Mussolini, la donna italiana e la moda del Ventennio

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La donna fascista, agosto 1942

La donna fascista, agosto 1942

Benito Mussolini, come è noto, era nato in una frazione di Predappio in piena campagna romagnola. Era figlio di un fabbro e di una maestra elementare, una famiglia umile, e per tutta la vita avrebbe conservato i gusti semplici e rustici delle sue origini, che comportavano anche una notevole dose di misoginia. In Italia esisteva una lunga tradizione (purtroppo continuata nel dopoguerra e presente ancor oggi) che passava anche attraverso studi “scientifici” che pontificavano sul gentil sesso ribadendone la stupidità perché il suo cervello pesa meno di quello maschile, avrebbe una maggiore inclinazione alla crudeltà e alle bugie, mentre la sua unica e vera funzione doveva essere quella materna datale dalla natura: insomma una sorta di mucca buona solo per figliare. Questa premessa è indispensabile per capire l’atteggiamento che il Duce ebbe nei riguardi delle italiane e della moda quando prese il potere nel 1922. Era contrario all’emancipazione delle donne, agli studi – negli anni Trenta le avrebbe escluse dagli insegnamenti fondamentali nei Licei e alla partecipazione ai Littoriali della cultura e dello sport – e anche se dopo la Grande guerra il lavoro femminile fuori casa era ormai un dato di fatto – avrebbe fatto il possibile per riportarle alla dimensione domestica. Oltre a ciò non si può dimenticare l’alleanza culturale tra Fascismo e Chiesa cattolica culminata con due encicliche emanate da Pio XI all’inizio degli anni Trenta, in cui se ne ribadiva la subordinazione, l’idea che il suo lavoro fosse un pericolo per la famiglia e l’educazione dei figli, e che la femminilità si affermasse solo tra le mura domestiche. 

Matrimonio tra Umberto di Savoia e Maria Josè del Belgio

Matrimonio tra Umberto di Savoia e Maria Josè del Belgio

Mussolini detestava inoltre la dipendenza della moda italiana rispetto a quella francese. E’ vero che da noi esistevano importanti sartorie, ma i giornali di moda orientavano i gusti delle signore esclusivamente verso i couturiers di Parigi, dove tutta la clientela europea si riforniva. Il crollo di Wall Street del ’29 aveva causato un’ondata di crisi che si era abbattuta anche sull’Europa facendo salire la disoccupazione, causando licenziamenti e riduzioni salariali, e mettendo sul lastrico migliaia di famiglie, mentre al riparo da tutto ciò in Italia la classe agiata continuava a vestirsi in modo elegante. I matrimoni principeschi e in particolare quello di Umberto II e Maria Josè del Belgio del 1930, i ricevimenti, le prime teatrali e le usanze del bel mondo, erano sulle prime pagine delle riviste che ignoravano completamente la vita e i problemi del resto della nazione. Come dunque convincere la recalcitrante élite femminile a rifiutare il gusto francese? Innanzitutto attraverso i giornali, sia quelli di partito – “Il giornale della donna”, “Camerate a noi”, “Il popolo d’Italia” – sia quelli patinati come Lidel, fondato dalla giornalista Lydia de Liguoro con l’obiettivo di creare e favorire una moda nostrana. Mussolini non poteva che lodare e incoraggiare.

Negozio autarchico

In questo negozio si vendono solo prodotti italiani

Nel 1935 il Fascismo fondò l’Ente Nazionale Moda, con sede a Torino, che aveva come scopo la diffusione di un nuovo stile nazionalista (come affermò con la solita perentorietà il Duce: “Una moda italiana non esiste ancora: crearla è possibile, bisogna crearla”). L’occupazione dell’Etiopia da parte del regime nello stesso periodo aveva indotto la Società delle Nazioni a imporre al nostro paese sanzioni economiche che fecero mancare molti rifornimenti di materie prime. La risposta fu il lancio di un’accesissima campagna, nota sotto il nome di “Autarchia”, che invitava il popolo a rifiutare in blocco tutto quello che proveniva dall’estero, a meno che non si trattasse di prodotti delle nostre colonie, fino a eliminare anche le parole straniere e sostituirle con derivati italiani, sprofondando così nel ridicolo: così Louis Armstrong diventò Luigi Braccioforte, Washington Vosintone, il color bordeaux color barolo e via andare. La moda in particolare era sollecitata a inventare esclusivamente creazioni “italianissime”.

Poema del vestito di latte

Filippo Marinetti, Il poema del vestito di latte

Il primo articolo costitutivo dell’Ente obbligava a certificare la garanzia italiana di ogni modello. Erano esclusi parecchi tessuti, comprese le raffinate lane inglesi. Nonostante il garrulo ottimismo del regime l’autarchia finì per creare difficoltà: se alcune materie prime come la seta e il lino si potevano produrre facilmente anche da noi, il cotone – che sarebbe dovuto provenire dall’Etiopia -  arrivava in quantità in soddisfacenti e ohimè, la lana delle pecore abruzzesi non poteva certo competere per qualità e abbondanza con quella delle pecore inglesi, gallesi e scozzesi. “Noi tireremo dritto!” Spavaldo e ottimista il Duce affermò che bisognava sostituire le fibre mancanti con altre naturali e artificiali: la canapa, il fiocco di ginestra, l’ortica (per quanto sembri strano ci si ottiene un filato di alta qualità), il raion, mentre per le pellicce – tutte provenienti dal nord e dall’est Europa – si cercò di convincere le donne che i conigli nostrani adeguatamente tinti battevano astrakan, visoni e cincillà. La lana fu invece sostituita dal “Lanital”, una fibra derivata dalla caseina contenuta nei residui del latte di capra, e che aveva il non piccolo difetto, una volta lavata, di cedere a allungarsi in modo esorbitante; per invogliare le signore l’Ufficio propaganda della Snia Viscosa partorì anche un volumetto “Il poema del vestito di latte”, in cui un entusiasta Filippo Marinetti declamava versi del tipo:”L’ebrezza di un filo di caseina barcolla per sganasciante ilarità nel mutarsi in nastro poi strilla sono un latte  che ritorna beatamente alla sua pura mammella bobina bobina mia mia mia”.

Manifesto di Metlicovitz per il Proton

Manifesto di Metlicovitz per il Proton

Non bastò: negli anni Trenta i couturiers parigini avevano lanciato abiti dalla linea estremamente femminile, affusolata, il punto di vita esaltato, la gonna al polpaccio, le spalle larghe, il corpo messo in evidenza da sete che catturavano la luce e ampie scollature sulla schiena. Fossero creazioni lineari e comode come quelle di Coco Chanel, o decisamente sfacciate come quelle di Elsa Schiaparelli, o avvolgenti e sensuali come i vestiti di Madeleine Vionnet, si rivolgevano comunque a una donna moderna e emancipata, che non disdegnava il lavoro e non aveva paura di esibire la propria sessualità. Al mare ci si svestiva sempre di più e si cominciavano a indossare senza eccessive timidezze i primi pantaloni, sull’onda dello stile mascolino lanciato da Marlene Dietrich e Greta Garbo. Per le signore-bene i guanti e i cappellini erano obbligatori perché solo le donne del popolo uscivano a testa scoperta e mani nude. Il Fascismo che si occupava invece di demografia (imposta sui celibi, detassazioni e vari benefici alle famiglie numerose)  era convinto che “l’eleganza è nettamente sfavorevole alla fecondità”, e tentava di persuadere le donne a ingrassare. Guardava con orrore “le manichine”, ossia le indossatrici magre e feline, detestava i “gagà e le gagarine”, le persone eleganti, e suggeriva che la modella perfetta doveva essere alta 1,56/1,60, e pesare sui 55/60 chili. Questa robusta nanerottola era in realtà il prototipo della “massaia rurale”  tanto amata dal Duce, e per farlo contento i figurini, le fotografie di moda e i manifesti si riempirono di belle ragazze più che fiorenti. La signorina Grandi firme, una mora formosa e dal cervello di un’oca disegnata da Gino Boccasile per la copertina dell’omonima rivista spopolò.

La signorina grandi firme

La signorina grandi firme

Il regime puntava anche su abiti che si rifacessero alla nostra tradizione popolare, al Medioevo e al Rinascimento, mentre con la conquista dell’Albania ci si ispirò al folklore del paese imitandone i costumi colorati e ricamati che furono lanciati per l’occasione da Maria Josè di Savoia. Furono inventati anche pudicissimi modelli di ispirazione religiosa, forse sull’onda della riconciliazione col Vaticano attraverso i Patti Lateranensi. Si imbastirono violente campagne contro i pantaloni, contrari alla decenza e alla maternità, aggredendo anche le retine in stile romantico che raccoglievano i capelli lunghi e il turbante accusato di essere troppo orientale. Si insisteva sulla donna severa e littoria, ci si scagliava contro la vita di vespa e si attaccava il trucco che – impiastricciando il volto – imitava sfacciatamente le dive di Hollywood, con le labbra arcuate e le sopracciglia rasate. Il risultato? Le signore (comprese le amanti dei gerarchi) continuarono a inseguire la dieta, a copiare più o meno apertamente i modelli francesi, ad ossigenarsi, a guardare con estremo interesse le dive dei “Telefoni bianchi” che come molte si rifiutavano di uniformarsi al modello voluto dal regime.

Scarpa di Ferragamo con zeppa in sughero

Scarpa di Ferragamo con zeppa in sughero

La Seconda guerra mondiale peggiorò la situazione in modo drammatico: dal 1941 entrarono in vigore le tessere per l’abbigliamento, mentre si dovette risparmiare sui tessuti e sul cuoio che servivano per le uniformi dei nostri soldati. Gli abiti si accorciarono al ginocchio, scomparvero le calze di nylon e seta e la cucitura fu dipinta su polpaccio, gli strascichi furono aboliti, mentre i giornali sembravano ignorare il problema. L’economia di guerra lanciò tuttavia alcune mode, dettate dalla necessità e adattate con creatività: i cappellini con la veletta e soprattutto le scarpe con le zeppe. La veletta, una moda ottocentesca che dava al viso un’aria misteriosa, maliziosa e romantica, non era soggetta al tesseramento, e durante l’autarchia fu utilizzata in pianta stabile per i piccoli copricapi femminili fatti in materiale povero come la rafia e la paglia. La crisi e il divieto dell’uso del cuoio e dell’acciaio spinsero un geniale calzolaio italiano, Salvatore Ferragamo – che si era affermato ad Hollywood diventando “il calzolaio delle stelle” – ad abolire il tacco e ad inventare la zeppa in sughero sardo, mentre rafia, cellophane, tela, fili metallici, legno e resine sintetiche servirono a fabbricare la tomaia, caratterizzando la maggior parte delle calzature italiane degli anni Quaranta, colorate, fantasiose, a volte visionarie, sempre divertenti. Il successo tra le signore abbienti fu immediato.

Una madre italiana tra le rovine della guerra

Una madre italiana tra le rovine della guerra

Diverso invece il caso delle donne della classe medio-bassa, che per fuggire ai bombardamenti dovettero sfollare in campagna, arrangiandosi a fabbricare un vestito nuovo con due vecchi, a rivoltare il paletò, a farsi le mutande con le camicie logore. Le code interminabili per il pane razionato, la mancanza di burro, zucchero, uova o carne, avevano denutrito loro e i loro bambini, mentre i mariti erano lontani a combattere al fronte. Che importanza potevano avere la moda e le grandi firme? Uno stile veramente italiano sarebbe nato dopo la fine della guerra a partire dal 1951 con una sontuosa sfilata allestita a Firenze dal nobile lucchese Giovanni Battista Giorgini, il primo a intuire la potenzialità del nostro artigianato di lusso sui mercati internazionali.

Fonti: Natalia Aspesi, Il lusso & l’autarchia, Rizzoli

http://digilander.libero.it/kiki82m/donna_Fascismo.htm

https://trama-e-ordito.blogspot.com/2010/08/il-poema-del-vestito-di-latte-1937.html

http://www.url.it/donnestoria/testi/tesi/donne%20fascismo.pdf

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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