A Rimini per un “chiodo”, con il mitico Johnny

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Era l’estate del 1990, insieme a Giovanni Santoriello si partì alla volta di Rimini. Si chiudeva – a nostra insaputa – un’epoca.
Oggi, inverno 2018, per la precisione 11 marzo, si chiude definitivamente la vita che fu di quei ragazzi pieni di brio. È arrivata la morte – a nostra insaputa, e alle spalle di Gianni[1] – a fare il suo solito e infame mestiere, sorprenderti mentre sei occupato in altre faccende. Tuttavia, con il mio amico non avrà avuto agevolezza di movimento e, nel caso qualcuno la dovesse vedere in giro, non potrebbe non scorgere sul diafano sembiante i segni della colluttazione.

Oggi quel “chiodo” assume più valori di quanti non ne avesse già. Valori simbolici ma anche affondanti nella materia, a partire dalla pelle usata per creare il particolare capo d’abbigliamento, un giubbino avvitato – in origine di colore nero, poi adorno di borchie metalliche – che nel tempo è stato prodotto in più varianti, meno borchie e altri colori, tra i quali giallo senape, come quello di Gianni, acquistato durante quella giornata di shopping casuale a Rimini, dove eravamo andati alla ricerca di ben altro: un alloggio per trascorrervi le vacanze estive, ma dopo l’intera mattinata la situazione ci apparve pressoché inequivocabile: tutto pieno, nemmeno uno stambugio libero, dove in quattro ci saremmo arrangiati e soprattutto riposati. Eravamo, infatti, partiti alle due di notte. Invero, inizialmente saremmo dovuti partire soltanto Gianni ed io, ma mentre ci recavamo dal tabaccaio per la scorta di sigarette: le inseparabili Chesterfield per lui e Marlboro per me, incontrammo due amici che convincemmo a seguirci e, soprattutto, a cambiare meta per le vacanze: i due, infatti, avevano in programma di partire l’indomani per la Grecia, ed invece…

Spiaggia ombrelloni e sdraioCi ritrovammo in viaggio per la mitica Rimini, con i Queen, Pino e Vasco a farci da colonna sonora ma senza aver prenotato alcun alloggio – all’epoca non si “portava”. Per me era la seconda volta sulla riviera adriatica e, supportato chissà da quale fondamento scientifico, speravo di ripetere l’esperienza della prima volta, quando in un paio d’ore avevo reperito una camera libera.
A corroborare tale tesi c’erano poi i racconti – a volte un po’ troppo fantasiosi – che si susseguivano al ritmo esponenziale di altri amici, quasi tutti sistemati nei modi e negli anfratti più impensabili.
Certo che una prenotazione ti garantisce il soggiorno, ma in quegli anni – peraltro i mitici anni Ottanta – quell’aspetto rappresentava l’immaterialità di un approccio, vissuto con la spensieratezza e la leggerezza cristallizzate in uno stato di grazia incommensurabile che ci rendeva invincibili, giovani e belli.

Chiodo, di colore giallo senape, un sogno che, in fondo, valse la pena di ritornare a casa e, paradossalmente, di annullare la ricerca dell’alloggio in una località più a nord, Lignano Sabbiadoro, presso cui avevamo deciso di dirigerci.

Dopo l’ultimo tentativo sul lungomare di Rimini, salimmo nel Pajero tirato a lucido di Giovanni e, a malincuore, cominciammo a muoverci alla volta della località friulana; ma mentre i nostri occhi indugiavano sulle ultime e già rimpiante immagini, udimmo una voce familiare provenire dal fondo della strada. Con quei capelli lunghi e ondulati poteva essere solo lui, Antonio, un caro amico nonché concittadino.
Riscendemmo dall’auto per salutarlo – in pratica facendo un baccano incredibile –, ma anche per chiedergli se sapesse di qualche alloggio libero. “Tutto pieno” ci confermò.
Poi Gianni gli chiese di un negozio che vendesse abbigliamento in pelle e Antonio si offrì di accompagnarlo volentieri.

Da quel momento, perdemmo la cognizione del tempo. I due varcarono la soglia di svariati negozi, gli altri due sempre in macchina, di stallo in stallo, ed io passeggiavo e vagheggiavo la vacanza respirando l’inebriante aria riminese.
Comunque, nessun negoziante sembrava essere fornito del giubbino ricercato dal Santoriello che, forse influenzato dall’euforia di Antonio, non si rendeva conto delle ore preziose che stavano trascorrendo, oppure una sensazione inconscia gli trasmetteva che, in fondo, neanche a Lignano Sabbiadoro avremmo trovato un posto per dormire.

Giovanni Santoriello a vent'anni.

Giovanni Santoriello a vent’anni.

E poi, eravamo ragazzi. Che pena avrebbe mai potuto rappresentare il ritorno a casa?! Ci saremmo di sicuro organizzati nei giorni seguenti e, più carichi di prima, saremmo ripartiti verso una nuova ed eccezionale meta. E, infatti, così avvenne.

Lasciammo Rimini all’imbrunire, non solo senza rancore ma addirittura con l’immagine della ricerca di quel pomeriggio stampata sulle retine e sull’anima, momenti che negli anni a seguire sarebbero stati motivo di grandi risate, soprattutto ogniqualvolta si vedeva Gianni indossare quel chiodo bellissimo e dal colore insolito.

Oggi che Johnny ci ha lasciati, quel capo d’abbigliamento ritorna carico di tutto il suo simbolismo. Chiodo, come quello al quale si appende uno strumento o un qualsivoglia oggetto rappresentante un’epoca, un particolare momento della vita.
Oppure, come nel caso di Gianni e di noi, il chiodo – l’ultimo – che sigilla la bara in cui è stato adagiato l’amico fraterno e, insieme con lui, la spensieratezza e la gioventù che ci fuse per sempre.

Note

1. Per ognuno di noi c’era una gamma di appellativi, dal nome anagrafico al diminutivo, dal cognome al nome in inglese, spagnolo ecc.

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