“Il filo nascosto” nella filmografia di Paul Thomas Anderson

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I film di Paul Thomas Anderson oscillano tra ambizioni, ampi riff sulla storia (“Boogie Nights”, “There Will Be Blood”, “The Master”) e studi caratteristici e illuminanti sui personaggi (“Hard Eight”, “Punch Drunk Love”).

il filo nascosto poster

Il filo nascosto (tit. Phantom Thread)

Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Soggetto: Paul Thomas Anderson

Paese: Stati Uniti
Genere: drammatico, romantico
Durata: 130 minuti

Interpreti:
Daniel Day-Lewis: Reynolds Woodcock
Lesley Manville: Cyril Woodcock
Vicky Krieps: Alma Elson
Brian Gleeson: dott. Robert Hardy
Harriet Sansom Harris: Barbara Rose

Consigliato a: stacanovisti, gelide sorelle, scapoli di mezza età
Sconsigliato a: muse di celebri artisti, raccoglitori di funghi, giovani stilisti eterosessuali

Il suo amatoriale adattamento di “Vizio di forma” di Thomas Pynchon ha cercato di unire queste modalità, ma “Phantom Thread” lo stravolge davvero: messo a paragone con i suoi lavori più concisi e accattivanti, il film scandaglia oscure e misteriose profondità andersoniane per portare alla luce un sorprendente grado di calore in agguato dentro se stesso.

il filo nascosto daniel day lewis cenaSorprende anche con la sua più forte protagonista femminile in due decenni di film. Anche se parte del clamore intorno a “Phantom Thread” deriva dall‘annuncio del ritiro di Daniel Day-Lewis dopo questo ruolo, l’attore di metodo più venerato al mondo va incontro alla sua partita insieme alla sorprendente scoperta Vicky Krieps. Non c’è dubbio che Anderson abbia realizzato un finale memorabile per il suo collaboratore storico nel sarto britannico Reynolds Woodcock, un severo perfezionista in balia della mezza età, il quale strappa l’immigrata Alma (Krieps) dall’oscurità per essere la sua nuova musa. Ma Krieps, il cui meraviglioso volto regge tutto il film, si fa carico di questa narrativa apparentemente dominata dagli uomini e la rende sua.

Pochi registi americani creano un mondo così coinvolgente con l’efficienza di Anderson, e non ci vuole molto perché “Phantom Thread” segua l’esempio: il film si lancia in un inizio lirico, dipingendo la venerata Woodcock House dove Reynolds e la sua gelida sorella (Lesley Manville) gestiscono brillantemente l’impresa. Assumendo da solo i doveri di un direttore della fotografia, le inquadrature di Anderson catturano le scale angolari e gli interni immacolati come se stessero delineando le porte del paradiso stesso, mentre la meravigliosa partitura orchestrale di Jonny Greenwood svanisce. È la sequenza di apertura più sorprendente di Anderson da “There Will Be Blood”, un elegante assemblaggio di immagini alla pari con la tecnica incontaminata di un sarto.

Un mondo lontano anni luce dall’intrigante barone del petrolio di “There Will Be Blood”, il Reynolds di Day-Lewis è un motore privo di umorismo ma ricco di tic passivi-aggressivi, borbotta ordini ai modelli a sua disposizione mentre sua sorella continua a guardare. Nonostante i suoi evidenti successi e le raffinate sfumature del suo patchwork, è una figura solitaria, persa nel suo processo creativo.

Tuttavia, la sua passione prende forme più sottili al di fuori del laboratorio, il che spiega la sua capacità di divenire immediatamente affascinante quando vede la giovane cameriera Alma mentre pranza da solo un pomeriggio. Non ci vuole psicoanalisi avanzata per riconoscere il più grande riaggancio di Reynolds: non può separare la sua vita e il suo lavoro, quindi un appuntamento goffo con Alma porta rapidamente ad un dress-up nel suo studio. Piuttosto che fuggire dalle premesse, Alma è estasiata dallo strano mondo insulare di Reynolds e si innalza persino alla sfida dello sguardo vigile della sorella.

D’altro canto, quale scelta ha Alma? Reynolds è in fase “pilota automatico” mentre la rende la sua musa, portandola più lontano nel suo mondo senza aprirsi, ponendola al centro di un sistema che omogeneizza il suo ruolo. Lei è un altro corpo per indossare i suoi bellissimi vestiti, anche se le capita di sedersi accanto a lui a cena e presumibilmente condividerne il letto. (La telecamera di Anderson non segue mai la coppia nella loro camera da letto, lasciando i dettagli della loro chimica sessuale sospesi in un affascinante stato ambiguo). Alma dice poco, ma osserva attentamente, soprattutto Reynolds e la precisione del suo mondo, così come la disconnessione tra l’uomo che la attrae e la tendenza maniaco-depressiva che così spesso lo rende emotivamente non disponibile.

La sceneggiatura di Anderson cova una sorprendente calibrazione degli stati d’animo all’interno di questa improbabile coppia: dalla dolce dinamica del loro corteggiamento iniziale, al crescente disagio mentre Reynolds respinge i tentativi di Alma di prendere il controllo della sua vita. “Non so cosa sto facendo qui”, dice lei, dopo che un tentativo straziante di dargli un regalo di compleanno ha suscitato un amaro ricevimento.il filo nascosto daniel day lewis kiss

Mentre la musa capisce ciò, prende forma la singolare visione di “Phantom Thread”. Alma è un’arma contro l’idea stessa della musa artistica, una controreplica a una presunzione maschile che lei riesce a trasformare con disinvoltura nel suo stesso strumento. Ogni volta che Reynolds tenta di respingere l’intelligenza di Alma, lei è pronta a rispondere. Mentre i due si litigano le battute finali di qualsiasi discussione a mo’ di battibecco pur di ottenere l’ultima parola, Anderson osa trasformare la loro dinamica in una torsione oscura che sembra proprio una svitata commedia. Quando Reynolds dice ad Alma che non ha alcun gusto, gli viene risposto “Mi piace il mio di gusto”.

I loro acrobatici scontri verbali diventano divertenti o scioccanti con facilità, il malconcio cupo diviene maleducazione intellettuale con sorprendente fluidità. Reynolds è apparentemente una più vecchia e più efficace iterazione del caso emotivamente dispeptico che Adam Sandler interpretava in “Punch Drunk Love” e Day-Lewis si innalza alla sfida di incarnare tale immaturità sentimentale dopo tanti personaggi all’altro capo dello spettro. I consulenti di matrimonio studieranno la ballata infiammabile di Reynolds e Alma per gli anni a venire.

Anderson è altrettanto abile nello scavare nella fantastica relazione di Reynolds con il suo mestiere. “Puoi cucire quasi qualsiasi cosa in un cappotto”, asserisce ad Alma, e nel suo caso è un succinto manifesto: “Non maledetto”. È un falso indizio delle basi spirituali del lavoro di Anderson. Nonostante il finale enigmatico di “Magnolia”, il regista non ha mai realizzato un film esteriormente soprannaturale, ma c’è una qualità eterea nella sua narrazione che sembra sempre librarsi a pochi passi dalla realtà. “Phantom Thread” posiziona l’impegno di Reynolds nel suo lavoro in termini quasi religiosi (come inquietante e strano era il Ron Hubbard di Philip Seymour Hoffman in “The Master”) e la sua crisi di fede emerge da Alma stessa. Se questo è veramente l’ultimo ruolo di Day-Lewis, ha scelto un lavoro adeguato atto a rappresentare le frustrazioni di gettarsi in toto nel lavoro, solo per poi rendersi conto che esiste un mondo più grande al di fuori di esso.

Mentre i tentativi di Alma di perforare l’armatura di Reynolds raggiungono picchi estremi allarmanti, Anderson riscalda il telaio. Il film è allo stesso tempo un thriller hitchcockiano e un toccante ritratto di cosa significhi vivere insieme alla passione artistica e comunicare con essa, piuttosto che essere respinto dai suoi estremi. Anderson, un pignolo regista che controlla ogni aspetto della sua opera, può sicuramente identificarsi.il filo nascosto daniel day lewis smile

“Phantom Thread”, il film più accessibile all’esterno del regista, è allo stesso tempo un dramma evocativo e una fiaba magica su persone solitarie e solipsiste che trovano conforto nel loro reciproco senso di alienazione. Reynolds si rifiuta di vedere la sua abilità artistica ridotta a termini puramente commerciali (un punto comico culminante lo ritrova a criticare l’uso della parola “chic”), ma è più incline alla poesia di quanto sia disposto a lasciarsi prendere, e ciò si coglie nei momenti in cui rivela i suoi veri sentimenti.

Il film si imbatte occasionalmente in dialoghi prolungati, quasi troppo innamorato della sua premessa focalizzata per preoccuparsi alla fin fine della trama, ma non è mai lontano da una punch-line illuminante. La parte in cui Reynolds esprime il desiderio di “mantenere il suo cuore aspro dallo sfregarsi” illustra quanto Anderson sia riuscito a entrare nello spazio mentale paradossale del suo protagonista: è interamente espressione di sé attraverso l’arte, ma non si sente mai totalmente a suo agio nell’esprimersi. Lo stupefacente scenario storico, un paese delle meraviglie generato da creazioni cucite a mano e realizzate dal costumista, premio Oscar proprio per questo film, Mark Bridges, esiste solo come un terreno espressivo per le due donne al centro del film.

Indipendentemente da dove cada sullo spettro della filmografia di precisione di Anderson, “Phantom Thread” è certamente in sintonia con tutto ciò che lo precede. La regia di Anderson eccelle nel contrapporre la tenerezza contro le dure realtà dei pària auto-assorbiti. Reynolds e Alma sono tutt’altro che una coppia perfetta, ma come attestano gli ultimi film di Anderson, la dissonanza può essere una cosa meravigliosa.

 

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