Il male di ogni cosa

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“È colpa della Cosa!” Gridavano tutti, sdegnati e furiosi, “È colpa della Cosa!” e avanzavano lungo il gran viale con enormi manifesti, dove vi erano scritte frasi come “E’ ora di dire basta” o “No alla Cosa” o ancora “la Cosa ci ha rovinati”. I manifestanti sbraitavano, ma non solo: sopra le loro teste si stagliavano file di mazze o qualunque oggetto utilizzabile come arma. La calca era composta da gente di ogni età: adulti frustrati e arrabbiati, giovani idealisti, anziani indignati e stanchi di subire, bambini che assistevano eccitati dalla sinergia della massa. Tutti avanzavano armati di parole e forza bruta verso un punto imprecisato.

Non so come, ma capitai lì: forse fu un caso, la scelta di una via diversa dalla solita che mi avrebbe portato a casa; forse fui intimamente attratto da una invincibile forza prodotta da tutti quei corpi iracondi che impregnava l’aria.

Ero in parte impietrito ed esterrefatto dalla moltitudine rumorosa e furente che sfilava, in parte ero invece curioso e attratto da questo fatto eccezionale. Decisi di addentrarmi nella mischia per trovare risposta alle domande che intanto mi si erano formate in testa. Affiancai un giovane ragazzo, probabilmente uno studente come me, che scagliava eccitato invettive contro questa “Cosa”. Aveva gli occhi sbarrati, i pugni stretti che tirava in aria quasi volesse colpire qualche entità invisibile, e camminava spintonando gli altri, spazientito per la loro lentezza. Urlava a squarciagola frasi come “La Giustizia è bendata per colpa tua!” “Sei la Pandora che aprì il vaso dei mali!” … Frasi sconnesse di uno studente che sfruttava le sue conoscenze scolastiche in modo inappropriato.
“Compare, per dove si va?”
“Ma che razza di domanda è? Hai dormito fin’ora? Stiamo andando a distruggere la Cosa!”
“Distruggere cosa?”
“La Cosa! Ma mi ascolti?”
Mi guardava sprezzante, con l’espressione arrogante di uno che sa tutto e che reputa gli altri al di sotto di sé. Compresi subito che non avrei avuto risposte esaurienti da lui, anche perché intuivo che neanche lui sapesse bene cosa fosse questa “Cosa”: si limitava a dire ciò che i grandi dicevano, cercando di rendere le frasi il più possibili sue in modo da non sembrare il bambino che copia l’adulto. Avanzai con la massa, cercando dei visi moderati, più propensi al dialogo. Vidi un adulto sulla quarantina, un uomo semplice, dalle mani forti: un gran lavoratore, pensai. Camminava fiero, con sguardo deciso e portava con sè un attrezzo da lavoro. Vedevo nei suoi occhi, oltre a una grande determinazione, molta rabbia e sofferenza. Decisi che era la persona giusta a cui porre le mie domande.
“Mi scusi signore, per dove si va?”
“Ragazzo, lo sanno tutti: andiamo a vendicarci.”
“Vendetta per cosa?”
“La Cosa ci ha rovinati, ha reso noi schiavi, arrendevoli, apatici, mentre essa faceva i suoi sporchi comodi. Ci ha fatto diventare bestie: bestie che vivono nella miseria più totale, non solo economica, ma anche morale. Bestie che muoiono di fame, altre che elemosinano, altre che si vendono, altre ancora derubano e uccidono. Bestie che perdono ogni morale e compiono atti brutali. Bestie che hanno ucciso mia figlia. La Cosa ha reso l’umanità così, ma finalmente il mondo si è risvegliato ed è ora che paghi per ciò che ha fatto.”
Finito il discorso, con occhi infuocati, con il viso pallido e le mani arrossate, stringendo fortemente il suo attrezzo, si voltò e continuò a camminare. La sua era una vendetta poiché  questa fantomatica “Cosa” era la causa della sua drammatica perdita. Non osai chiedere come venne a mancare sua figlia; mi limitai a supporre, da come ne parlò, che fu qualcosa di terrificantemente bestiale.

Camminavo ammutolito e pensieroso, mentre la folla attorno a me si scaldava sempre di più. Continuavo a non capire: sapevo perché bisognava annientarlo, ma né lo studente né il lavoratore mi avevano detto cosa o chi effettivamente fosse l’oggetto della loro rabbia.
Tornai a cercare un viso disponibile e affabile e lo ritrovai in un’anziana donna. Era una signora piuttosto distinta, i capelli erano ormai tutti bianchi e portava uno di quei vestiti d’una volta, quelli che duravano una vita intera. Sulle spalle, uno scialle nero. Aveva un viso fine e altero, ma non sprezzante. Il suo modo di camminare lento e decoroso, e la sua maniera rispettabile e signorile di porsi tra la folla scalmanata mi avevano subito rapito. Non urlava, non fiatava. In mano nessun oggetto. Silenziosa, avanzava con lo sguardo stanco ma fisso davanti a sè. Ero sicuro che quella signora ammirevole sarebbe stata così cortese da spiegarmi finalmente il concetto della “Cosa”.
“Salve signora, mi perdoni se la disturbo. Guardandomi attorno vi ho notata, silenziosa ma dallo sguardo coscienziosa, e ho pensato che forse lei mi avrebbe potuto aiutare. Credo di essermi appena risvegliato da un grande sonno, sto cercando risposte. Se la mia presenza la infastidisce non la tratterrò ancora, sennò vorrei porle un’unica domanda: cos’è questa “Cosa” che tutti nominano ma che nessuno riesce a definire?“
La signora mi fissò per un po’, in silenzio. Poi, d’un tratto, iniziò:
“Ho vissuto molti anni, forse troppi, e ho visto questa umanità degenerarsi pian piano. Forse dovevo morire molto tempo fa e risparmiarmi la vista di tutte le cose orrende che sono successe in questi lunghi anni, ma solo ora capisco che vale la pena vivere ancora un giorno, pur di vedere la fine della Cosa. Finalmente, la Giustizia. Ragazzo, la Cosa è un gioco di potere. La Cosa è un essere che risucchia i nostri più grandi doni: la Libertà e la Moralità. Tolti questi, ci ha tolto tutto. Ho visto buoni uomini diventare belve feroci, spinti ad azioni delittuose più per cecità e disperazione che per una volontà propria. Ci ha tolto la facoltà di essere padroni di noi stessi, ci ha resi sue pedine. Pedine che collaborano a un gioco più grande di esse, che solo la Cosa riesce a dirigere. Ci ha addormentati con trucchi -panem et circensem- ci ha resi docili con essa e bestiali con il resto del mondo. Da quando è arrivata tra noi viviamo in un costante stato sonnambolico dove facciamo azioni fuori dalla nostra ragione, eppure facenti parte di noi stessi. Siamo burattini viventi, che in parte si muovono per propria volontà, e in parte, inconsapevolmente, si muovono per volontà altrui. Ragazzo mio, tra poco raggiungeremo la Cosa, e ti risponderai da solo.”
Detto ciò, chiuse la bocca e non disse più nulla.

La Cosa era qualcosa di orrendo, e io non me n’ero mai accorto! Perché ero stato così cieco? Eppure non riuscivo a dare la colpa a qualcosa che nella mia mente non trovava forma, non riuscivo a scaricare il male dell’umanità in questa “Cosa”, nonostante i discorsi che avevo sentito mi avessero indignato e colpito profondamente. Agli altri non serviva sapere cos’era, a loro bastava sapere cos’aveva causato. Ma io non ero come loro.
Le urla erano diventate insostenibili, la massa iniziò a essere sempre più irrequieta e feroce. Eravamo vicini. In mezzo a loro non potevo vedere cosa c’era davanti, quindi decisi di correre verso le prime file, spintonando e venendo spintonato a mia volta. Sapevo di stare urtando molte persone e che con tutta l’adrenalina che avevano potevo essere malmenato da un momento all’altro, ma la mia curiosità era così forte che continuai la mia ardua impresa. Finalmente iniziai a vedere qualcosa oltre la schiera umana: opposte a noi sembravano esservi altrettante persone arrabbiate. Quindi la Cosa era una comunità di potenti? Forse iniziavo a capire. Mi avvicinai ancora di più, e vidi che anche da loro si stavano avvicinando. Altri cinquanta passi, ed ecco che vedevo che anche loro portavano con sè dei cartelloni, ma le scritte erano strane. Avevano un altro linguaggio? Cento passi, anche loro avevano i pugni alzati. Ci sarebbe stata una lotta violenta, ne ero sicuro. Centocinquanta passi, perché le scritte mi sembravano familiari e allo stesso tempo strane? Duecento passi, notai qualcosa di strano: erano vestiti come noi, arrabbiati come noi, anche loro sembravano urlare, ma non sentivo le loro voci; forse, pensai, ero semplicemente assordato da quelle vicino a me. Duecentocinquanta passi, lessi “asoC” su un cartellone: in me un pensiero terrificante. Corsi a perdifiato, sempre più vicino.

Trecento passi. Ora ero nella prima fila e davanti a me vidi nitidamente il mio riflesso. Trecento passi e innanzi a me si stagliava l’immenso Specchio. La gente che mi stava affianco non se ne era accorta e proseguiva accecata dalla rabbia verso il nemico, la propria immagine.
Non avevo più bisogno di chiedere, finalmente avevo la risposta che cercavo: la Cosa eravamo noi.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Costanza

    Come ogni tuo racconto, un regalo al cuore, alla mente e all’anima. Continua a scrivere, per te e per tutti i tuoi lettori

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