A casa una madre sta aspettando…

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Ieri se n’è andato Francesco. Aveva trentaquattro anni e tutta la vita davanti.

Era un ragazzo pieno di gioia e di entusiasmo. Amava la natura, gli animali, la montagna. Il suo grande cuore l’aveva portato tra la gente, voleva essere utile agli altri. Era stato uno scout, volontario del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico e istruttore di sub.

Sabato mattina era ancora tra noi. Pieno di speranza, di allegria, di obiettivi e di programmi. Aveva caricato la macchina ed era partito con altri tre amici. Una bella gita. Una giornata di sole. Tanta voglia di respirare, di sentirsi libero, felice, appagato. Tornare a casa stanco e soddisfatto gli dava una sorta di impulso vitale a cui non voleva rinunciare.

“Caro Francesco, se solo tu avessi potuto vedere la disperazione negli occhi dei tuoi amici che gridavano come pazzi, che ti cercavano forsennatamente urlando il tuo nome, scavando con le pale, con le mani insanguinate, con tutta la forza, l’amicizia, l’affetto che provavano per te … se solo li avessi potuti vedere, caro Francesco, non saresti partito quel sabato. O forse semplicemente avresti detto “dai ragazzi, andiamo a farci un week end di relax a casa mia in montagna, senza sciare, solo noi quattro, le nostre chiacchiere, le nostre risate, il caminetto acceso il vin brulé e la chitarra in mano. Niente sci questa volta.”

Oggi ho pianto per te caro Francesco. Ho pianto anche se non ti conoscevo perché il mio cuore ha sanguinato. Ho pianto per la tua vita buttata via in quindici minuti. Un soffio. Solo quindici minuti di bianco e di freddo contro trentaquattro anni di impegno, crescita, studio, amore, allegria, sofferenza, vittorie e sconfitte. Tutti aspetti stupendi di quel magnifico e straordinario regalo che hai avuto in dono: la tua vita. La tua meravigliosa, unica e irripetibile Vita.

Ho pianto per i tuoi amici che ti hanno visto sparire. Ho pianto per tua moglie, i tuoi figli, le tue sorelle e i tuoi fratelli, con i quali hai condiviso tanto e che non potranno toccarti mai più. Ma ho pianto soprattutto per tua madre. Ho pianto per lei e con lei come se fossi mio figlio nell’irrealistico tentativo di condividere un dolore che non ha confini. Ho pensato a tutte le volte in cui lei ti diceva di stare valanga3attento e a tutte quelle in cui avrebbe voluto dirtelo ma si tratteneva dentro e le ingoiava quelle parole, ulcerandosi la gola per soffocarle. Sapeva che ti infastidivano. E lei non voleva darti fatidio. Mai. A volte non ce la faceva proprio ma di solito si. Ingoiava e pregava. Diceva “Signore ti prego aiutami a non pensare” “Signore ti prego proteggilo sempre” “Signore ti prego fallo tornare”. E quando le scappava qualcosa veniva investita dalle tue risposte stizzite, che pure le volevi bene… “ mamma smettila” le dicevi “io non sono stupido, io so quel che faccio, io penso, io mi informo, io sono prudente, io… io… io…” allora lei si malediva per averti detto ancora una volta quelle solite stupide parole, e giurava, dentro di sé di non parlare mai più. E ti baciava, ti sorrideva, ti abbracciava, ti spostava con delicatezza quella frangia sempre troppo lunga che ti cadeva sugli occhi e ti accarezzava il viso, come si fa con i bambini, per rinnovare quel contatto iniziato trentaquattro anni fa. Per renderlo eterno.

Oh Francesco, quanto sei stato stolto… eri giovane, lo so, e i giovani si sentono onnipotenti, non vogliono fermarsi mai, quando guardano avanti vedono solo il futuro. La morte la vediamo solo noi genitori, dopo che abbiamo passato quella straordinaria fase della vita in cui tutto ancora sembra possibile, quando lungo il cammino della nostra vita abbiamo conosciuto sofferenze più grandi e abbiamo perso persone che amavamo, e visto altre madri e altri padri piangere figli che non torneranno più.

Caro Francesco, se solo avessi potuto dirti in tempo alcune cose, farti capire, farti pensare… quanto contava per te le tua vita? Forse non te lo sei mai chiesto veramente. Voi giovani siete la vita. La morte non fa parte dei vostri pensieri. Eppure eri un ragazzo sveglio e intelligente. Allora dimmi, quanto contava? Dimmi… Quanto valore avevano i tuoi amici, la tua famiglia, il tuo lavoro, il tuo percorso di crescita? Quanto? Rispondimi Francesco! Quanto? Quando ti svegliavi la mattina e aprivi la finestra e lasciavi entrare l’aria e il sole, quante volte hai ringraziato? O forse lo davi per scontato che domani sarà ancora così? Dove sei adesso? Dove sei?…

Caro Francesco, lo so che eri pieno di entusiasmo e pieno di curiosità. Conosco questa inesauribile vena creativa che fa della vita dei giovani, di certi giovani – e tu eri tra questi – un vero capolavoro. Giovani sani, belli, forti, onesti, indipendenti… giovani che vogliono crescere e che hanno l’amore negli occhi, giovani che lasceranno un segno… eppure hai peccato di superficialità, hai fatto un errore stupido, non hai riflettuto abbastanza. E per questo sono molto arrabbiata con te e non posso proprio perdonarti. Ti sei sentito intoccabile. Invincibile. Hai voluto giocare a briscola con la tua vita. La tua vita! Non dirmi, ti prego, che può succedere. Che hai avuto sfiga. Che non ne hai colpa. Non dirlo a me che sono una madre. Lo sapevi bene che era pericoloso quello che facevi. Il bollettino aveva parlato chiaro. Ma tu hai fatto spallucce. Eppure altri prima di te ci hanno lasciato la pelle. Non stupidi ragazzini incompetenti. Non principianti o novellini alle prime armi. No. Uomini preparati, esperti, sicuri di sé. Troppo sicuri. Troppo. Tanto da perdere l’umiltà e il rispetto. E così neanche tu hai voluto vedere, ascoltare, fermarti… la tua fame di emozioni è stata più forte.

Ora non ci sei più. Chissà se, tornando indietro, potrebbe cambiare qualcosa? Io sono sicura di si. Non avresti mai voluto finire la tua vita in quel modo. Avevi ancora mille cose da fare. Tanto entusiasmo e tanti sogni da realizzare. Forse, se tu fossi scampato a quel tragico momento, forse, avresti imparato la lezione. Ma non sempre ci è data un’altra possibilità. Vivere e vivere intensamente è un sacrosanto diritto. Ma andarsela a cercare, Dio mio, è tutt’altra cosa.

Ci sono migliaia di cose stupende che possiamo fare. Perché il pericolo attira così tanto quando si è giovani? Perché dobbiamo per forza rischiare, perdere qualcuno o invecchiare per saper tarare, giudicare, comprendere e distinguere ciò che è buono e fa crescere da ciò che non lo è? Non c’è corso che tenga né esperienza, né sonde, né Artva… quando si fanno certe cose si rischia la vita. Ma chi ama le sfide, non ci pensa su veramente. Pensa solo “a me non succederà perché io…”

valanga2Caro Francesco, ma pensi veramente che chi, prima di te ed esperto come te, sia andato in montagna pensando che poteva perdere la vita? Forse ciò che ci succede intorno può essere un insegnamento solo per chi è pronto. E tu non lo eri. Peccato. Anche se dire “peccato” è veramente troppo poco, troppo riduttivo, troppo insignificante di fronte alla tragedia della perdita di una vita. Ma è quello che mi viene da dirti adesso, Francesco, perchè sono arrabbiata e quel mio “peccato” è superficiale così come superficiale e stolta è stata la tua scelta.

Perdonami Francesco, dentro di me rabbia e disperazione si confondono e se potessi averti qui davanti non so se ti urlerei con tutto il fiato che ho in gola o se ti abbraccerei… forte…”

Una giornata di sole, quattro amici, tanta allegria, poi all’improvviso un fuori pista, una lastra di ghiaccio… una slavina… tutto è travolto… tutto finisce in un attimo freddo e bianco.

A casa una madre sta aspettando… sta pregando che anche questa volta vada bene.

 

 

 

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Chi lo ha scritto

Daria Cozzi

Triestina, due figli, una vita vissuta con passione. Ascolto tutti, soprattutto chi la pensa diversamente da me. E imparo sempre qualcosa. Mi piace comunicare attraverso la parola scritta, ma non solo ... credo che ci sia sempre una seconda chance, che possiamo crescere e cambiare pensiero, modo di essere, obiettivi e programmi per avere davanti a noi ogni giorno un orizzonte nuovo su cui scrivere i nostri progetti, dipingere i nostri sogni, depositare le nostre speranze. Ho raccontato la mia storia in "Quattro giorni tre notti", il mio primo romanzo.  

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Desirée Maria

    Un bel racconto che analizza la tragedia sotto tutti i punti di vista. La condizione disperata e triste di chi riesce a vedere ” dall’ esterno ” la vicenda e la analizza in ogni sua piega, la disperazione degli amici, il dolore di moglie e figli, di fratelli, e, sopra ogni altro disperato sentimento, il sentimento senza nomi e aggettivi di una madre che aspetterà per sempre, che attenderà il noto e amato scalpiccìo davanti alla porta di casa col cuore sospeso. Nulla e nessuno potranno impedirle quest’ antica attesa che forse l’ ha accompagnata inconsapevolmente fin dai giochi con le bambole, ha preso corpo e forza la prima volta che le han posato il figlio tra le braccia madide di sudore del parto. Dopo l’ incanto degli sguardi, del contatto pelle con pelle, dei baci lievi, mani esperte hanno posato nella culla la sua creatura e lei tratteneva il respiro per ascoltare quello impercettibile del suo piccolo : c’è, c’è, c’è!…Sensibile, saggia, sincera Daria, tutti noi vorremmo sgridare quest’ uomo se fosse sopravvissuto, come pure abbracciarlo piangendo. Ma una cosa io credo di averla capita, anche se non l’accetto assolutamente : nessuno sfugge al suo destino. Esso ci sta appiccicato addosso come la sanguisuga alla vena. Tuttavia chi ci lascia c’ è comunque e indipendentemente dai pensieri di tutti. La madre lo sa e vivrà attendendo fino all’ estrema luce : la sua anima, come la sua carne, sarà vicina al figlio, nonostante tutto, in un modo misterioso che nessuno al mondo potrà mai capire e spiegare. Madre e figlio attendono di riprendersi per mano. Non è questione di religioni, credenze, disperate e folli speranze di donne cui è stato stritolato il cuore. É il sentire profondo dell’ anima materna, un mistero che, sapientemente, tu, Daria, hai portato al centro della peggior tragedia umana. La madre non lascia mai andare il figlio, in verità. La madre aspetta sempre, fin dall’ attimo magico in cui ha intuito in sé la sua creatura.

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    • Daria

      Grazie Desirée, grazie per il tuo contributo di donna, sensibile, profonda, lucida.

      Rispondi

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