The Zen Circus, “Il fuoco in una stanza” (2018, Woodworm Label/La Tempesta)

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Il successo che non ti aspetti ovvero la meraviglia di non essere pronti a capire.

Dopo Francesco Motta e Coez, è giunto il momento per The Zen Circus. Un disco, “Il fuoco in una stanza”, che promette di muoversi agilmente all’interno delle variegate classifiche italiane attraverso un’impronta sonora efficace e un atteggiamento che piace senza impegnare.

Un album di inediti che arriva a due anni dal successo de “La terza guerra mondiale” in cui, da comunicato stampa, si “affrontano e sviscerano i rapporti affettivi che segnano la nostra esistenza e determinano la nostra identità. Si tratta di un disco musicalmente e narrativamente eterogeneo, dedicato alla ricerca di un senso molto più profondo dell’esistenza dove il sentimento di una madre, di un padre, un figlio o un amante sono, alla fine, espressioni della stessa verità”.

Il che può significare tutto e niente, ma così il rischio è quello di molestare la filosofia e la filosofia non ha mai avuto un buon carattere nei confronti delle critiche. Anche quelle fatte a ragione. Per evitare spiacevoli ripercussioni è meglio dimostrare piedi piantati a terra e pensare all’effetto che il prodotto fa su un ascoltatore che potrei essere io. E forse sono io.

Nonostante l’autocertificazione del comunicato stampa, musicalmente non sembra così eterogeneo. Il che è un bene. L’impronta dei suoni è l’elemento più forte del lavoro della band. Già dalle prime note si riscontra una notevole resa sonora che accoglie e accudisce l’ascoltatore disponendolo benevolmente nei confronti di quello che la voce dice e fa. Una firma vocale anch’essa caratterizzata da un ottimo suono, pur non essendo la voce elemento trascinante in grado di qualificare l’idea musicale del gruppo. La chiave sembra nascondersi, infatti, dietro la compattezza e l’energia che affonda radici nel punk-rock-garage-qui aggiungi il tuo genere musicale. Vuoto incolmabile viene lasciato dalla mancanza di autoironia all’interno della stesura dei testi. Va bene la schizofrenia concettuale, va bene l’alternanza e l’alternatività, va bene la famiglia italiana e i suoi rapporti affettivi insani, vanno bene gli amici, quegli amici emblematici e difficili da generalizzare, va bene. Vanno bene. Però.

Traccia dodici, Questa non è un canzone:

insegnatemi l’arte antica del disprezzo / dello sminuire ogni successo / sarà stato quello sarà stato questo / dubitar di tutti men che di me stesso

Potrei essere io. E forse sono io. Però. Potrei essere io, e forse sono io, ad insegnare l’arte antica del disprezzo e dello sminuire ogni successo. Potrei essere io, e forse sono io, perché di musica scrivo e scrivendo esprimo ed esprimendo indirizzo. Però, no. Il disco non l’ho capito. Ho assorbito la sua musicalità ma il messaggio rimane celato dietro letture che non sono adatto a decodificare. Quanto posso, quindi, affezionarmi a qualcosa in cui non trovo un gancio emotivo? Potrei aspettare qualche anno, vivere esperienze e scoprire che per questo disco oggi non sono pronto? Forse. Oppure, Caro Luca

THE ZEN CIRCUS - IL FUOCO IN UNA STANZA  COPERTINA

THE ZEN CIRCUS – IL FUOCO IN UNA STANZA
COPERTINA

 

ti scrivo una lettera perché sono ancora un grande egoista / non scrivo per sapere come stai / piuttosto per fare i conti col mio passato

Oppure, caro Luca, se anche il disco è per fare i conti con il passato sarà difficile arrivare a quel coinvolgimento al quale un prodotto artistico ci si aspetta conduca. Il che non rappresenta un problema di grande portata per l’umanità, ma una piccola delusione per un individuo come me. Forse sono io che conservo troppa aspettativa per i gruppi che affondano la loro storia nel calderone del rock, e ad ogni occasione persa ci rimango un po’ male. Siamo una nazione fondata sul cantautorato di qualità. Quando si tratta di collettivo i risultati stentano a farsi concreti. Una metafora dell’egocentrismo tricolore. O forse sono io.

Che non capisco.

manca il lieto fine, non c’è una ragione / anche il mare aperto oggi sembra una prigione

Catene, prima traccia, prime parole.

Voto: 6

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