“Il Corvo-Memento Mori”, la mini serie che non ci fa rimpiangere il tempo passato

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Ve lo ricordate come fu vedere al cinema ‘Il Corvo’, la prima volta?
Io, sì.
Frequentavo la scuola media e il sabato cominciavamo ad organizzarci tra compagni di classe. Qualcuno, tra i maschi, propose di andare a vedere questo ‘film di paura’, e andammo.
Di quella prima volta mi rimase impressa la musica, quel tipo di musica, che nessuno mi aveva mai fatto ascoltare e che invece mi piaceva tantissimo. La certezza, a quell’età, che avrei amato per sempre solo chitarristi. Mi piacque la storia, ovviamente. E poi ricordo bene che mi fecero un grande effetto le foto alla fine del film. Il tributo a Brandon Lee.
Quel bellissimo uomo, morto troppo presto.
Il film ha cambiato radicalmente il mio modo di approcciarmi al mondo. Non sapevo neanche cosa si potesse definire dark, ma avevo trovato un’idea in cui riconoscermi. Malinconica e feroce, amorevole e vendicativa.

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È difficile andare a mettere mano a qualcosa che ha toccato milioni di persone, che è stato un simbolo per intere generazioni, senza rasentare la lusinga facile, l’adulazione servile all’autore/ideatore, o la più banale copia conforme della tipologia originaria del fumetto.
Eppure anche in questa mini-serie, composta da quattro uscite, de “Il Corvo – Memento Mori”, Roberto Recchioni, con tutta la sua squadra, è andato oltre, ha introiettato il messaggio primario e, poi, ha portato la sua idea nel lavoro. Lo sceneggiatore conosce i codici narrativi, riesce a decriptare qualsiasi evento e a piegarlo con la forza di poche parole al suo volere. È una storia diversa da quello che si potrebbe immaginare, sarebbe potuta apparire forzata, ma Recchioni ha saputo dosarne gli elementi, e l’equilibrio è risultato perfetto. Come un chimico in laboratorio: l’equazione terrorismo-storiadamore-vendetta è stato un esperimento ottimamente riuscito, in una soluzione grafica perfetta. I catalizzatori aggiuntivi hanno interagito egregiamente tra di loro, potenziando l’effetto empirico.
Il tema è attuale. Un camion impazzito, in piazza San Pietro a Roma, travolge un gruppo di devoti fedeli cristiani. Alcuni di loro, quel giorno, conosceranno la loro definitiva sorte. I corpi che impattano sulla grigia pavimentazione senza più ritorno. Nell’incidente perdono la vita due giovanissimi e bellissimi fidanzatini, David e Sarah. Al ragazzo, attraverso la forza del corvo, viene concesso di ritornare in vita per sistemare le cose. La leggenda narra che quando una morte sia troppo ingiusta, o troppo violenta, una notte all’anno i morti possano tornare sulla terra per saldare i conti. David Amadio (il sarcasmo di Recchioni è sempre tagliente, ndr) arriva a capire fino a un certo punto la missione che deve compiere, ma l’ingenuità dei suoi sedici anni non gli permette di andare fino in fondo nell’impresa e, anche nel momento della resa dei conti, il macabro burattinaio riuscirà a condizionarlo. Nel quarto, e ultimo, episodio c’è un colpo di scena: subentra un bellissimo personaggio femminile che arriva a sistemare le cose, un deus ex machina che letteralmente irrompe nella storia, e a cui è affidata la parola fine.

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I disegni sono curati da Werther Dell’Edera, le tonalità sono cupe, dark, come il fumetto richiede. Il tratto è veloce e sottile ma curato, ogni tavola è una cartolina di Roma. Castel Sant’Angelo, Piazza San Pietro, il Colosseo, la statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori, persino l’autobus che conduce alle zone più periferiche della città, diventano un tributo totale e assoluto alla Città Eterna. E la scelta di questa ambientazione diventa quasi rigorosamente un atto dovuto. Lo stesso disegnatore, Dell’Edera, scrive, in un’appendice del fumetto, che gli è piaciuto molto disegnare la città dove è vissuto per metà della sua vita. I colori sono stati affidati alla bravissima Giovanna Niro.
Un connubio perfetto quello tra i tre, che si esprime al meglio in quest’ultimo lavoro. La cura dell’opera è ineccepibile, il soft touch lo rende estremamente gradevole al tatto, la chicca delle alette della cover è una piacevole scoperta (provare per credere: apritele entrambe e sorridete). Questo, “Il Corvo-Memento Mori”, è un lavoro graficamente e qualitativamente ottimo. Completano l’opera, rendendola ancora più preziosa, quattro storie autoconclusive, composte da quattro tavole ciascuna.
Roberto Recchioni scrive una storia originale, in cui prova ad esorcizzare paure comuni riprese dalla cronaca contemporanea; parla di buoni sentimenti, ma anche di vendetta (che non è tra quelli più nobili, ma sicuramente è tra quelli che ci rendono umani). Lo scrittore doveva comunque allinearsi con il tema del fumetto di James O’Barr che, precisiamolo, ha approvato a pieno questa mini-serie, che è uscita in contemporanea in Italia e negli States.
Questo fumetto ci fa tornare indietro con i ricordi, ma rimane ben piantato nel presente, nella storia contemporanea. Non c’è spazio per i sentimentalismi facili, per la nostalgia canaglia, per i giri di parole inutili, arriva diretto ed essenziale, come un’esplosione improvvisa, come i tempi che stiamo vivendo. Non si macchia di cupa malinconia, non c’è il fuoco che infiamma le strade, ma una pioggia sottile che con il suo ticchettio scandisce le tracce della vendetta e i passi del ritorno. E se fu celebre la frase ‘non può piovere per sempre’, di questo nuovo capitolo ricorderemo:

Il terrore ha spento la luce di questo mondo… Ma nemmeno la notte più buia dura per sempre.

E ci consegna un nuovo imponente personaggio che dall’alto scruta la sua città. L’opera si lascia leggere come il capitolo moderno di una storia che avevamo lasciato in sospeso qualche anno fa, ma che non era ancora terminata.
Se il protagonista maschile, David, si dimostra però fragile; dall’altra parte, la protagonista femminile, Sarah, è molto forte e determinata. Una gran bella personalità: Sarah che riesce a condizionare il cammino di fede di David, Sarah che irrompe e che tutto stravolge; Sarah che sembra incarnare alla perfezione quella celebre frase di Nietzsche, “Nella vendetta e nell’amore, la donna è più barbarica dell’uomo”.
Era più facile sbagliare che fare bene. Ma l’opera è riuscita egregiamente. Da leggere e da custodire.

(photo fonte web)

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