condurre verso il futuro, ma perché, se non esiste più un futuro?

È così che fanno buoni. Continuano a provarci. Non si arrendono mai.

Forse per quello stesso motivo per cui le persone che vivono in zone di guerra continuano a mettere al mondo figli: la speranza.
La sentiamo tra i capelli quella cenere fitta, ci consuma le mucose l’ammoniaca da cui è devastata l’aria e che contribuisce a ingrigire il cielo, diventa nostro figlio il ‘bambino’.
A tratti comprendiamo la madre e sosteniamo il padre fino all’ultimo respiro. Che cosa succederebbe se perdessimo tutte le nostre comodità? Se avessimo solo dieci secondi per tirare indietro il cane di una pistola e sparare? Come ci ridurremmo se dovessimo decidere tra la nostra vita e quella degli altri? A che punto si esaurirebbe la nostra umanità e quanto il ‘fanciullino’ che è dentro di noi riuscirebbe ad averla vinta?
La Strada è il suo ultimo romanzo. Cormac McCarthy non ha voluto pubblicarne altri, qualcuno dice che è colpa del cinema, forse semplicemente la sua natura schiva ha avuto la meglio. Forse si è più banalmente stancato. Non ci è dato sapere neanche questo, lui ha scelto così e a noi sta bene.

Dove gli uomini non riescono a vivere gli dei non se la cavano certo meglio.

Ma quanta poesia in quelle frasi tirate come stoccate? Quante pause in quei dialoghi brevi, essenziali tra padre e figlio? Come a risparmiare l’aria, le energie. Quanta speranza nel cuore di quel bambino che, nonostante tutto il male che lo circonda, non prova rabbia alcuna per nessuno.
Uno dei personaggi più strazianti e commoventi, ottimamente tirato fuori dall’anima dell’autore.

lastrada
A mantenerlo il cuore così puro, nonostante la crudeltà della vita. Un’anima candida e pulita in tutto quel grigiume. E allora va oltre, travalica le parole stesse e ci lancia un messaggio: riuscire a rimanere umani. Condividere il pathos del bambino e unirsi alla sua visione del mondo, provare ‘compassione’, non come la intendiamo noi però, con quella valenza più tedesca di riuscire a mettere in contatto le emozioni, compenetrarsi con il piccolo.
Insegna a tutti McCarthy e lo fa senza voler insegnare proprio nulla, ci rimette in contatto con il nostro lato più profondo, umano e disumano insieme, dove solo le scelte repentine e istintuali ci tengono in vita. Dove è la pancia che indica i passi da compiere, sia come bisogno fisiologico: il cibo prima di tutto, il nutrimento; sia come fiducia umana, o ti fidi e ti affidi o non hai altra soluzione.
E quanto rappresenta terribilmente il paradosso della nostra vita? ‘Ma io non ti conosco’, ‘Lo so, ma ora non hai molte alternative…’ e magari proprio in quel momento, quando pensi che sia tutto finito, ti va bene. È l’occasione che ti cambia l’esistenza, almeno per un po’.
Si può avere la sensazione di controllare la vita in ogni nanosecondo, ma poi sopraggiunge improvvisa e succede qualcosa di talmente inaspettato che devi rivalutare tutto, come quell’orologio fermo per sempre all’1.17.
Diversa è la vita di frontiera. La storia d’America. Il Paese giovane, la terra nuova, vergine, che comincia ad avere una sua storia ed è narrata perfettamente da questo fenomeno che conosce il tempo e sembra aver vissuto in quel periodo in cui a scandire le ore c’era solo il tramonto.
Le giovani vite che si incrociano, centinaia di comparse che si scontrano sul terreno di battaglia come un vero e proprio colossal, ogni pagina una fotografia di quel tempo.

Di notte il cielo è una fontana di stelle con poco spazio nero, stelle che cadono incessanti tracciando archi dolorosi, ed è così che il loro numero non diminuisce mai.

Ho consumato la discografia di Ennio Morricone mentre leggevo Meridiano di Sangue, era inevitabile. Ho respirato la polvere da sparo, ho sudato quando ho temuto che Holden mi trovasse, ho ascoltato le sue storie, ho immaginato quella vita.
Che ne sai che quelle scene le ha dipinte bene? Perché se penso al farwest io me lo immagino proprio così, se penso alla vita senza legge me la immagino crudele e spietata. Se penso al demonio lo immagino proprio come Holden. Se immagino chi sia la letteratura oggi, penso a McCarthy.
Bisogna leggere McCarthy? Assolutamente.

 

(photo fonte web)

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Imma I.

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