Genialità, ingenuità e sfortuna: la vita di Lorenzo Lotto

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Giovane con lucerna

Giovane con lucerna

Quando si dice: “la fortuna è cieca ma la iella ci vede benissimo”; Lorenzo Lotto, uno dei maggiori maestri della pittura rinascimentale italiana, fu maltrattato dai contemporanei e per molti secoli dimenticato. Dobbiamo la sua tardiva riabilitazione prima allo storico dell’arte Bernard Berenson che alla fine dell’Ottocento ne scrisse in modo entusiasta, poi a ulteriori studi e importanti mostre monografiche che lo hanno pienamente rivalutato.

Era un introverso portato alla malinconia, tutte attitudini poco favorevoli a sfondare in un mondo artistico in fermento, dominato da personalità eccezionali. Tanto per fare un esempio Giorgio Vasari, che per altri artisti spreca pagine delle sue “Vite” gli dedica poche note superficiali, declamando alla fine il suo De profundis con la frase: “avendo vivuto costumatamente e buon cristiano” rese felicemente l’anima al Signore. Lorenzo non piaceva perché rifiutava l’ideale allora in auge dell’uomo-eroe, rivolgendosi piuttosto a una ricerca intimistica opposta a un’estetica celebrativa, e coltivando un’originalità non priva di umorismo nella composizione e nelle posture dei suoi personaggi. Fu un pittore anticonformista, attento alle correnti innovative del suo tempo, non ostile a tematiche religiose che all’epoca erano considerate eretiche, ma anche un perenne fuggiasco, “homo poco avventurato” – come lo descrisse un suo amico – che finì per accontentarsi di lavorare per mettere assieme pranzo e cena, concludendo i suoi magri giorni alla Santa Casa di Loreto. Di lui abbiamo molte notizie grazie alle sue lettere, al testamento e al “Libro di spese diverse” redatto tra il 1538 e il 1556, una sorta di modestissimo registro redatto secondo i criteri della partita doppia, da una parte il “dar”, dall’altra l’”aver” con annotazioni che oltre ad essere puramente contabili rivelano il clima e il senso di una vita.

Ritratto del cosiddetto "Giovane malato"

Ritratto del cosiddetto “Giovane malato”

Era nato e si era formato a Venezia proprio nel momento in cui il pieno Rinascimento stava per esplodervi, e anche se probabilmente non fu figlio di artisti, doveva avere la pittura nel sangue perché da adolescente si inserì nelle botteghe più importanti (non si sa bene se quella di Giovanni Bellini o Alvise Vivarini) assorbendo anche la maniera di Albrecth Dürer che lì aveva vissuto e lavorato, e di cui nella città lagunare circolavano molte stampe. Mentre però altri giovani dotati erano attratti dalle molte possibilità di carriera che il luogo offriva, Lotto fece la sua prima scelta errabonda trasferendosi a Treviso, forse perché l’ambiente provinciale gli permetteva di sfuggire al confronto con grandi figure emergenti come Giorgione. All’inizio gli andò bene perché riuscì ad entrare nella cerchia (e sotto la protezione) del vescovo Bernardo de’ Rossi, che si circondava di artisti e uomini di cultura e che lo prese a benvolere affidandogli diversi incarichi. Sono di questo periodo alcuni ritratti molto incisivi che più che comunicare l’importanza sociale del soggetto, alludevano alla sua identità psicologica: su questo genere Lotto avrebbe in seguito prodotto alcune tra le più emozionanti opere del Rinascimento come – solo per citarne una – il cosiddetto “giovane malato” delle Gallerie dell’Accademia a Venezia, in compagnia dei suoi libri e di una lucertola che all’epoca simboleggiava il ritorno sulla via della virtù.

Pala di San Bernardino

Pala di San Bernardino

L’esperienza trevigiana si concluse con un primo viaggio nelle Marche, su invito dei frati domenicani di Recanati con cui avrebbe sempre mantenuto buoni rapporti; la sua fama si stava allargando e così fu chiamato a Roma presso la corte pontificia, un ambiente troppo competitivo per un giovane timido come lui: si trovò infatti davanti oltre a Michelangelo, anche Raffaello, bello, simpatico, circondato dalle donne, laddove lui non solo non era sposato né aveva giovani e procaci amanti, ma era alieno dalle sviolinate necessarie per salire la scala del successo. Ancora una volta non resse il confronto con queste personalità carismatiche, scappò via di corsa e non tornò mai più. Si stabilì a Bergamo per circa tredici anni, scelto dai Domenicani per eseguire una grande pala d’altare, finanziata e pagata con la notevole cifra di 500 ducati da Alessandro Martinengo, nipote di Bartolomeo Colleoni, il condottiero che anni prima si era fatta costruire in città la celebre cappella-mausoleo che doveva esaltare la sua forza e quella della sua famiglia. Fu il suo unico periodo d’oro in cui venne in contatto con maestri lombardi come Moretto, Romanino, Savoldo, con Gaudenzio Ferrari e il giovane Correggio e, ricercato da una committenza colta e benestante, poté dimostrare il suo valore con composizioni spregiudicate, ricchezza di invenzioni e colorismo squillante; nella stupenda Pala di San Bernardino ad esempio, il sacro gruppo della Madonna col Bambino e santi non è inserito all’interno di un’architettura come si usava, ma sotto una tenda verde sorretta da angioletti disposti in scorci arditi, per non parlare del vecchio san Giuseppe, che sembra grattarsi faticosamente una gamba e di sant’Antonio Abate che pare perfino un po’ sordo. Stava andando bene quando ci fu la questione delle tarsie del coro ligneo di santa Maria Maggiore: questo tipo di lavoro richiedeva la presenza di un artista – in questo caso Lotto – che ne tracciasse i disegni, di un valido intarsiatore che traducesse il cartone usando legni di differente gradazione cromatica, e di una terza persona che soprintendesse al tutto. Era un progetto complesso che portò a frizioni e malintesi di vario genere che il carattere ombroso e permaloso del pittore non aiutò a sanare; oltre a questo cominciò a lamentarsi per lo scarso compenso senza ottenere che gli venisse aumentato.

Cristo come vite, Oratorio Suardi

Cristo come vite, Oratorio Suardi

LibrodispesediverseFrontespizio1_piccoloL’unica via d’uscita fu ancora una volta la fuga: fece appena in tempo a completare gli affreschi dell’Oratorio Suardi a Trescore Balneario – un racconto popolare, quasi una sacra rappresentazione – e si ristabilì (temporaneamente) nella sua Venezia, dove avrebbe potuto lavorare non tanto per le committenze locali, di cui Tiziano deteneva il monopolio, quanto per quelle provinciali – soprattutto delle valli bergamasche e delle Marche. Senza contare i numerosi ritratti privati. A questo punto si potrebbe pensare che la sua arte bastasse a mantenerlo, ma non è così. Lorenzo Lotto aveva la malaugurata abitudine di non definire subito col cliente il costo di un lavoro, ma si affidava alla sua benevolenza e a quanto era disposto a riconoscergli e non solo in denaro, ma anche in piccoli gioielli, o addirittura vino, prosciutti, formaggi, farina. Non solo era ingenuo, ma sentiva il dovere morale di agire in maniera onesta e corretta, anche a scapito del suo personale tornaconto e del suo benessere. La cosa era nota, e nei circoli culturali il pittore veniva sbeffeggiato: ormai in età avanzata avrebbe ricevuto da Pietro Aretino una perfida lettera, in cui dopo averlo definito “come la bontà buono e come la virtù virtuoso” il maligno scrittore esaltava i successi internazionali del suo amico Tiziano per concludere che anche se il poveretto era stato superato nel mestiere di dipingere, grazie alla sua religiosità sarebbe stato ristorato in cielo: “d’una gloria che passa del mondo la laude”.

Annunciazione

Annunciazione

Eppure continuava a produrre meraviglie, tanto che il suo lavoro più noto fu eseguito nella piena maturità: l’Annunciazione, oggi al Museo Civico di Recanati. La tela ambienta la sacra scena in una stanza dipinta con fiamminga dovizia di particolari: il letto, una mensola con alcuni libri e un candelabro, un asciugamano, la finestrella piombata. All’arrivo dell’angelo Maria contrae le spalle spaventata, mentre dalla porta interviene un irruento Dio Padre, che entra in scena tuffandosi da una nuvola. Un gatto scappa terrorizzato, forse una rappresentazione del male in fuga, forse semplicemente un particolare spiritoso e assolutamente originale rispetto ad altre pacate Annunciazioni che conosciamo. Domestica e priva di retorica, l’opera è uno straordinario campionario di colori brillanti perché Lotto tendeva ad usare pigmenti insoliti non esitando ad inserire nell’impasto anche vetro macinato.

Stava invecchiando e si sentiva solo e insicuro. Aveva viaggiato molto e cambiato talmente tante residenze che a sessant’anni (età ragguardevole per l’epoca) decise di rinunciare alla sua indipendenza per chiedere ospitalità al nipote Mario d’Arman che abitava a Venezia. Fu accolto affettuosamente e gratuitamente “come “barba” (zio in dialetto veneto) e padre” e cercò di sdebitarsi portando in casa dell’ospite un barile d’olio e uno di aceto, e poi prosciutti, sale e forme di cacio, senza contare i piccoli doni per la moglie e la figlia del padrone di casa: un paio di scarpette, calze di panno giallo e un velo. Regalò anche un ritratto di Martin Lutero e uno della moglie, oggi perduti; la cosa non è così insolita perché le nuove idee della Riforma protestante stavano penetrando in città, e lo stesso d’Arman qualche anno dopo sarebbe stato inquisito per eresia ed assolto. Tanto per cambiare il soggiorno dai parenti durò poco e lui decise di trasferirsi in “Calle sporca” (nome che è tutto un programma) e poi a Treviso in casa del “compare” Giovanni dal Saon, sempre portando le sue caciotte e il suo vino e sperando di viverci e morire da buon cristiano. Ma niente: rimase tre anni, durante i quali dipinse numerose opere in parte perdute senza più conoscere il successo della sua giovinezza bergamasca, e sempre in crisi finanziaria al punto che dovette chiedere un prestito allo scultore e architetto Jacopo Sansovino.

Pala di Santo Spirito, dettaglio

Pala di Santo Spirito, dettaglio

Altri affitti, altre sistemazioni, altre città: si ammalò e fu curato in casa dell’orefice Bartolomeo Carpan la cui moglie ricorderà con affetto nel testamento redatto negli stessi anni. Sarà anche stato un malinconico brontolone, ma non era un codardo e non si sarebbe dimenticato del favore: quando anni dopo il nipote del suo ospite fu accusato di eresia, lo aiutò coraggiosamente a scappare prima accogliendolo nella sua casa, poi donandogli il denaro per la fuga nonostante le ristrettezze economiche. Lorenzo Lotto passò gli ultimi anni della sua vita nelle Marche, dove avrebbe lavorato ancora finché non decise di farsi oblato presso la santa Casa di Loreto, donandole sé stesso e i suoi pochi averi. Aveva cercato invano di racimolare un po’ di denaro mettendo all’asta i suoi quadri e spedendo alcune gemme e cammei di sua proprietà all’amico Sansovino perché li vendesse. Era pieno di acciacchi, soffriva di sciatica e – a sentire Vasari – aveva quasi completamente perso l’uso della parola. Morì nel silenzio totale, vicino agli ottant’anni e sappiamo del decesso solo perché l’istituzione lauretana registrò la vendita del suo materasso per tre fiorini e cinque bolognini.

 

Fonti: Rodolfo Pallucchini, Roberta D’Adda, Lotto, R.C.S. Quotidiani 

http://letteraturaartistica.blogspot.com/2014/05/lorenzo-lotto-libro-di-spese-diverse.html

http://www.rubricadiarte.it/lorenzolotto-pignolo/

 

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