Recensione- Storia della mia ansia, di Daria Bignardi

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Per chi è un’ansiosa cronica da sempre, anche da prima di nascere, questo titolo “Storia della mia ansia” è un invito troppo allettante per rifiutarne la lettura, aggiungici una firma rilevante, come quella di Daria Bignardi, ed ecco una nuova recensione.
Il libro mi è piaciuto davvero molto. Ho iniziato a leggerlo e mi ha preso fin dalle prime pagine, giusto mi allontanavo per ottemperare alle faccende della quotidianità, altrimenti lo avrei letto tutto senza interruzioni.
“Storia della mia ansia” racconta un determinato periodo della vita di una donna adulta, Lea, madre di 2+1 figli, che vive un matrimonio tormentato con un uomo solitario e introverso. Lei un’emotiva, lui un iperlogico.
Quelle coppie che in teoria non funzionano mai, ma che poi nella realtà possono durare pure per tutta la vita. L’emotiva si nutre del dolore che gli genera la razionalità del partner, senza il quale però non riuscirebbe a ritrovarsi nel caos delle sue stesse emozioni. L’iperlogico, d’altra parte, non si perde mai nelle crepe della natura umana.
Nel tormento di un matrimonio che sembra inabissato in una crisi senza via di scampo, si insinua anche la crudeltà della malattia.
Le pagine scorrono veloci, come scorre veloce la vita, che non permette mai di fermarsi a pensare a lungo sulle cose, sulle situazioni, e succede allora, che proprio in un posto che non ti aspetteresti, un giorno incroci due occhi e ti risenti viva; ma mentre stai per abbandonarti a questo nuovo amore, arriva una telefonata inaspettata che ti fa svegliare dove non vorresti essere, ti fa aprire gli occhi su quella nuova realtà e ti fa decidere di scappare a casa. Che è sempre il luogo più sicuro dove rinchiudersi, dove curarsi, dove evitare che il cambiamento possa avere la meglio. Questo è, più o meno, quello che succede a Lea.
“Storia della mia ansia” è un racconto ‘sincero’, se vogliamo rifarci a uno dei criteri d’eccellenza di Tolstoj, è diretto, narra una storia che potrebbe essere quella di una grandissima quantità di famiglie, di donne, e racconta soprattutto con estrema sincerità i risvolti della malattia.
Un tumore al seno, scoperto per caso, questo succede sia alla protagonista del libro, Lea, sia alla giornalista, Daria, che ha deciso di esorcizzare tutto il dolore provato, in questi anni, attraverso questo bellissimo ed emozionante romanzo. Lei stessa lo definisce, in più interviste, come ‘il mio libro più importante’.

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Accurata e accorta è la descrizione della chemioterapia, Daria Bignardi riporta nel libro tutta la bruttura e la pesantezza delle cure. Tutto ciò che la maggior parte delle persone rifugge, che non vorrebbe sapere; tutto quello che chi non lo ha vissuto, anche solo in maniera indiretta attraverso un familiare, e che quindi non conosce, gli viene dettagliatamente raccontato nel testo.
Spesso per motivi personali ho raccontato di vene collassate, di flebiti, del silenzio degli ospedali nei giorni di festa, ma non mi ero mai accorta di quanto potesse risultare doloroso questo tipo di racconto per chi non può capire, per chi non convive con la sofferenza quotidiana, per chi non ha mai rischiato di perdere la vita per un brutto male. Come se la malattia non dovesse mai toccarci, mai raggiungerci, come se nasconderla ai nostri occhi ci evitasse il contagio della compenetrazione.

Quello che impari da bambino non lo perdi più.

Il linguaggio è contemporaneo, così come lo è la storia, accurato ma non eccessivamente ricercato. Una cosa che mi è piaciuta proprio tanto, da editor, (permettetemi questa piccola digressione) è la pulizia del testo, scorre come se seguisse un metronomo che batte il tempo tra una battuta e un’altra dello spartito. La punteggiatura è sapiente, non ci sono refusi. Un romanzo tecnicamente perfetto. E potrebbe sembrare un’osservazione banale, ma in realtà non lo è, perché dimostra che il testo è stato curato, coccolato nei minimi dettagli e, soprattutto, che ci è stato donato come una cosa bella.
Daria Bignardi è stata bravissima nell’elaborazione dei personaggi, chiunque abbia avuto a che fare con un uomo musone e solitario, riconoscerà sicuramente Shlomo, una figura per me molto familiare.
Non è un libro facile, perché parla di una storia vera, realmente vissuta, e le storie autentiche scavano sempre in profondità. La giornalista scrittrice si è ammalata circa tre anni fa, e non è mai facile raccontarsi, parlare dei propri dolori, ma scrivere è catartico e porta a rielaborare tutte le sofferenze, anche quella sensazione terribile di paura.

La freddezza di Shlomo mi fa male in un punto preciso del corpo.

L’ansia è onnipresente nella vita di Lea, un’eredità poco piacevole lasciata dalla madre, ma è anche quella scintilla che permette di migliorare, che mette in guardia da quello che non sta funzionando bene. Le nottate sul divano, la tranquillità chimica fornita dallo 0,25 mg di Xanax, l’impossibilità di poter gestire anche le reazioni degli altri, per quanto si possano prevedere e si rischi di incappare solo in aspettative disilluse, il respiro che manca come se fosse finito tutto l’ossigeno del mondo, il cuore che sembra bussare in testa ad ogni battito, solo chi ha provato queste sensazioni può capirle. E la Bignardi, attraverso le sue parole, ce le fa riconoscere bene. Sensazioni che si amplificano ancora di più quando vivi costantemente con l’angoscia di perdere l’uomo che ami, o pensi che qualcosa che non puoi controllare, come la malattia, ti obbliga a percorrere una strada che non avevi previsto. È terribile cambiare i piani per chi vive con precisione e con metodo. L’ansia è vigile attenta, non se ne va mai. Ed esalta ogni singola emozione, come un punto di valore, messo lì non a caso, ma per segnalare qualcosa: una cosa bella o una cosa spaventosa.
Sì, proprio così, l’ansia serve per rendere più belle le cose discrete, o più brutte le cose semplicemente sgradevoli.

Mi piacciono le sorprese, così tanto che la notte di San Lorenzo dell’estate scorsa, guardando le stelle cadenti, avevo espresso il desiderio di riceverne una. Non avevo pensato di chiedere che fosse bella.

La giornalista scrittrice riesce perfettamente a trasmetterci le sue sensazioni, la sua voglia di lottare, di credere nelle piccole cose, è un Io-narrante che si distanzia subito dall’immagine che siamo abituati a conoscere dalla TV, eppure quando si legge sembra che lei sia lì, vicino a noi: distante ma vicina, quasi come se osservasse da dietro a un velo la sua stessa vita per non condizionare troppo il lettore.
“Storia della mia ansia” è un libro che non può mancare, un romanzo al quale avvicinarsi con affetto. Da custodire come una burrasca passata, come una cicatrice rimarginata, ma come un ricordo vivo.

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