Un buon motivo per non presentarsi alle urne? Il Roma Whiskey Festival

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Per la prima volta da quando ho facoltà di voto, non mi sono recato alle urne. Il motivo? Avevo qualcosa di meglio da fare. A Roma infatti il 3 e 4 marzo si svolgeva il Whiskey Festival. Qui di seguito l’intervista a Pino Perrone, organizzatore del festival.

Ciao Pino, puoi spiegarci come ti è venuta l’idea di organizzare il “Roma Whisky Festival”, che è giunto ormai alla settima edizione? Il tuo era un interesse nato dalla passione amatoriale o sei un professionista del settore?

Tanto per cominciare l’idea non fu mia, ma del mio socio Andrea Fofi che, insieme a Rachel Rennie, organizzarono la prima edizione alla quale partecipai come consulente esterno ed espositore. A partire dalla seconda mi proposi come socio e così accadde. Per quel che concerne la seconda domanda rispondo certamente entrambe. Difatti, a partire da una mia passione, sono riuscito a farla diventare un lavoro. Mi ritengo molto fortunato, perché se si riescono a conciliare le due cose la vita è in discesa. Tutte le informazioni sul festival comunque le trovate sul nostro sito ufficiale www.romawhiskyfestival.it

Pino Perrone Spirit of Scotland Rome Whisky Festival 4
Il festival ha sempre avuto luogo a Roma. Qual è il rapporto tra il Roma Whisky Festival e la nostra Capitale? L’amministrazione cittadina vi aiuta in qualche modo?

Siamo tutti di Roma, amiamo la nostra città e non riusciremmo a pensare a un festival altrove. Questo non significa che non si potrebbe organizzare anche in altri luoghi. Il nostro festival ha un format che piace e quindi potrebbero svilupparsi occasioni di tipo diverso. Per quel che concerne l’amministrazione cittadina, non avendo mai chiesto nulla ad alcuno non saprei rispondere alla domanda.

Come è evoluto il festival dalla prima edizione a quella appena conclusa?

E’ molto cambiato per molteplici ragioni. Abbiamo effettuato le prime tre edizioni all’Aranciera San Sisto e le ultime quattro al Salone delle Fontane all’Eur. E’ quadruplicata l’affluenza del pubblico e raddoppiata la presenza di espositori. L’apertura prima a whisky provenienti da altre regioni esclusa la Scozia e da quest’anno l’apertura a un’altro degno distillato, il Cognac e l’Armagnac. Infine sottolineo che siamo stati i primi ad aggiungere i cocktail bar per la mixology a base whisky, quattro anni fa. Il fatto che ora comincino a farlo anche altri ci definisce che eravamo nel giusto.

Qual è l’età media dei partecipanti al Roma Whisky Festival? E’ frequentato più da esperti come bartender e professionisti del settore o da amatori e appassionati?

L’età media è attorno ai trent’anni. La pluralità è un nostro tratto distintivo. Di fatti, passeggiando nel Salone delle Fontane durante l’evento, potete trovare neofiti ed esperti, operatori del settore e bartender. Questo ci piace molto, non essere unidirezionali.

Ci sono novità per quanto riguarda i metodi di produzione dei whisky? O c’è una tradizione che va seguita scrupolosamente?

Le novità non sono affatto positive. Il whisky nasce da una tradizione che via via si sta perdendo. Bisogna essere attenti a cosa scegliere e cercare in tutti i modi di premiare i virtuosi quando facciamo un acquisto. Quelli che, in barba alla modernità, continuano a proseguire un discorso di metodi artigianali. Spesso coincidono con conduzione familiare.

Quanti sono stati quest’anno gli espositori? Qual è il Paese più rappresentato?

Quest’anno abbiamo raggiunto quasi ottanta espositori, se includiamo anche le realtà diverse dal whisky come i Cognac e gli Armagnac. Ma i brand rappresentati sono molti di più. Naturalmente il paese più rappresentato è la Scozia. Non sono mancati tuttavia molti prodotti provenienti principalmente da Irlanda, Stati Uniti, Giappone e India.

Come hai accennato, quest’anno per la prima volta sono stati presenti importanti produttori di Cognac e Armagnac, due distillati di origine francese. Come mai questa apertura?

E’ stata messa in atto quest’anno, ma era un pensiero che ci frullava in testa fin dall’anno scorso. Riteniamo che gli unici altri distillati all’altezza del nostro amato whisky siano proprio il Cognac e l’Armagnac. Per troppo lungo tempo sono stati ignorati dal pubblico. E’ tempo che le persone prendano consapevolezza di quanto siano di spessore questi distillati e ne fruiscano ridando il prestigio che avevano in passato e ora perso a beneficio del whisky.

Che ruolo ha l’Italia nella produzione di whisky? Esiste una scuola italiana per quanto riguarda la sua produzione o ci limitiamo a seguire le orme dei Paesi più affermati?

Non esiste alcuna scuola italiana nella produzione del whisky. Al momento attuale c’è una sola distilleria operativa, la Puni, situata in Val Venosta ed è appena sorta, quattro anni fa. Pochino per assurgere a scuola. Auspichiamo che aumentino. Il fatto che noi abbiamo di già un distillato proprio che è la grappa, giustifica solo parzialmente lo status quo. Infatti, anche in altri Paesi come il Giappone vige un distillato tradizionale di riferimento e tuttavia le distillerie operative sono molte di più e alcune non dell’ultima ora.

Pino Perrone e Silvano Samaroli 2016 1
Ti chiedo di sbilanciarti: bourbon, scotch, irish o giapponesi?

Scotch forever!

Dicci secondo te perché la gente dovrebbe appassionarsi ai whisky.

Sapete, è sempre molto difficile contaminare il prossimo con una propria passione. Per il sottoscritto è stato molto semplice. Evidentemente ero “terreno fertile” affinché attecchisse. Lo ritengo il principe dei distillati che, attraverso il suo complesso bouquet e il suo intenso gusto pieno e rotondo nelle sue versioni più riuscite, riesce a emozionare ed essere evocativo come nessun altro. Rende felici e, come diceva Diderot, “esiste solo una passione, la passione per la felicità”.

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