La comunicazione… questa sconosciuta…

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La nostra vita, tutta, è fatta di comunicazione. Le relazioni si nutrono di parole, di gesti, di sguardi, di abbracci. E allo stesso modo possono morirne per la mancanza.
Chi ha una mamma, una sorella, un proprio caro affetto dal morbo di Alzheimer lo sa. Questa è la patologia della comunicazione assente e dei ricordi perduti. Il corpo vive ma la mente non c’è più. E’ lontana. Silente. Sfuggente. Non c’è ricerca, passione, condivisione, allineamento, comprensione. Non c’è più comunicazione e quella residua, che si cerca di far emergere, il più delle volte non basta per sentirsi in connessione. Il dolore è grande per chi resta accanto a queste persone perchè in qualche modo deve affrotare un lutto che non può essere elaborato. Sono percorsi difficili, faticosi, carichi di sofferenza e di stanchezza.

Dunque entrare in connessione è necessario per condividere ciò che pensiamo, ciò che cerchiamo, ciò che siamo. Se non c’è connessione non c’è contatto, non c’è emozione, non c’è relazione. L’isolamento è una tecnica di tortura usata da certi regimi totalitari per depredare la persona della sua dignità. Le conseguenze, quando l’isolamento è protratto a lungo, possono portare alla morte.
Con questa premessa volevo portare l’attenzione sull’importanza che riveste la comunicazione.

parole1Ma scegliere come, dove, quando, quanto e perché comunicare è un’arte. E come tutte le arti è fatta di sensibilità, di attenzione, di rispetto, di poesia e molto altro ancora.

Non dovremmo mai dimenticare che con le parole possiamo creare sentieri o distruggere ciò che è stato costruito con impegno e costanza. Ed è più facile di quanto si possa credere.

Molte persone affermano con orgoglio “io dico sempre quello che sento”, “io mi comporto con tutti allo stesso modo”, “io ho le mie idee e ne vado fiero”, “io sono fatto così e non ho nessuna intenzione di cambiare” dimenticando, forse, che nell’incontro con l’altro entra in gioco tutta una serie di delicatissimi meccanismi. E’ necessario ricordare che la sua percezione è sicuramente diversa dalla nostra, così come la sua sensibilità e i suoi bisogni e che la diplomazia può rendere più facile ogni rapporto.

Essere diplomatici non significa essere falsi. No, tutt’altro. E’ cercare di comprendere chi abbiamo di fronte e di impegnarci affinchè ciò che noi vogliamo comunicare, arrivi al destinatario nel modo più vicino e aderente al nostro sentire.

In caso contrario le probabilità di incomprensione e di fallimento della comunicazione saranno certamente più elevate. E poi è inutile lamentarsi per non essere stati capiti. Oltre a questo, aggiungo, essere troppo sicuri di far la cosa giusta ci toglie la possibilità di riflettere sul nostro mondo e di trovare strade alternative, forse migliori, da percorrere da adesso in poi. Di cambiare. Che il cambiamento è crescita e espansione della coscienza. E’ apertura e travalicamento dei propri limiti.

Degli esempi potranno essermi d’aiuto per semplificare e rendere più fruibile questo concetto. Se devo parlare di sessualità ad una bambina di dodici anni lo farò certamente in maniera diversa da come lo avrei fatto con un adulto. Se parlo di politica con una persona che normalmente non se ne occupa le mie parole saranno diverse da quelle che potrei usare con chi invece in questo mare ci naviga. Se devo comprendere perchè una persona è triste e la conosco bene, userò termini diversi da quelli che potrei scegliere quando mi rapporto con un estraneo. Se devo spiegare un concetto complesso ad uno studente di fisica parlerò diversamente da come farei con un ingegnere. Ecco. E’ tutto.

Semplice no? Pare… ma non è così.
Sottovalutiamo molti aspetti quando essi tendono a non manifestarsi in modo evidente. Basterebbe ricordare che ognuno è diverso. Profondamente diverso da noi. Sempre. Anche se non ce ne accorgiamo. Avere rispetto è riconoscere questa diversità e attribuirle lo stesso valore che diamo a noi stessi.

Quando vogliamo dire qualcosa il più delle volte facciamo uscire quello che abbiamo dentro senza fitri. D’impeto. Nessuna riflessione che ci faccia comprendere che davanti a noi, abbiamo un altro essere umano con il suo carattere, il suo bagaglio, la sua sensibilità, il suo mondo, le sue esperienze. La sua vita. E la sua capacità di comprendere. La situazione si aggrava se in quel momento siamo emozionati, se siamo arrabbiati o impauriti. E diamo per scontato che ciò che noi vogliamo comunicare arriverà come noi lo sentiamo alla parte ricevente.

No. Non è mai così.
Provate a pensare a che effetto fa ad un esperto navigatore di rally affrontare una serie di curve in discesa e a che effetto farebbe a voi se foste seduti accanto al pilota. Ecco. E’ la stessa cosa.
Serve attenzione e sensibilità quando comunichiamo. Sempre. E’ un allenamento che dovremmo imparare a fare. Con costanza e umiltà.

Capire, per esempio, come scegliere le parole giuste e dosare l’impeto con cui le facciamo uscire, il tono, il volume e la prossemica garantirà straordinari risultati. Imparare a scivolare sul piano della complessità potrà suggerirci, per esempio, di dire qualcosa in meno. O in più. Dipende. Spesso siamo roboanti e verbosi oltre misura. E al centro ci siamo solo noi. L’altro è fuori dalla nostra sfera.

Qualcuno potrebbe obiettare che se dobbiamo misurare troppo non saremo veri come vorremmo. Io invece credo che le variabili della comunicazione sono infinite, che non si smette mai di imparare e che la sensibilità e il rispetto sono doni preziosi e intramontabili. Se percepisco che dire una certa cosa non creerà contatto e scambio tra me e chi ho di fronte preferisco non dirla o trovare un modo diverso o più semplice e più gentile.

Mi viene in mente una bella frase detta dalla scrittrice Michela Murgia: “Chi semplifica toglie il superfluo, chi banalizza toglie l’essenziale” e credo che sia proprio vero. Dire “qualcosa in meno”, in certi casi, è un atto di amore nei confronti di chi non ha gli strumenti per cogliere il concetto su cui si discute. L’obiettivo, dovrebbe essere sempre la comprensione. Che non significa essere d’accordo.

Detto questo, per venire incontro agli scettici, confermo che in certi casi, un sano vaff… riesce a ristabilire nel giro di qualche nanosecondo quegli equilibri che fiumi di parole misurate non sono state capaci di realizzare.

Buon allenamento! ;-)

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Chi lo ha scritto

Daria Cozzi

Triestina, due figli, una vita vissuta con passione. Ascolto tutti, soprattutto chi la pensa diversamente da me. E imparo sempre qualcosa. Mi piace comunicare attraverso la parola scritta, ma non solo ... credo che ci sia sempre una seconda chance, che possiamo crescere e cambiare pensiero, modo di essere, obiettivi e programmi per avere davanti a noi ogni giorno un orizzonte nuovo su cui scrivere i nostri progetti, dipingere i nostri sogni, depositare le nostre speranze. Ho raccontato la mia storia in "Quattro giorni tre notti", il mio primo romanzo.  

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