Fortuna e Sfortuna

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C’era una volta un contadino che aveva una fattoria con un piccolo orto, delle galline, un paio di mucche e un cavallo. Un giorno il cavallo scappò dalla stalla e galoppando veloce si allontanò fino a perdersi tra i campi. Il vicino di casa, appena saputo dell’accaduto, andò a prestar visita al contadino per esprimere il suo dispiacere per l’evento sfortunato. Allorché il contadino rispose, “non dispiacerti, chi può mai sapere cos’è la fortuna e cos’é la sfortuna?”. Dopo qualche giorno il cavallo ritornò alla fattoria, portando con sé alcuni cavalli selvatici che aveva incontrato nelle praterie. Saputa la notizia il vicino di casa gentile si recò di nuovo dal contadino per congratularsi del fatto che la fattoria aveva adesso numerosi cavalli… e il contadino anche qui rispose, “non dispiacerti, chi può mai sapere cos’è la fortuna e cos’é la sfortuna?”.

La settimana successiva il figlio del contadino tentò di montare uno dei cavalli selvatici e, cadendo, si ruppe una gamba. Il vicino di casa tornò per esprimere il suo dispiacere, e la risposta fu la stessa, “non dispiacerti, chi può mai sapere cos’è la fortuna e cos’é la sfortuna?”. Due settimane dopo un ufficiale dell’esercito, che andava di casa in casa per reclutare nuove leve da mandare al fronte di guerra, bussò alla porta del contadino, chiedendo dove fosse suo figlio. Quando vide che il ragazzo era infermo, si congedò ponendo i suoi più cari auguri di buona guarigione e proseguì il suo cammino. Anche stavolta il vicino si rallegrò, e tutto contento partì per andare a congratularsi, ma si fermò sull’uscio, perché tutt’ad un tratto gli vennero in mente le parole del contadino “chi può mai sapere cos’è la fortuna e cos’é la sfortuna?”

 

Questa vecchia storia Taoista insegna una verità eterna: la fortuna e la sfortuna non esistono, ma sono solamente delle etichette mentali che mettiamo alle cose temporali, delle diverse prospettive di un unica dimensione. La sofferenza generata dal giudizio sugli eventi è solamente illusoria, in quanto nasce nel tempo e viene smascherata dal tempo. Vincere alla lotteria viene generalmente visto come un evento estremamente fortunato, mentre rimanere paraplegici a causa di un incidente l’estremo opposto. Eppure è stato riscontrato che alcuni neo-milionari arrivano a stare peggio di prima e che si può trovare serenità e scopo anche a seguito di incidenti invalidanti. Tutto ciò che accade, potenzialmente, porta con sé una lezione. Se rifiutiamo e respingiamo alcuni eventi piuttosto che altri è perché diamo per scontato che ci sia un modo preciso in cui le cose debbano andare. Creiamo nella nostra mente una mappa concettuale di riferimento fatta di tutto quello che crediamo giusto o sbagliato, e se ci troviamo in una situazione che non rientra nel giusto proviamo in tutti i modi a cambiarla fino a che non venga ristabilito “l’ordine”.

Così essere fuori corso all’università è male, finire in tempo bene; divorziare dopo due anni male, arrivare a trenta bene; riuscire ad ottenere il mutuo bene, vivere in affitto a 60 anni male; trovare lavoro dopo gli studi bene,  non sapere cosa fare a trenta male; avere la ragazza bene, essere single a 50 anni male; vestirsi bene è bene, vestirsi male è male; essere magri bene, fuori forma male; e via dicendo fino alle fine dei giorni.

Sarebbe troppo semplice se fosse così semplice. Ci sono aspetti della vita che vanno molto più in profondità di una semplice separazione tra fortuna e sfortuna, bene e male, desiderato e indesiderato. Col senno di poi per alcuni di noi sarà pure una fortuna non riuscire a laurearsi in tempo, o divorziare dopo due anni o non prender un mutuo, perché magari quelle complicazioni possono portare a (più) giuste destinazioni. Dunque a che serve stare male? A che serve avvilirsi nel rifiuto degli eventi? A che serve sprecare tante energie per rientrare in quello che riteniamo sia il giusto, se poi quel “giusto” cambia nel tempo?

 

 

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