Rovinata da Platone

Share on Facebook32Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

PREMESSA – SE PENSATE DI LEGGERE UN TRATTATO ACCADEMICO O DI DIVULGAZIONE FILOSOFICA, FERMATEVI QUI. QUELLE CHE SEGUONO SONO CONSIDERAZIONI PERSONALI BASATE SULLA SEMPLIFICAZIONE.

Dopo due anni orribili e uno incredibile, in cui hanno convissuto momenti di raro dolore e fatica, con altri di rara bellezza, di sorprese e sentimenti unici, nuovi e irripetibili, mi ritrovo a chiedermi come mai continuo ad accettare le persone per quello che sono, cercando di capirne le ragioni, a credere che ciò che capita sia normale così come è, limiti compresi, a non togliermi da situazioni difficili, pesanti e dolorose. O buttarmi nelle cose a capofitto senza calcolare le conseguenze per vedere che succederà.

La risposta è semplice, ma non scontata. La colpa è di un uomo, anzi di due: di un filosofo e di colui che me lo ha fatto conoscere e amare in giovane età, cioè il mio professore di filosofia delle scuole superiori. Claudio Mazzoti insegnava in un modo incredibile, come se ognuno degli studenti avesse già dentro di sé tutto lo scibile filosofico. Lui cercava semplicemente le attitudini dei i singoli allievi. Poi li coinvolgeva individualmente sui pensatori che, secondo lui, meglio avrebbero contribuito a rendere visibile quanta filosofia c’era in ciascuno.
A ogni studente assegnava il testo di un autore da leggere a casa. La lezione successiva lo si doveva presentare ai compagni di classe, prima che il professore lo spiegasse. Quando mi affidò “Il simposio”, “La repubblica” e in particolare “Il mito della caverna”, mi innamorai di Platone e della filosofia tutta. Proprio come nell’amore vero, però, capita che si perdano di vista le conseguenze delle tesi che hai sposato più o meno consapevolmente. Ma ormai Platone era parte di me e ci sarebbe rimasto per sempre.

Ci si può chiedere perché Platone si sia annidato nella mia mente e non se ne sia più andato, e soprattutto perché mi abbia rovinato la vita. Purtroppo solo ora l’ho capito: ha introdotto nella mia mente la dicotomia fra il mondo ideale e il mondo materiale. Con conseguenze devastanti. Da allora ho sempre vissuto pensando che solo le idee, il pensiero, le astrazioni siano perfetti e veri, come sosteneva il filosofo greco. Mentre la materia, le cose, l’esistenza terrena, il mondo degli oggetti, la realizzazione fattuale dei pensieri potevano essere solo imperfetti, incompleti, passibili di errore, approssimativi, quindi non veri in sé.

Ecco ho semplificato, ma l’ho detto: l’idea è superiore alla cosa. E soprattutto non ha bisogno di essa per esistere. La mente, il cuore ti allontaneranno dai sensi che necessitano del contatto col reale. E la tua bolla ideale prenderà il sopravvento. Questo però è un male, anche se platonico.
Perchè, se come è capitato a me, finisci per sviluppare la tua esistenza su questo, per tutta la vita oscillerai fra due mondi. Sembrerà tutto “normale e legittimo”.  Tutti avranno le loro ragioni nella ricerca individuale del proprio essere terreni e legati ai sensi, che sono, per definizione fallaci e mendaci, cioè portatori di percezione parziale e incompleta della realtà. E per salvarti penserai sempre che la perfezione e la completezza non sono di questo mondo.
Ti rifugerai nella tua immaginazione senza sapere se quello che ti sta intorno esista anche per gli altri che ti sono vicino. E ti piacerà la presenza dell’imperfezione, del limite, dell’errore, che alla fine caratterizzano le singole cose e persone più di quanto non le accomunino. Insomma, parafrasando Tolstoj nell’incipit di Anna Karenina, tutte le persone perfette si assomigliano fra loro, ma le imperfette lo saranno ciascuna a modo proprio, quindi, non migliori, ma certo più interessanti e attraenti.

Ogni medaglia avrà due facce e due conseguenze: non potrai mai avere nulla che non abbia anche un lato B di minor valore. E tu stesso saprai che è sempre un po’ anche colpa tua se le cose con gli altri non funzionano, perchè fare sbagli e non essere mai completamente all’altezza, non avere due Lati A  è nella natura delle cose. Non potrai mai scindere ciò che ti fa bene da ciò che non ne fa. Le conseguenze sono molto pesanti e dovrai continuamente scegliere fra frustrazione e menefreghismo.
Sarai sempre frustrato. Qualsiasi cosa tu faccia non sarà mai tanto bella e tanto vera quanto l’idea cui fa riferimento o all’immaginazione smisurata che possiedi. Ma se non vorrai soccombere, per non deprimerti, per accettare persone, cose ed eventi che non sono nemmeno lontanamente prossimi all’idea che ne avevi, alla fine, per sopravvivere dovrai iniziare fregartene. Potresti addirittura annullare i desideri e le aspettative, perchè se non ti aspetti nulla, tutto quello che viene sarà corretto e non ti ferirà. Ma da questo potrebbe iniziare la tua rovina. Il menefreghismo non è platonico.

Ma secondo voi, si può vivere fra la frustrazione e il menefreghismo? Vi pare possibile se si ha una mente fertile e immaginifica, se non ci si può impedire di trovare nell’altro, negli altri, nelle persone vicine e lontane sempre qualche cosa di stupefacente, un dettaglio spiazzante che ce li fa amare, vivere in maniera menefreghista? Io non riesco. E allora mi concedo pause sconsiderate di perdita di controllo, senza frustrazione e con tanto menefreghismo nella scrittura e nella musica. Una bolla dove la mia immaginazione e noncuranza regnano sovrane. Un benessere molto reale, che non fa male a nessuno. Penso nemmeno a Platone.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook32Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?