“La vita non è un sogno”

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“Sono felice. Mi sono appena svegliato, in un lussuosissimo albergo di Sao Paolo. Al mio fianco dorme una splendida fanciulla di cui non ricordo il nome. A pensarci, non ricordo proprio nulla. Neppure il motivo di questa gioia…“.
Questo era l’incipit dal quale Annalisa avrebbe dovuto prendere le mosse per scrivere un racconto e partecipare al concorso letterario “La vita non è un sogno. Doveva farlo, pur non avendo mai scritto nulla in vita sua, se non qualche sporadico biglietto di addio ai suoi amanti, per di più in un italiano stentato. Non scriveva nemmeno la lista della spesa, ma quel concorso doveva farlo. Altrimenti, avrebbe rischiato di compromettere una volta per sempre, la sua già fragile salute mentale. storiaCreare un racconto, infatti, le avrebbe permesso di trascorrere alcune ore al giorno nella biblioteca del Penitenziario femminile per reati sessuali, anziché in cella.
Annalisa era arrivata al “Pietro Fo’cazzi” solo due mesi prima, colpevole di violenza sessuale di gruppo con l’applicazione della recidiva reiterata. Era un habituè della struttura e dell’infermeria; di norma scontava lì, fra flebo e garze, almeno un terzo della pena. Chi l’aveva incastrata questa volta? Chi aveva parlato? Chi l’aveva tradita?

In quei due mesi di reclusione Annalisa si era resa disponibile a svolgere qualsiasi tipo di attività pur di non restare chiusa nella sua “stanza”, la n. 37, con Milena e Beatrice; due ninfomani lesbiche condannate per abuso di minore disabile. Quelle sgualdrine volevano convertirla al loro credo sessuale, ma ad Annalisa piacevano gli uomini. Proprio per questo, più che per paura di essere convertita ad un approccio erotico insolito, aveva provato ogni strada –ufficiale, ufficiosa, lecita e non- al fine di trascorrere del tempo fuori da quei tre metri per due sovraffollati di donne.
Le attività lavorative previste dal Penitenziario erano numerose: cuoco, aiuto-cuoco, porta vitto, lavanderia, addetto alle pulizie… Annalisa, però, sembrava allergica ad ogni situazione nella quale c’erano modi e tempi da rispettare. D’altronde, la ragazza, ormai quarantenne, non aveva mai lavorato in vita sua, quantomeno nell’accezione tradizionale del termine.
Pertanto, l’unica chance di godere un pò di libertà e la visione di qualche uomo, almeno ritratto su riviste e libri della biblioteca, era partecipare al concorso letterario.

uomo pensosoFranco, il suo ultimo “gingillo”, l’aveva messa al corrente del bando. Il poveretto non si dava pace per essere scampato all’ammucchiata che aveva intrappolato Annalisa. Lui, infatti, era stato trattenuto a casa del nonno ottuagenario per arginare una copiosa incontinenza urinaria. Così, gravato da un pesante senso di colpa per la libertà di cui poteva ancora assaporare ogni istante, faceva visita ad Annalisa una volta alla settimana. Durante gli incontri tentava di distrarla con le avventure irregolari della vita irregolare di amici e conoscenti. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per riuscire ad alleviare un po’ della sofferenza di quella ragazza. La punizione inflitta era terribile: castità fisica e psicologica; Annalisa doveva scontare ancora tre anni e quattro mesi.
Franco insisteva su alcune tecniche di meditazione -così almeno le chiamava lui- certo che le avrebbero procurato un po’ di benessere. “Stenditi sulla branda, chiudi gli occhi e pensa a quello che ti farò quando uscirai di qui. Il tempo volerà, pupa” le sussurrava convinto ed eccitato. A volte Annalisa sorrideva; per farlo eccitare ancora di più sprigionava la punta della lingua spalmandola sul labbro superiore, indugiando lasciva sull’estremità destra come piaceva a lui. Altre volte, invece, roteava gli occhi e sbuffava annoiata.

fantasie eroticheQuell’idea del concorso letterario, però, buttata lì per caso, la stuzzicava e quell’incipit le suonava familiare. “D’accordo” pensò, “l’inizio è già scritto, poi qualcosa da dire lo trovo, ma per il finale, che fare? Come concludere?” Annalisa non era una scrittrice e nemmeno una gran lettrice; non aveva immaginazione nè fantasie, se non quelle erotiche. “Accidenti” sospirò “almeno Federico O., autore dell’incipit, avesse indicato una traccia anche per la fine del racconto”. Poi un lampo… quell’incipit l’aveva scritto Federico Oristano, ne era certa. Aveva vissuto con lui un’intensa storia d’”amore” qualche mese prima. Ricordò la rottura brusca, quasi senza motivo. Fra l’altro, quella era stata l’ultima volta in cui lei aveva scritto qualcosa; un addio su pochi strappi di carta igienica. Improvvisamente tutto fu chiaro, o quasi. Federico non era ancora riuscito a voltare pagina, o meglio, si era affermato come autore, pure comico, ma probabilmente voleva riscrivere il finale della loro storia. L’idea del concorso letterario era geniale. Con l’aiuto dei partecipanti avrebbe ampliato la gamma di ipotesi e di scenari possibili; avrebbe reinventato la loro favola; avrebbe scelto il classico epilogo “e vissero tutti felici e contenti”.

Annalisa conosceva bene la fine di quella vicenda o almeno così credeva. Tuttavia, riflettè pensierosa su ciò che Federico le aveva raccontato durante un incontro “casuale” qualche tempo addietro.
letto“Sai, quella mattina mi sono svegliato di soprassalto; felice, sì, ma con il cuore in gola che pulsava tanto forte da fare male. Era stato un sogno: l’albergo, San Paolo, tu. Poi mi sono voltato e ti ho vista, Annalù, così ti chiamavo, ricordi? Eri ancora addormentata, stesa al mio fianco. La realtà aveva superato il sogno. Eri splendida. Ho cominciato ad accarezzare la pelle morbida del tuo corpo, dalle caviglie sottili fino al collo, scostando il lenzuolo: il tuo viso angelico mi è apparso in tutta la sua struggente bellezza. Ho iniziato a piangere per l’emozione; allora mi sono svegliato veramente. Ero solo. Accanto a me il vuoto, nemmeno una traccia tangibile del tuo passaggio, un capello, una ciglia; restava un vago odore di sesso misto a quello del profumatore per ambienti alla lavanda. Stordito mi sono alzato e sono andato in bagno; lì, sopra la tavoletta del water ho trovato il tuo addio.

Ehi ciao. Grazie per esere entrato nella mia vita, ma non c’è posto. E’ troppo forte quello che o provato con te; tropa felicità, non riesco. La mia vita è un altra; il tuo equilibrio mi destabiliza. Io vivo fuori giri, senza regole. Sono sempre sull’orlo del precipizio; potrei cadere da un momento all’altro. Vivo fra grandi slanci emotivi ed il baratro esistenziale; vivo fra alcool e sesso; vivo fra orgie e penitenziari.
Tu sei onesto, ingenuo, inocente… troppo perfeto. Io per te sono come un neo, un neo cattivo; all aparenza interessante, nel profondo nocivo, mortale. Devo togliermi prima che sia tropo tardi. Addio”.
C’era dell’altro, ma lui non glielo raccontò.

specchioDopo aver letto quel messaggio, infatti, Federico rimase impietrito… fu un attimo, poi si guardò allo specchio e ripetè più volte sorridendo beffardo “troppo perfeto”. Ricordò un’altra perdita che l’aveva segnato profondamente: la morte della nonna materna, trentacinque anni prima. La donna più importante della sua vita. Eppure era sopravvissuto. Quella volta, in un solo istante, tutto si era fermato insieme al cuore della nonna. Subito dopo, però, tutto aveva ricominciato a pulsare, tranne il cuore della nonna. “La vita va avanti” tentò di convincersi. “Troppo perfeto” ripetè un’altra volta, “onesto, ingenuo, innocente”. Alzò la tavoletta del water, urinò, tirò l’acqua e fece quella telefonata.

Qualche mese più tardi Annalisa fu arrestata; colta in flagranza di reato per violenza sessuale di gruppo. Gli agenti di polizia giudiziaria, dopo settimane di appostamenti su denuncia di ignoti, avevano scoperto che Annalisa, nonostante condannata più volte per reati a sfondo sessuale, continuava a condurre una vita frivola e dissoluta. Una vita inquietante, a momenti anche violenta, fra droghe, alcol, uomini, prostitute e minori, praticando ogni forma di sessualità; lecita, suffragata saltuariamente dalla brezza di un sentimento e illecita, sfogo sadico di un istinto alterato da anni di abusi fisici e psicologici. Annalisa era rimasta orfana di entrambi i genitori all’età di undici anni. Il padre la picchiava e la seviziava brutalmente da quando ne aveva tre, mentre la madre, alcolizzata, era alla guida dell’auto che in quell’autunno si schiantò sul palo del telegrafo davanti casa, riducendo lei e il marito ad un ammasso di carne informe fra le lamiere.

fineLa sera dell’arresto, gli agenti, sicuri ma anche imbarazzati per quello che avrebbero visto, irruppero nell’appartamento n. 5A della palazzina in via del Destriero dove si stava consumando l’orgia; l’”informatore” ignoto era stato preciso. Uno degli agenti, Giacomo -fratello di Federico O.- si diresse deciso verso Annalisa. Le ordinò di alzarsi e di mettersi qualcosa addosso; poi la guardò torvo, zittì risoluto i suoi mugolii e bisbigliò in tono sprezzante: “Annalisa, ecco la fine. Questa è la fine della storia”. A questo punto, tutto fu davvero chiaro: l’incipit e la fine.

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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