Cluster bomb – Regalo della civiltà

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Safiullah oggi avrebbe avuto circa ventitré anni. Ne aveva sei quando fu trasportato d’urgenza presso l’ospedale di Emergency a Kabul-Afganistan, dove fu accolto da Gino Strada e dall’equipe di pronto soccorso del Centro chirurgico per vittime di guerra.
“Stava giocando coi suoi compagni, hanno visto un oggetto giallo, il bambino gli ha dato un calcio” raccontò il padre, Azizullah[1].
Probabilmente una cluster bomb, pensarono i suoi soccorritori che, alla visione del corpo straziato, non presagirono un buon epilogo, come si verificò purtroppo di lì a poco, rimarcando tutto l’orrore di quella e altre guerre “giuste”, a cui prendono parte i cosiddetti Paesi civili, convinti di assicurare la risoluzione dei problemi e condurre alla pace, noncuranti invece di sacrificare vite umane di civili, anche attraverso l’ostinazione ad usare ordigni come le cluster bomb (o bombe a grappolo).

cluster_bombs_aTali ordigni sono in genere sganciati da velivoli o elicotteri e talvolta con artiglierie, razzi e missili guidati, contenenti un certo numero (circa duecento) di submunizioni: le bomblet che, al funzionamento dell’ordigno principale (cluster), vengono disperse, secondo diversi sistemi, a distanza.
Quando il cluster viene sganciato o portato sull’obiettivo, ad una altezza voluta secondo il sistema scelto, si apre automaticamente per rilasciare le submunizioni su un’area di estensione variabile a seconda della quota e della velocità o dell’effetto delle munizioni. La quasi totalità di queste munizioni è progettata per esplodere all’impatto ma, come si evince dai fatti, la percentuale di bomblet inesplose – che si tramutano, quindi, in mine antiuomo – è più alta delle previsioni dei costruttori. Le zone con notevoli quantità di munizioni inesplose si trovano in Nagorno Karabakh, Libano, Indocina (Laos e Vietnam), Afghanistan, Iraq e Sahara Occidentale. [Ndr]

Una bomblet si presenta agli occhi di un bambino come un giocattolo, un cilindro di colore giallo sormontato da una sorta di paracadute. Appoggiato sul suolo attira l’attenzione delle piccole e ignare vittime le quali, inconsapevolmente e per curiosità, vi si avvicinano per capirne di più, magari tastandole, ed invece ne restano colpite a morte , proprio come avvenne a Safiullah, a soli sei anni.
Quanti Safiullah dovranno ancora subire tale destino, prima che si ponga totalmente fine all’impiego delle cluster bomb e di altri ordigni bellici o, meglio ancora, prima che si decida di porre fine a tutte le guerre che, in ogni caso, non saranno mai giuste?!

Accordi internazionali

Per la messa al bando di alcuni tipi di tali bombe a grappolo è stato raggiunto un accordo internazionale, la “Convenzione Onu sulle bombe a grappolo”, che proibisce l’uso di tali armi esplosive il cui effetto è la dispersione su una certa area di submunizioni (bomblet).
A settembre 2013, la convenzione risulta ratificata da 84 Paesi tra cui l’Italia (21 settembre 2011). Esistono poi importanti stati, produttori di munizioni e loro componenti, che non hanno firmato la convenzione, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, India, Israele, Pakistan e Brasile.
Inoltre, la “Convenzione di Ottawa” vieta l’impiego, l’uso, la progettazione, il commercio e lo sviluppo degli ordigni antipersona (mine terrestri o trappole) ma diversi paesi come USA, Cina, Russia e altri, non hanno sottoscritto tali accordi e continuano ad impiegare e produrre tali ordigni in tutte le loro forme. [Ndr]

Note

1. [Gino Strada, Buskashì. Viaggio dentro la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 2002, pag. 134]

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