Quando gli uomini mostravano le gambe (e non solo quelle)

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Guerrieri celti, illustrazione di Matthew Klaas de Witte

Guerrieri celti, illustrazione di Matthew Klaas de Witte

In un articolo precedente sull’Undici, ho raccontato che i pantaloni sono nati più di duemila anni fa grazie ai nomadi delle steppe che – vivendo la maggior parte della loro vita a cavallo – necessitavano di robusti gambali. Ma tranne questi indumenti indispensabili in tali condizioni di vita, in gran parte del Medio Oriente e nell’Europa meridionale questo capo d’abbigliamento era sconosciuto: nella scultura che sovrasta il maestoso codice di Hammurabi, il dio-sole babilonese Ŝamaŝ che sovrintendeva alla giustizia, porta una vezzosa gonna a balze, mentre come è noto gli egiziani sopportavano il caldo spogliandosi il più possibile, donne e uomini compresi. Greci e romani indossavano una veste che arrivava sotto al ginocchio e, per quanto fossero infagottati dentro a imponenti mantelli, non potevano evitare di scoprire ampie porzioni di epidermide, ricorrendo – come Giulio Cesare o lo stesso Augusto – a delle rudi depilazioni per eliminare i peli superflui. Conquistando la Gallia i romani conobbero le brache, come si chiamavano allora, un indumento celtico stretto alle caviglie da lacci che da noi fu accolto con diffidenza, e che comunque fu sempre seminascosto dalla tunica. I gusti degli imperatori in materia variavano ed alcuni di loro emisero leggi suntuarie restrittive: i sovrani le avevano solitamente rosse (colore prezioso e regale) con eccezione di Alessandro Severo, che le portava bianche, ma sia Arcadio che Onorio le proibirono “intra Urbem venerabilem”, considerandole un’offesa pesante alla sacralità di Roma; nel Codice di Teodosio i contravventori erano addirittura condannati all’esilio perpetuo.

Martirio di Santo Stefano. Il carnefice piegato indossa calze solate.

Martirio di Santo Stefano. Uno dei carnefici indossa calze solate e piegandosi mostra le mutande.

Pur nella scarsità della documentazione altomedievale sappiamo che in Occidente gli uomini indossavano vesti lunghe, ne più né meno che gli antichi romani, al punto che solo l’orlo fino a terra diversificava l’abito femminile da quello maschile. Più tardi, nel Duecento, alle antiquate brache larghe cominciarono a sostituirsi i cosiddetti “panni da gamba”, ossia calze – in tessuto e solo più tardi in maglia – allacciate ad alte cinture di cuoio. Si andava verso una differenziazione totale del costume dei due sessi: un secolo dopo le signore andavano matte per gli abiti a strascico e al massimo si scoprivano il seno, mentre la veste maschile diventò corta, stretta e corredata da calze lunghe ma staccate e allacciate a un farsetto (giubbetto) nascosto. Le gambe erano bene in vista e messe in risalto dal colore delle calze – ad esempio una scarlatta e l’altra verde vivo – e dall’apertura spuntavano mutande e camicia, suscitando imbarazzo e feroci critiche. Il notaio Giovanni Musso nel suo “Chronicon Placentinum”espresse in latino tutto il suo sdegno per quei vestiti che “ostendunt formam naticarum, genitalium et membri”, mentre Il Boccaccio che nella sua vita non era certo stato un santo, diventato moralista in vecchiaia definì quelle mode “detestabili e abominevoli”, facendo notare che le donne abbassando lo sguardo avrebbero potuto agevolmente “cognoscere che gli è maschio”. Infine, anche in relazione alle linee slanciate dell’architettura gotica, le calze avevano una suola sottostante e terminavano al piede con una lunga punta che veniva imbottita perché non si ripiegasse col camminare: foggia che è uno dei tanti esempi di come la gente alla moda sia ricorsa a ogni tipo di stranezza pur di farsi notare.

Vittore Carpaccio, Ritratto di giovane cavaliere

Vittore Carpaccio, Ritratto di giovane cavaliere

Il gusto per la bellezza del Rinascimento introdusse nel guardaroba eleganza, raffinatezza ed equilibrio sia nei tessuti pregiati sia nei copricapi che negli altri sofisticati accessori. Mentre gli uomini che esercitavano mestieri accademici come l’avvocatura, l’insegnamento o la medicina portavano panni lunghi e gravi adatti alla loro posizione sociale, i giovani continuarono ad esibire indumenti che ne mettevano in risalto le forme, anche con una nota di effeminatezza accentuata dai capelli lunghi, dal viso rasato e contemporaneamente dall’uso di tinture e profumi. A metà del Quattrocento si cercò di rimediare all’esibizione spudorata della biancheria, ma la toppa fu quasi peggio del buco perché le calzebrache, ora cucite sui glutei, avevano davanti un elemento di raccordo, una sorta di sportellino in tessuto, detto “braghetta”, che da una parte copriva i genitali, dall’altra li metteva in mostra, mentre nel frattempo i giubbetti si erano accorciati in vita. Bisognava essere ben fatti, avere natiche sode e gambe diritte e i giovani – specie quelli italiani – impazzirono per questa moda attillatissima che ne metteva in risalto la muscolatura ma scandalizzava i religiosi: San Bernardino da Siena infatti nelle sue “Prediche volgari”lanciava strali fulminanti contro i ragazzi vanitosi “col farsettino al bellico”; né meglio andava all’estero dal momento che agli uomini del corteo di Bianca Maria Sforza, andata in sposa all’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, fu raccomandato di allungare quegli abiti indecenti. Qui da noi, con molta disinvoltura, la braghetta era usata anche a mo’ di tasca come nel ritratto di cavaliere del Carpaccio dalle cui calze rosse spunta per contrasto dall’inguine una lettera ripiegata.

Giovan Battista Moroni, Ritratto di Antonio Navagero

Giovan Battista Moroni, Ritratto di Antonio Navagero. La braghetta

Durante il Cinquecento ci si spinse ancora più oltre e la braghetta assunse la forma di un corno rialzato, foggia che resisterà, più o meno evidente, fino al secolo successivo. La vanitosa e spudorata esibizione di virilità non risparmiò nemmeno le armature che in alcuni casi – come quella di Enrico VIII custodita alla Torre di Londra – mostrano un promontorio metallico bene in vista tra le gambe. Sembra che nessuna delle Leggi suntuarie si sia mai preoccupata di colpire questa sorta di astuccio penico. E’ noto invece che ad Ascoli Piceno le donne, punite se osavano portare una gonna che mostrava le pianelle, protestarono fieramente contro l’ingiustizia affermando che la moda delle “brachette” da uomini era “desonestissima” e non avrebbero sopportato ancora di vederla.

Giovan Battista Moroni, Il cavaliere in rosa. Braghesse alla sivigliana

Giovan Battista Moroni, Il cavaliere in rosa. Braghesse alla sivigliana

Nello stesso secolo le calze si divisero sopra il ginocchio: la parte che copriva la coscia cominciò ad essere imbottita e tagliata, anzi – come si diceva all’epoca – “accoltellata”. La moda dei tagli proveniva dalle pittoresche uniformi dei Lanzichenecchi che avevano invaso la penisola, e non si estendeva solo alle braghe ma a tutti gli indumenti, con grande spreco di tessuto pregiato. I calzoncini si fecero sempre più corti, rotondi e rigonfi, composti da strisce verticali di tessuto da cui usciva la fodera sottostante, e furono un elemento costante dell’abbigliamento maschile a cavallo tra Cinquecento e Seicento. Erano detti “braghesse alla sivigliana” perché l’idea di questi rigidi e buffi palloncini giungeva dalla Spagna, stato che dominava l’Italia dal 1565 e – come spesso accade – aveva avviato oltre a una colonizzazione politica, anche un assoggettamento culturale, facendo perdere  al nostro paese il primato della moda europea che aveva detenuto nel Rinascimento.

Il Barocco si affacciò in Europa con la sua ricchezza, la sua pompa e l’amore per i fronzoli spostando nuovamente l’asse del gusto estetico e guardando alla Francia come nazione dominante in tal senso. Con la decadenza del severo gusto spagnolo e il regno di Luigi XIV tutti copiarono le follie provenienti dalla corte di Versailles, ed è proprio in questo periodo che nasce la parola “pantalone”, un indumento largo e non fermato sotto al ginocchio che i francesi, innamorati della nostra Commedia dell’arte, avevano mutuato dall’omonima maschera veneziana. La parte inferiore delle gambe era messa in mostra e fasciata da lucide calze di seta che il Re Sole prediligeva di colore bianco perché ne mettevano in risalto i polpacci torniti di cui era particolarmente fiero.

Calzoni alla rhingrave

Calzoni alla rhingrave

Dopo la metà del Seicento gli uomini rinnovarono completamente il loro guardaroba indossando calzoni larghissimi e arricciati che arrivavano al ginocchio e che qualcuno ironicamente paragonava alle gonne femminili, anche perché erano pieni di nastri, fiocchi e merletti. Queste strane gonne-pantalone derivavano forse dal “girello” o “sottanino all’eroica”, tipico costume degli attori teatrali che interpretavano sulla scena dei, semidei o mitici combattenti; oltralpe erano dette “rhingrave”, dal nome del conte del Reno (in tedesco Rheingraf) che per primo le aveva presentate a Versailles. Per non farle calare rovinosamente a terra nel frattempo erano state inventale le “brazzeruole”, le bretelle, che ritorneranno due secoli dopo nella moda maschile quando – scoperte le proprietà del caucciù – furono inseriti nel tessuto inserti di elastico.

George Romney, Ritratto di gentiluomo con le coulottes

George Romney, Ritratto di gentiluomo con le culottes

Come tutte le mode anche questa durò poco e fu sostituita da pantaloni stretti, muniti di tasche, chiusi da bottoni e allacciati sotto alle ginocchia da un cinturino. Le culottes – così si chiamavano in Francia – erano confezionate in seta come tutto il resto dell’abito e diventarono talmente aderenti da rendere l’atto del sedersi una questione quasi impossibile; per cui un gentiluomo previdente ne aveva almeno due paia, uno per le occasioni in cui sapeva di dover rimanere in piedi e l’altro, più largo, quando si aspettava di stare seduto e non voleva correre il rischio piegandosi di strappare il tessuto e mostrare  mutande e natiche. Uno dei fratelli minori di Luigi XVI, il conte d’Artois amava molto questo scomodo indumento e si narra che avesse un modo tutto suo per infilarcisi, lanciandosi da un tavolo mentre i suoi valletti lo tenevano ben aperto. La gamba era in vista e ricoperta da calze aderentissime che ormai erano fatte a macchina; l’Italia invece era ancora divisa in stati e staterelli ognuno dei quali possedeva una sua dogana che apponeva un timbro sulle merci importate dall’estero; tra gli snob nacque così la mania di esibire il marchio di provenienza, giusto per far sapere a tutti che il prodotto era stato acquistato a Parigi o in altro luogo alla moda.

Louis Léopold Boilly, ritratto dell'attore Chenard in abiti da sanculotto

Louis Léopold Boilly, Ritratto dell’attore Chenard in abiti da sanculotto

Con le culottes era impossibile svolgere qualsiasi tipo di lavoro, ma questo ovviamente non preoccupava la nobiltà, che faceva dell’ozio uno degli scopi della vita. Cominciavano tuttavia a risuonare gli squilli della Rivoluzione francese e tutto doveva cambiare, anche lo stile dell’abbigliamento. Dal 1791 in Francia una delle fonti di ispirazione per l’abito dei patrioti che volevano abbattere l’Ancien régime furono i vestiti sciolti dei lavoratori- operai, marinai, contadini – che indossavano pantaloni ampi e lunghi; il nome sanculotto che indicava un rivoluzionario radicale, deriva appunto da “sans-culottes”, privo delle odiate braghe attillate dell’aristocrazia. Stava nascendo il pantalone moderno che avrebbe definitivamente nascosto la parte inferiore del corpo maschile, anche se da noi avrebbe incontrato qualche resistenza, associato com’era “all’idea di giacobinismo, mancanza di modesta e lascivia”. Con un editto del 1799 re Ferdinando di Borbone proibì i calzoni lunghi e solo quattro giorni dopo la sua polizia spedì in convento un irriguardoso abate che aveva osato indossarli. Come si sa anche la moda ha i suoi martiri.

Fonti: Rosita Levi Pizetsky, Il costume e la moda nella società italiana, Einaudi; Vittoria de Buzzaccarini, Pantaloni & Co, Zanfi editori

Immagine di copertina: Giovanni di ser Giovanni detto lo Scheggia, il gioco del civettino

 

 

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