L’amore carnale nel Medioevo tra verità e fake news

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Una stufa medievale con annessa camera da letto

Una stufa medievale con annessa camera da letto

Spiega lo storico Franco Cardini che è pregiudizio comune – tra i meno esperti ma anche tra gli addetti del settore – applicare al passato idee fantasiose ma inesistenti: così si dice che nel Medioevo si bruciavano le streghe mentre i grandi roghi persecutori si accesero a partire dal Rinascimento; l’aristocrazia feudale non era fatta di signorotti prepotenti alla Don Rodrigo, i quali comparvero esercitando la loro arroganza soprattutto nel Seicento narrato da Alessandro Manzoni. Stessa cosa per i costumi sessuali che si credono casti e repressi da quando furono immaginati tali nel ben più repressivo Ottocento vittoriano. Come si sa la religione era onnipresente e – almeno in teoria, anche se non in pratica – condizionava la sessualità. Le città erano piene di bordelli, le “stufe”, dove si poteva fare non solo il bagno, ma godere della compagnia di ragazze disponibili. La prostituzione era considerata un male minore, perché serviva ad evitare l’odiata masturbazione e non obbligava le mogli ad assumere posizioni erotiche considerate peccaminose, dal momento che le donne dovevano rimanere ignoranti e sottomesse; l’unico sistema di accoppiamento permesso tra le mura domestiche era infatti quello del missionario, che si credeva più adatto a procreare. Nel Duecento il vescovo sant’Alberto Magno si prese la briga di redigere una lista delle posizioni classificandone fino a cinque dalla più peccaminosa, ossia farlo da dietro, cui seguivano in ordine decrescente: di lato, seduti, in pedi. Vietatissimo era anche il “cavallo erotico”, con la donna sopra l’uomo. Tra le colpe peggiori c’era infine la temibile sodomia, che a quei tempi comprendeva anche la masturbazione e in genere tutti i rapporti che non avevano il fine di procreare.

Libro d'ore, Francia, XV secolo

Libro d’ore, Francia, XV secolo

San Paolo aveva dettato le regole: “è cosa buona per l’uomo non toccare la donna e (ai non sposati e alle vedove) se non sanno vivere in continenza si sposino; è meglio sposarsi che ardere”. La continenza era considerata una virtù ma anche un consiglio medico perché si riteneva che l’abuso del coito accorciasse la vita, danneggiasse il cervello e conducesse alla stupidità. Si cercò quindi di arrivare a un saggio compromesso tra il desiderio sessuale e il bisogno di condurre una vita moralmente ineccepibile: la Scuola medica salernitana sconsigliava di fare all’amore ogni giorno, ma di limitare il sesso a una o due volte alla settimana e comunque non meno di una volta al mese, affermando – alla faccia dei moderni antibiotici – che un buon rapporto curava anche il raffreddore. Detto questo anche nel Medioevo le ragioni del sesso erano più forti di quelle della castità e sotto le coperte ci finivano tutti, preti compresi; perfino il vescovo inglese Hugues di Lincoln – proclamato poi santo dalla Chiesa – a una donna che si lamentava del disinteresse del marito rispose che l’unico modo per fargli compiere il dovere coniugale era farne un prete perché: “appena un uomo è prete brucia”. E a proposito di ecclesiastici la Chiesa delle origini non imponeva loro il celibato a cui si arrivò tra molte lotte solo nell’Undicesimo secolo.

Bartholomaeus Anglicus, De proprietatibus rerum

Bartholomaeus Anglicus, De proprietatibus rerum

Fino al quarto Concilio lateranense del 1215 il matrimonio era solo un contratto, come accadeva nella Roma antica. Diventato un sacramento, era valido solo se consumato, possibilmente senza alcun piacere reciproco: godimento e orgasmo non facevano parte della sessualità degli sposi come affermava anche San Tommaso D’Aquino. Vietati i preliminari, vietata alla moglie qualsiasi attività e soddisfazione, il coito si riduceva a un rapporto velocissimo, una vera e propria “sveltina”, e se proprio il marito voleva qualcosa in più doveva ricorrere alle prostitute; i bordelli infatti erano aperti tutto l’anno a parte il Venerdì santo, ed erano frequentati anche da uomini di Chiesa. In quanto all‘astinenza coniugale era obbligatoria a Natale, Pasqua, Pentecoste e Assunzione.

Codice di Manesse. Scena di amor cortese

Codice di Manesse. Scena di amor cortese

Sesso si o sesso no era uno dei dilemmi del Medioevo. Si confrontavano posizioni decisamente repressive come quella di Burcardo, vescovo di Worms, che aveva compilato un manuale per i confessori quasi interamente dedicato alla fornicazione femminile in cui sono descritte con abbondanza di particolari (e pensiamo anche con un certo compiacimento) varie pratiche sessuali che vanno dal lesbismo, al rapporto con animali, alla masturbazione con un aggeggio che lui chiama “machinamentum”, alla vendita del proprio corpo o di quello della figlia. Le penitenze a pane e acqua andavano da pochi giorni per l’uomo fino cinque anni per la donna.

Al contrario della severità ecclesiastica la poesia amorosa del periodo è piena di riferimenti erotici, in particolare all’amore extraconiugale perché più libero da ogni tipo di costrizione: dall’amor cortese idealizzato ma anche pieno di sensualità descritto dai trovatori francesi del XII secolo, all’amore decisamente concreto dei Carmina Burana dedicati a Venere e indecisi tra il preferire la dama irraggiungibile o la pastorella all’inizio ritrosa ma alla fine ben felice di concedere le sue grazie. Tanto per fare un esempio in “Si puer cum puellula”, il poeta afferma che se un ragazzo e una ragazza indugiassero in una stanzetta, allontanata la pudicizia, inizierebbe un “ludus ineffabilis membris, lacerti, labii” (un gioco ineffabile di membra, braccia, labbra), insomma un libero intreccio amoroso della carne vecchio come il mondo.

San Pier Damiani. Liber Gomorrhianus

San Pier Damiani. Liber Gomorrhianus

E gli omosessuali? Tempi durissimi per loro: sparita la tradizionale tolleranza del mondo antico, che in taluni casi come in Grecia incoraggiava addirittura questo tipo di relazione, con l’avvento del cristianesimo si cominciò a parlare di pena di morte, prescritta già dal codice di Giustiniano del VI secolo. Se Carlo Magno nelle sue leggi fu abbastanza tollerante riguardo ai rapporti sessuali tra gli ecclesiastici (già diffusi al tempo) nell’XI secolo San Pier Damiani ci scrisse addirittura un tomo, il “Liber Gomorrhianus”, in cui raccomandava di degradare monaci e preti che si abbandonavano al “vizio purulento”. Con l’avvento dei Comuni la situazione peggiorò: in uno statuto bolognese della seconda metà del Duecento i sodomiti erano puniti con l’esilio irrevocabile, mentre nello stesso periodo la Costituzione senese li multava la prima volta che erano colti sul fatto, ma li appendeva per i genitali in caso di recidiva. La punizione col rogo – al pari degli eretici – era nata in Svizzera, ma si diffuse anche in Italia dalla fine del secolo e per i successivi, con qualche poco allegra variazione a seconda degli stati: dal taglio della mano destra, all’impalamento, alla castrazione etc.. A Padova invece per star sul sicuro si punivano tutti quelli – uomini e donne – che praticavano rapporti contro natura, ossia non facevano all’amore nell’unica posizione prescritta.

Gustave Doré. Paolo e Francesca

Gustave Doré. Paolo e Francesca

Non si scherzava nemmeno con l’adulterio, da non confondere col concubinaggio, che a noi sembra la stessa cosa, ma che all’epoca era considerato lecito in diversi statuti comunali. La concubina era una donna spesso di origine umile, una sorta di colf a cui il marito chiedeva anche prestazioni sessuali. Altre relazioni extraconiugali non erano invece tollerate e le pene erano a volte derisorie, a volte severissime: tra le prime c’era quella di far correre nudi i due colpevoli, tra le risa e lo schiamazzo della folla che – presumiamo – non fosse tutta composta di innocentini. Tra le seconde c’erano ovviamente la prigione o la pena di morte. A volte ci pensava semplicemente il marito che per salvare l’onore ammazzava tutti e due e naturalmente la scampava liscia. L’epica medievale è ricca di queste storie tragiche, dagli amori immaginari di Lancillotto e Ginevra a quelli reali di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, uccisi dal di lei marito Gianciotto; notoriamente Dante, commosso e benevolo davanti alla coppia (e forse perché lui stesso non era stato un santo) decise di metterli nel quinto girone dell’inferno tratteggiandoli con versi meravigliosi – “amor c’ha nullo amato amar perdona”- croce e delizia degli studenti.

Falsa cintura di castità

Falsa cintura di castità

Per impedire che la moglie tradisse durante le lunghe assenze del marito non esisteva alcun sistema. La cintura di castità infatti è un falso ottocentesco. Il “cingulum castitatis” citato nella letteratura dell’epoca era piuttosto un simbolo di purezza ideale e non certo un  oggetto di dissuasione erotica. Prima che gli storici scoprissero la bufala se ne potevano ammirare un paio, una esposta al Museo d’arte medievale di Cluny a Parigi che si diceva appartenuta alla regina Caterina de’ Medici – che peraltro era innamoratissima del marito e che alla sua morte si chiuse in una rigida vedovanza – l’altra al British Museum di Londra, in seguito tolte dalle vetrine. Un’altra panzana è lo “ius primae noctis”, il diritto del feudatario di sverginare le mogli dei suoi servi della gleba la prima notte di nozze. La storia è suggestiva – e collegata in Italia a diverse località, tra cui l’erto e fascinoso castello di Roccascalegna in Abruzzo, dove il cupo Barone Corvo de Corvis (nome omen) avrebbe introdotto l’usanza finendo poi ucciso da una sposina non appena cercò di metterle le zampe addosso. Si tratta naturalmente di leggende che sono state scambiate per verità perché accendono la fantasia di chi si ostina a credere che il Medioevo sia stato un periodo sinistro e cupo. Nella realtà dei fatti dal X secolo il “diritto signorile” era un’indennità pecuniaria che il servo doveva pagare quando, maritandosi, abbandonava il feudo e lo privava così della sua forza-lavoro.

Un lupo in una miniatura

Un lupo in una miniatura

Non resta che concludere accennando ai rimedi che servivano a scatenare la fiamma della passione quando questa languiva. Trotula de Ruggiero, la medichessa salernitana nota in tutta Europa, era convinta che il desiderio sessuale fosse un fenomeno naturale che, quando represso, poteva causare nelle donne sofferenze e infermità. In caso di astinenza suggeriva di applicare come calmante sulla vagina olio di muschio o menta. Senza alcun pregiudizio consigliava inoltre alle signorine di usare prodotti astringenti che le facessero sembrare vergini anche se non lo erano. C’era poi l’impotenza maschile, temutissima, e curata in parte con cibi considerati afrodisiaci, in parte con ricette più o meno stregonesche: tra i primi c’erano i fichi o, per le tasche dei più abbienti, la cannella, originaria dello Sri Lanka; tra i secondi la carne di passero – ritenuto simbolo di passionalità e fecondità – e il pene di lupo, tagliato a pezzetti e cucinato, una sorta di curioso viagra medievale.

 Fonti:

https://www.foliamagazine.it/il-sesso-nel-medioevo-tra-leggende-e-verita/

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/15/amore-carnale-nel-medioevo.html

https://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/2014/11/19/i-classici-segreti-del-medioevo-erotico

http://danilopicchiotti.blogspot.com/2008/10/lomosessualit-nel-medioevo-italiano.html

http://www.focus.it/cultura/storia/quella-mitica-cintura-di-castita

 

 

 

 

 

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