“Chiamami col tuo nome” rivela qual è il mistero dell’Amore

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“È meglio parlare o morire?” Questa è la domanda principale di “Call Me By Your Name”, la quale emerge in una scena in cui un personaggio legge le parole di Marguerite di Navarra in “The Heptaméron”, ma è un’idea che è il cuore di ogni narrativa queer. È, appunto, particolarmente presente nel cinema queer, dove il mutismo e la sopravvivenza sono spesso i compagni di letto più agrodolci. Ma “Call Me By Your Name” non solo cita le parole di Marguerite, ma le trasmette in ogni fibra del suo essere. È un grande film a causa di come pone lucidamente la sua domanda, ed è essenziale perché risponde con coraggio.

chiamami col tuo nome poster

Chiamami col tuo nome (tit. Call me by your name)

Regia: Luca Guadagnino
Sceneggiatura: James Ivory
Soggetto: André Aciman (romanzo), Luca Guadagnino, Walter Fasano

Paese: Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti
Genere: drammatico, romantico
Durata: 132 minuti

Interpreti:
Timothée Chalamet: Elio Perlman
Armie Hammer: Oliver
Michael Stuhlbarg: Sig. Perlman
Amira Casar: Annella Perlman
Esther Garrel: Marzia
Victoire Du Bois: Chiara

Consigliato a: animi sensibili; giovani magri, irrequieti e malinconici; statue greche
Sconsigliato a: amanti frettolosi; fidanzati omonimi; chi è riuscito a dimenticare per sempre le sensazioni regalate dal primo amore

Diretto da Luca Guadagnino, pregno del suo solito tocco magico (“I Am Love”), e adattato dall’omonimo romanzo del 2007 di André Aciman, l’estatico “Call Me By Your Name” si avvicina ai recenti fenomeni LGBT “Carol” e “Moonlight” (surclassandoli), facendo corrispondere l’abilità artistica e l’empatia con cui queste acclamate e recenti pellicole districano il desiderio repressivo dell’attrazione dello stesso sesso.chiamami col tuo nome sguardo

È il 1983, “da qualche parte nel Nord Italia.” È l’apice dell’estate e tutti gli adolescenti del vicinato sono in calore. Elio Perlman (Timothée Chalamet, anche co-protagonista di “Lady Bird”) è ancora vergine. Un americano di diciassette anni il cui padre, una celebrità locale, è un eminente professore specializzato in cultura greco-romana (Michael Stuhlbarg), Elio è germogliato dalla terra come gli alberi di albicocca che circondano la villa della sua famiglia, e sta aspettando con impazienza la sua fioritura. Magro quanto basta da essere scambiato per un bambino, ma abbastanza sofisticato da essere scambiato per un uomo, Elio è un prodigio musicale multilingue che è più a suo agio con Bach e Berlioz di quanto lo sia nel suo stesso corpo. Lui sa tutto e niente.

Ogni estate, il padre di Elio ospita nella sua villa uno studente laureando per aiutarlo nella sua ricerca: lo stagista di quest’anno è Oliver (Armie Hammer, volutamente troppo vecchio per la parte). Oliver ha 24 anni e il suo corpo è un’epopea a sé stante, grande come una qualsiasi delle antiche statue che sono state dragate dalle acque locali. Arrogante, avido e quasi sospettosamente bello per essere un aspirante storico, il misterioso nuovo visitatore spesso sembra essere uscito fuori dalle pagine di un romanzo dell’hitchcockiana Patricia Highsmith. Mentre la maggior parte del film si srotola tra l’eros febbrile di Bertolucci, il calore in erba di Nabokov, e lo stoicismo lezioso di James Ivory (il quale, a 88 anni, si è davvero meritato la statuetta dell’Oscar come “Miglior sceneggiatura non originale” per questo adattamento dal romanzo di Aciman), un’ombra sottile di suspense si insinua lungo i bordi esterni di ogni fotogramma, innescando negli spettatori un tipo di perno molto diverso da quello che Guadagnino ha dispiegato durante il terzo atto di “A Bigger Splash”.

Elio e Oliver si avvicinano sempre di più mentre l’estate sprofonda nei suoi fiacchi giorni. Il magro adolescente guarda il suo imprevedibile nuovo amico come se non potesse capire come possano appartenere alla stessa specie, figuriamoci essere interessati alla stessa cosa. Ma comunanza e semi-segreti presto emergono: per prima cosa, sono entrambi ebrei. Oliver, senza dubbio consapevole di somigliare ad un’icona della supremazia della razza hitleriana, indossa una Stella di David sotto la camicia, un emblema appena visibile della sua alterità. I Perlman, d’altra parte, sono ciò che il padre di Elio descrive come “ebrei della discrezione”.chiamami col tuo nome mare

Mentre il film avanza, Elio e Oliver iniziano a condividere cose più tangibili: giri in bicicletta, fugaci tocchi, un desiderio sconosciuto di fare sesso l’uno con l’altro. Fondamentalmente, tuttavia, Elio è in conflitto con le sue stesse passioni. I suoi gusti sono volatili: esegue lo stesso pezzo di pianoforte in uno stile decisamente diverso ogni volta che lo suona, con grande frustrazione divertita di Oliver; quando non è impegnato a fissare la sua muscolosa infatuazione, cerca con entusiasmo di deflorare la ragazza francese sua vicina di casa (Esther Garrel), la quale indossa il proprio guardaroba di abiti estivi come se stesse cercando di disonorare le altre stagioni.

Raccontando questa storia con la stessa capricciosità tipicamente inebriante che è il marchio di fabbrica delle sue opere, Guadagnino non si sofferma su sguardi di desideri mal celati in modo discutibile. Non è Todd Haynes e, con la possibile eccezione di un lungo film spezzato a metà dalla ripresa che segue le due piste attorno alla fontana e dona allo spazio tra Elio e Oliver un palpabile senso fisico di attrazione e rifiuto, non cerca di esserlo. Invece, rimane in sintonia con l’energia grezza di provare a “sentire” qualcuno senza toccarlo, di cosa vuol dire vivere in quell’unica estate magica in cui il tempo è l’unica parte del tuo mondo che non cambia ogni giorno.

Increspato con composizioni di piano nervosamente eccitate e girato con una sensualità incommensurabile dal direttore della fotografia thailandese Sayombhu Mukdeeprom, “Call Me By Your Name” è un film corposo che sottopone tutte le sue bellezze al servizio di una semplice verità: più cambiamo, più diventiamo ciò che siamo. Come i prefissi latini che Oliver e il Signor Perlman fanno risalire alle loro radici o le statue antiche che risplendono di una luce nuova a causa di quanto il mondo sia cambiato dalla loro creazione, Elio impara che la crescita, per quanto selvaggia o preoccupante possa sembrare, è il più grande dono che ci si possa regalare.

Guardarlo lentamente arrivare a quella realizzazione è un’esperienza indimenticabile ed enormemente commovente. Guadagnino sottolinea la parte climatica di questa storia, quando i sentimenti sono finalmente trasmutati in azione e la vera natura di Oliver sfonda il busto marmoreo del suo corpo. I dettagli sono i migliori amici dello spettatore in questo caso, e ci si rende conto di quanto il film sia all’altezza della reputazione del libro, per merito, soprattutto, di come Chalamet e Hammer si gettano l’uno nell’altro con il goffo abbandono del primo amore. Mettendo in scena un divorzio dal suo materiale di origine mentre procede, i ritmi finali dell’adattamento di Guadagnino galvanizzano due ore di incertezza latente in un ritratto malinconico di due persone che cercano di trovarsi prima che sia troppo tardi. Come il padre di Elio mette nero su bianco in un monologo mozzafiato che ogni genitore dovrebbe memorizzare per un uso futuro: “Non provare niente per non rischiare di provare qualcosa. Che spreco.”

chiamami col tuo nome bacioLasciandoci con una delle splendide nuove canzoni che Sufjan Stevens ha scritto per il film (“Mystery of love” meritava decisamente l’Oscar), questa storia incredibilmente potente soffia una vibrante nuova vita nella risposta che Marguerite di Navarra ha dato alla sua stessa domanda. “Consiglierei a tutti i miei amici di parlare e non morire”, ha detto, “perché un brutto discorso non può essere rattoppato, ma una vita perduta non può essere ricordata”.

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