Non è come avevamo creduto…

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Ogni donna ha il suo principe azzurro. Una sorta di uomo ideale.

Ogni uomo la sua principessa. La sua compagna perfetta.

Ma la vita non è semplice e spesso ci mette alle strette, è imprevedibile, colorata e trasformista e ci costringe a fare un sano esame di realtà. Tutto non si può avere.biancaneve_principe

Molti anni fa, quando ero giovane e ancora vivevo avvolta in un manto di ingenuo romanticismo, un’amica decisamente più navigata di me, mi confidò, con sua grande soddisfazione, di aver finalmente compreso e accettato il fatto che da un uomo tutto non ci si può aspettare. Dunque il suo numero ideale era “tre”. Tre uomini. Tutti in una volta. Non insieme! Ognuno di loro non sapeva dell’esistenza degli altri due! Lei sosteneva che non era complicata, la faccenda, poiché i territori d’azione dei tre erano assai distanti e non c’era pericolo di sovrapposizioni.

Confesso che, pur molto distante dalla mia visione dell’amore e del mondo, la cosa mi incuriosì moltissimo e così mi feci spiegare meglio.

Il primo uomo, di scarsa prestanza fisica, era deputato all’aspetto culturale cui la mia amica teneva molto. Musei, viaggi nelle capitali, cene socialmente gratificanti, letture, conferenze, approfondimenti politici, cinema e teatro. Si vedevano spessissimo e lei era talmente gratificata da cotanta ricchezza intellettuale da riuscire a tenerlo a debita distanza quando il poveretto tentava qualche timida avance anche vagamente testosteronica.

Il secondo uomo era il toy boy. Più giovane di lei di qualche anno e belloccio assai. Il suo territorio era il sesso. In tutte le sue declinazioni. Da quello meditativo stile Kamasutra a quello sfrenato e totalmente disinibito. Un paio di volte alla settimana. Nessun’altra complicazione. Quando ci incontravamo, io e lei, al bar per un caffè, mi raccontava sottovoce tutto, soffermandosi sui particolari. Le fantasie, i vari amenicoli adatti all’uopo, i tempi e tutto il resto. Io restavo a bocca aperta ad ascoltarla e, anche se mi chiedevo se davvero tutto quello che mi raccontava fosse proprio vero, alla fine, quando ci lasciavamo per andare a fare la spesa, mi sentivo come si deve sentire oggi – perché allora non esisteva – chi è stato per qualche ora su youporn. In trance. Il risultato è che tornavo a casa … come dire … soddisfatta.

Il terzo uomo invece era lo sherpa. Quello che corre quando hai bisogno, che puoi chiamare a qualsiasi ora e non ti dirà mai di no, quello che ti ripara il rubinetto quando gocciola, che ti cambia la ruota quando buchi, che ti porta le valige quando vai in aeroporto (ma lui non parte) e poi ti riviene a prendere quando torni soddisfatta dalla tua vacanza che hai consumato con il primo o con il secondo uomo-tipo. O anche semplicemente con la tua migliore amica. Lui era sempre troppo stanco per trovare la forza di avanzare richieste di altro tipo.

L’equilibrio era perfetto, non si sono mai incontrati e nessuno dei tre si è mai fermato per una notte a casa sua. Lei sosteneva che le giornate erano così piene che la notte voleva dormire in pace.

A sentirla raccontare tutto questo, era come essere immersi in un film e vagare alternativamente tra le scene di Fellini e quelle di Jodorowsky o saltando da quelle di Kusturica a quelle di Tarantino. E questa strana fiaba che aveva un non so che di fantastico e straordinario era agganciata ad una carrucola che scorreva avanti e indietro lungo un filo alle cui estremità stava da una parte il possibile e dall’altra l’impossibile. Il tutto aveva uno strano sapore psichico di agrodolce con punte di un amaro di quelli tipo il Petrus che ti fanno strabuzzare gli occhi e ti bruciano nella gola.

Io intanto mi sentivo come Biancaneve.

Ma a ben guardarla, la mia amica, la percepivo profondamente sola. Lei non viveva una quotidianità rilassata e adagiata in una casa cuccia, con il frigo pieno e la gioia di preparare qualcosa a chi vuoi bene. Lei in casa non ci stava mai. Si sentiva a disagio. Lei correva. Correva sempre balzando da una vita all’altra con relativo cambio di vestiti, di scarpe, di biancheria intima e di atteggiamemto. Impeccabile sempre, pettinata e truccata di tutto punto. Ma anche trasformista, spesso più volte al giorno, a seconda di quello che richiedeva la situazione. E l’uomo di turno.

Tutto questo durò un paio di anni e i tre uomo-tipo, in itinere, venivano anche sostituiti quando dimostravano di non essere più all’altezza dei loro ruoli.

Ora che ci penso mi vien da ridere perché in realtà mi son divertita un sacco ascoltando le sue storie. Ma a distanza di tanti anni, dopo aver incontrato le strettoie della vita ed aver compreso quanto ognuno di noi sia diverso, anche nelle aspettative e nei bisogni, mi sento di trarre qualche conclusione.

Il rispetto è fatto di accettazione dell’individualità dell’altro e di difesa della propria, con un occhio sempre attento all’equilibrio e al buon gusto. Quando c’è sofferenza, disagio o travalicamento significa che abbiamo già debordato e siamo fuori strada.

Ci si incontra, ci si piace, ci si prende. All’inizio è tutto fantastico ed ognuno dà il meglio di sé. Poi, dopo un po’, vengono fuori i difetti, le paure, le incongruenze, le difficoltà, le incomprensioni. E a volte non c’è via d’uscita.

Non è come avevamo creduto (ovviamente mi riferisco sia agli uomini che alle donne) e spesso questa scoperta dà l’avvio a tutta una serie di malesseri. Ci si parla sempre meno, non ci si capisce più, e via con i rinfacciamenti, le ripicche, le offese, le bugie fino ad arrivare, in certi casi, alla violenza vera e propria. A questo punto non si dovrebbe mai arrivare. Mai. Eppure succede.

Credo che le persone adulte dovrebbero sforzarsi di essere più consapevoli. I giovani sono inesperti e le cadute fanno parte del percorso di individuazione ma quando siamo diventati “grandi” dovremmo aver fatto tesoro di quelle cadute e aver elaborato una sorta di sistema di monitoraggio che ci permetta di comprendere quando è il caso di restare e quando è il caso di andare. E anche come. Non facile, lo so. Ma possibile, con un po’ di buona volontà e con la voglia sincera di mettersi in discussione. Ed eventualmente chiedendo aiuto se non ce la si fa da soli.

Ma per finire, vorrei dire ancora qualcosa. La perfezione non esiste. La punta di azzurro del principe non sarà mai proprio quella che avremmo voluto così come la principessa non sarà mai proprio come l’avevamo immaginata! Facciamocene una ragione!

Vignetta di Mafalda (Quino) "Ci sono donne così complicate, che quando si presenta loro il Principe Azzurro, non è la tonalità di azzurro che volevano..."

“Ci sono donne così complicate, che quando si presenta loro il Principe Azzurro, non è la tonalità di azzurro che volevano…”

Quando ci si incontra è cosa saggia riconoscere, già da principio, che ognuno è diverso e che questa diversità è costituita da anni e anni di vita, di esperienze, traumi, gioie, perdite, costruzioni e demolizioni. Siamo noi. Siamo tutti così. Ognuno è da rispettare. Ma quello che dobbiamo avere ben chiaro, tutti, è ciò a cui non possiamo rinunciare e ciò che proprio non possiamo accettare. E’ semplice. Dobbiamo partire da lì. Dobbiamo chiedercelo prima di cominciare ed essere davvero molto onesti con noi stessi, niente trucchi, niente compromessi e niente bugie. E’ solo un punto di partenza ma avere chiarezza su questo può risparmiarci un sacco di sofferenza.

E allora facciamocela qualche domanda no?

Io mi risponderei così:

  • qualità maschili irrinunciabili: predisposizione al dialogo, sensibilità, generosità (e non mi riferisco al denaro!)
  • difetti maschili inaccettabili: arroganza, gelosia patologica, viltà (e mi riferisco ad ogni aspetto della relazione e della vita)

Ecco, ora tocca a voi!

Buon lavoro! ;-)

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Chi lo ha scritto

Daria Cozzi

Triestina, due figli, una vita vissuta con passione. Ascolto tutti, soprattutto chi la pensa diversamente da me. E imparo sempre qualcosa. Mi piace comunicare attraverso la parola scritta, ma non solo ... credo che ci sia sempre una seconda chance, che possiamo crescere e cambiare pensiero, modo di essere, obiettivi e programmi per avere davanti a noi ogni giorno un orizzonte nuovo su cui scrivere i nostri progetti, dipingere i nostri sogni, depositare le nostre speranze. Ho raccontato la mia storia in "Quattro giorni tre notti", il mio primo romanzo.  

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