Mutande, camicioni e reggiseni: la censura nell’arte

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Socrate

Socrate

La storia della censura è antica e ovviamente non riguarda solo l’arte, ma più in generale il libero pensiero. Un esempio famoso è quello di Socrate, accusato da un tal Meleto di guastare lo spirito dei giovani e per questo condannato a morire bevendo una tazza di cicuta. Il filosofo in realtà applicava il principio scolpito sul tempio di Apollo a Delfi: “gnothi sautòn”, “conosci te stesso”, invitando a guardarsi dentro, a non accontentarsi, a perfezionarsi e non seguire gli stereotipi. Sempre in Grecia le autorità spartane proibirono alcune forme di musica, danza e poesia considerandole licenziose. Anche la Bibbia registra uno dei primi casi, quello del profeta Geremia, perseguitato e censurato da re Joachim. In generale però il pensiero antico fu abbastanza tollerante, specie per quello che riguarda l’esposizione del nudo: a Roma i Censori furono una carica pubblica cui spettava registrare i cittadini romani e le loro proprietà. Il più famoso fu Marco Porcio Catone, un vero rompiscatole di rigidissimi costumi che imponeva anche a tutta la famiglia; in particolare si oppose alla diffusione della cultura ellenistica che secondo lui rischiava di distruggere la sobrietà dei romani. Tuttavia i romani erano estremamente tolleranti in materia religiosa e – a parte l’intransigenza nei riguardi del culto dell’imperatore che causò non pochi guai ai cristiani – ammettevano qualsiasi credo e addirittura costruirono un tempio, il Pantheon, dedicato a tutte le divinità.

Salterio Chludov. Scena di iconoclastia

Salterio Chludov. Scena di iconoclastia

Per quanto riguarda il cristianesimo dobbiamo ringraziare la Chiesa cattolica che ha permesso l’utilizzo e la diffusione delle immagini. L’ebraismo le vieta basandosi sulle leggi che Dio rivelò a Mosè sul Sinai: “Non fabbricarti nessun idolo e non farti nessuna immagine di quello che è in cielo, sulla terra, nelle acque o sotto terra” (Esodo, 20,3-5); in seguito – nell’impero bizantino dell’VIII secolo – si sviluppò un movimento politico e religioso, l’iconoclastia, che riteneva che la venerazione delle icone fosse una forma di idolatria. Per risolvere la spinosa questione fu indetto nel 787 il secondo concilio di Nicea che per nostra fortuna arrivò alla conclusione che: “le venerande e sante immagini debbono essere esposte nelle chiese di Dio, sulle sacre suppellettili, sui paramenti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie”. L’arte figurativa occidentale si era salvata per un pelo.

Madonna del latte. Santuario della Madonna di Campagna a Verbania

Madonna del latte. Santuario della Madonna di Campagna a Verbania

Nel Medioevo la fine dell’arte pagana segnò anche quella dell’esposizione di nudi causando la distruzione di molte sculture antiche. Per parecchi secoli le immagini ebbero solo un carattere devozionale anche nell’uso privato: in particolare fu perseguitata la figura femminile e le dee greco-romane scomparvero per essere sostitute da Madonne e sante pudiche e completamente infagottate in abiti che ne nascondevano le forme. Anche nelle rappresentazioni di Adamo ed Eva i genitali furono semplicemente piallati o al massimo coperti con foglie di lattuga o di fico, e l’identità sessuale era sottolineata dalla presenza appena accennata del seno e dei capelli lunghi o della barba. Per ricordarci la bestialità umana Giotto reintrodusse il nudo tra i dannati del Giudizio universale nella cappella degli Scrovegni, seguito da altri artisti che fecero del soggetto un campionario di erotismo sadomaso. Dopo il Duecento comparve l’iconografia della Madonna del latte con il bambino attaccato a una mammella; il soggetto ebbe fortuna e fu affrontato anche nel Rinascimento da grandi artisti come Leonardo, Raffaello o Guido Reni, ma fu censurato durante la Controriforma dal cardinale Federico Borromeo che nel suo “De pictura sacra” fece notare che la gola e il seno esposto della Vergine andavano mostrati con molta cautela perché distraevano i fedeli.

Sandro Botticelli. Venere

Sandro Botticelli. Venere

Un famoso caso di censura nel Rinascimento è il Falò delle vanità voluto nel 1497 a Firenze da Girolamo Savonarola: davanti a Palazzo Vecchio andò a fuoco una catasta altissima di migliaia di oggetti, che – oltre ai libri e ai dipinti “immorali” – comprendevano strumenti musicali, canzonieri, abiti e ornamenti di lusso, profumi e cosmetici. Oltre al frate assistevano allo spettacolo anche artisti convertiti al rigore e alla penitenza come Sandro Botticelli, che aveva esaltato il nudo femminile con la sua “Nascita di Venere”, ma che ora guardava senza rammarico incenerirsi i suoi quadri e che si sarebbe da allora in poi occupato solo di opere sacre. Col Cinquecento le arti figurative diventarono uno dei campi di battaglia nello scontro tra protestanti e cattolici. Dalla cittadina di Wittenberg, dove Martin Lutero aveva esposto le sue tesi riformiste, fino a Norimberga, Zurigo e Strasburgo, partì una violenta campagna di distruzione delle immagini sacre – considerate impure perché inducevano alla venerazione pagana dei santi – e che in taluni casi fu fermata dallo stesso Lutero per impedire la sparizione delle opere del grande Albrecht Dűrer. Il Concilio di Trento nelle sue ultime sedute ribadì la funzione didattica dell’arte, considerata una sorta di “Biblia pauperum”, una Bibbia dei poveri che doveva spiegare agli incolti le verità della fede. Da allora in poi nelle zone protestanti d’Europa pittura e scultura furono limitate alla sfera del privato, mentre in area cattolica si cercò di orientare gli artisti a suscitare nei fedeli sentimenti di pietà e devozione, scoraggiando invece la passione per l’antico che era stata una caratteristica del primo Rinascimento. A questo proposito il cardinale bolognese Gabriele Paleotti scrisse verso la fine del Cinquecento un “Discorso” rimasto incompiuto, sulle immagini sacre e profane in cui si richiamano parroci, artisti e committenza nobiliare a non usare pubblicamente o privatamente figure o situazioni che non fossero strettamente attinenti alle sacre scritture.

Masaccio. La cacciata dal paradiso prima e dopo il restauro

Masaccio. La cacciata dal paradiso prima e dopo il restauro

In questa atmosfera si inseriscono due famosi episodi di censura: il Giudizio universale di Michelangelo accusato a causa dei suoi nudi di mancanza di decoro, di oscenità e di tradimento della verità evangelica, e l’Ultima cena di Paolo Veronese, entrambi a rischio di eresia, e di cui ho già parlato sull’Undici (vedi: Pittori come poeti e matti: il processo a Paolo Veronese). In seguito raschiature, tunichette, foglie di fico, furono tenacemente applicate ai nudi antichi: ad esempio nelle statue delle collezioni vaticane, nella cappella Brancacci di Firenze – dove Adamo ed Eva di Masaccio e Masolino da Panicale hanno portato fino al 1988 una graziosa sottanina di foglie verdi – in una splendida statua di Cristo portacroce di Michelangelo (nudo come la Madonna l’aveva fatto): fino a non moltissimo tempo fa un panneggio strategico si attorcigliava sull’inguine di Gesù a coprire le cosiddette vergogne. Altri artisti famosi hanno dovuto subire critiche, revisioni e rifiuti: Gian Lorenzo Bernini scolpiva la carne come se fosse stata vera palpitante e quando terminò il suo sensuale gruppo “Apollo e Dafne” fu costretto ad apporre ai piedi un distico moraleggiante che tradotto dal latino fa: “ Chi amando insegue le gioie della bellezza fugace riempie la mano di fronde e bacche amare”. In quanto a Caravaggio le peripezie delle sue opere sono note: dalla Madonna dei Palafrenieri, rifiutata anche a causa di una sant’Anna vecchia e rugosa e da Maria “ritratta vilmente” (con riferimento alla provocante scollatura) alla notissima “Morte della Vergine”, che non rispettava l’iconografia classica dal momento che aveva il viso terreo, il ventre gonfio e i piedi nudi; all’epoca si pensò che l’artista si fosse servito come modella di una prostituta annegata nel Tevere.

Caravaggio. Madonna dei palafrenieri

Caravaggio. Madonna dei palafrenieri

Si potrebbe scrivere un’enciclopedia sull’argomento “censura”. In Europa non ci fu stato che non l’applicò fino alla Rivoluzione francese che invece l’abolì del tutto, anche se col diminuire del potere della Chiesa e la laicizzazione dei costumi le critiche partirono dalla potente e bigotta classe borghese. Nel 1865 ne fu colpito Manet che espose al Salon di Parigi Olympia, una donna nuda con la mano sul ventre adagiata su un letto, una citazione della Venere di Urbino di Tiziano. Intendiamoci, la rappresentazione del corpo femminile era diffusissima, ma in qualche modo mascherata in un contesto mitologico (ad esempio Venere che sorge dalle acque) e serviva a sollecitare il voyerismo degli spettatori maschi: lo scandalo di Olympia stava nel fatto che si sapeva che la modella era una prostituta presentata senza infingimenti e ipocrisie di alcun tipo. Un anno dopo Gustave Courbet avrebbe dipinto “L’origine del mondo”, ossia la potente raffigurazione di una vagina; l’opera, ora esposta al Museo d’Orsay di Parigi, era stata commissionata da un diplomatico turco, Khalil-Bey, per la sua personale collezione di quadri erotici, che la teneva nascosta in bagno sotto un pudico telo verde, colore dell’Islam. Il quadro, tranquillamente rintracciabile su Google, è tuttora oggetto di una causa giudiziaria tra un docente francese che l’aveva pubblicato su Facebook e si era visto bloccare il profilo. L’insegnante ha accusato il network (che peraltro pubblica senza remore frasi offensive e volgari, causa a volte di suicidi) di non saper distinguere tra arte e pornografia. La sentenza non è stata soddisfacente per l’uomo che non ha ottenuto i 20.000 euro chiesti per il rimborso, ma solo la riammissione dell’opera sul sito, e che è intenzionato a continuare la sua battaglia.

Gustave-Courbet-Lorigine-du-monde

Gustave Courbet. L’origine du monde censurata da Facebook

Nel Novecento, secolo di tirannie spietate, la censura ha continuato a colpire, anche se in modo diversamente mirato, tramite fascismo e nazismo: Mussolini volle che le arti visive diventassero aree di propaganda, mentre Hitler – che si credeva un artista ma che fu bocciato all’accademia di Vienna – ce l’aveva con la cosiddetta “arte degenerata” delle Avanguardie, oggetto di una mostra che – ironia della sorte – ebbe uno straordinario successo di pubblico. La mania di mettere mutande e reggipetti è continuata nel nuovo Millennio: quando Berlusconi andò al potere scelse come sfondo della sala stampa di palazzo Chigi un quadro del Tiepolo, “La verità svelata dal tempo”. Qualche solerte e anonimo graphic designer ne ritoccò ombelico e capezzoli, che sparirono. Ne seguì una bagarre mediatica tra cui spicca un commento di Mediaset: “Se il presidente comincia a coprire le tette, che fine farà il palinsesto di tutta la rete?” Ora la parete in questione è coperta da un serafico colore azzurro che certamente non farà perdere il sonno agli italiani.

La verità di Giovan Battista Tiepolo col reggipetto

La verità di Giovan Battista Tiepolo col reggipetto

Fonti:

http://www.scenaillustrata.com/public/spip.php?article416

http://www.rmfonline.it/?p=28532

https://comunico.wikispaces.com/

Cecilia Calvi: La censura nell’arte sacra dopo il Concilio di Trento

 

 

 

 

 

 

 

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