La terra ha un’anima: Renata Fonte

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Porto Selvaggio è uno degli angoli più suggestivi del litorale salentino. Mille ettari di parco naturale: un’oasi protetta istituita nel 2006 dalla Regione Puglia, a metà strada fra le bellissime Porto Cesareo e Gallipoli. Paesaggio incantato di una bellezza mozzafiato, mare cristallino incastonato fra bianche scogliere e arenili di sabbia finissima: un paradiso. Il respiro di questo paradiso, l’anima di Porto Selvaggio, ha il nome di Renata Fonte. E’ la tarda serata del 31 Marzo 1984. Una giovane donna si affretta verso la propria abitazione, il passo lesto, il ticchettio dei tacchi sul marciapiede. La serata è mite, la tramontana porta l’odore del mare fino al paese. Un rumore alle sue spalle, la donna non ha il tempo di realizzare cosa stia accadendo… Nella notte risuonano tre colpi di pistola. Il corpo della giovane donna cade scompostamente e rimane riverso sull’asfalto. Due bambine, un marito, una famiglia attendono un ritorno per sempre. Nei giorni successivi all’omicidio di Renata Fonte si rincorsero voci e ipotesi, non si mancò di gettare discredito sulla giovane donna con l’ombra di un delitto passionale. La verità era un’altra, legata a quell’angolo di paradiso che oggi è il Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio.

Renata FONTE

Renata FONTE

Renata Fonte era una giovane e bella donna di 33 anni, madre, moglie, maestra, marxista, era nipote di Pantaleo Ingusci, storico, avvocato e figura di spicco dell’antifascismo leccese. Ispirata dall’esempio e dall’insegnamento dello zio aveva abbracciato con passione la militanza politica fino all’elezione, nelle fila del Partito Repubblicano, e la nomina, prima donna nella sua Nardò, ad assessore. Furono le sue coraggiose scelte politiche a difesa della sua terra, del suo mare, a decretarne la sentenza di morte. Nei primi anni ‘80 il Salento non era la meta turistica che oggi conosciamo, ma qualcuno aveva fiutato l’affare miliardario che poteva nascere dallo sfruttamento edilizio di quel meraviglioso litorale, le prime feroci colate di cemento avevano iniziato a deturpare l’area grazie ad amministratori distratti o compiacenti. Renata Fonte si era sempre opposta ad ogni scellerata speculazione, all’inizio in un comitato di cittadini che contrastava lo scempio della terra e del mare, poi in consiglio comunale dove si era fieramente ribellata a qualunque accomodamento condiscendente del piano regolatore.  Renata aveva ricevuto pressioni, intimidazioni e minacce che l’avevano solo resa più coraggiosa e determinata nella propria lotta. Quella sera del 31 marzo 1984 due balordi le spararono tre colpi a bruciapelo. Le indagini portarono ad un intermediario e ad mandante di primo livello, quest’ultimo suo diretto avversario politico, tuttavia, dopo 34 anni, non sono ancora state fatte piena luce, verità e giustizia su quella tragica morte e sugli interessi che l’avevano determinata, ma Porto Selvaggio e il suo meraviglioso parco vivono. Un articolo dell’epoca ricorda che mentre il primo mandante dell’omicidio, Antonio Spagnolo, veniva arrestato e portato via si era alzato un vento gelido, così come un vento gelido aveva soffiato furiosamente durante i funerali di Renata : «Pure la terra ha un’anima» aveva sentenziato qualcuno. Diverse associazioni sono sorte nel nome e sull’esempio di Renata Fonte: una stele all’interno del Parco di Porto Selvaggio onora la sua memoria e ricorda il suo coraggio e il suo sacrificio, il 21 marzo di ogni anno nella Giornata della Memoria e dell’Impegno di Libera il suo nome e il suo sacrificio sono commemorati e celebrati. Nel 2016 nell’entroterra salentino, quella terra tanto amata e strenuamente difesa, un naturalista, un botanico ed un ricercatore hanno scoperto e descritto una nuova varietà di orchidea e, a simbolo e suggello di gratitudine verso Renata dalla sua terra, le hanno dato il nome di  “Ophrys x renatafontae”.   Renata Fonte fu vittima di mafia e martire ambientalista. Una strage silenziosa si consuma ogni anno in ogni angolo del Pianeta, una strage che non ha definizione, non viene urlata, non ha vergogna: è la strage di uomini e donne, vecchi e giovani, contadini, pescatori, artisti, sognatori come Renata Fonte, coraggiosi e fieri, indomiti fino all’estremo sacrificio: è la strage degli ambientalisti. Sono diverse centinaia ogni anno gli omicidi di chi si oppone alle nefandezze di compagnie di estrazione mineraria, società che operano il disboscamento, multinazionali che sottraggono acqua e terre, uccidono biodiversità, inquinano fiumi, laghi e mari, depredano, spogliano, distruggono, nel nome del proprio interesse e ammazzano chiunque li ostacoli. Sui grandi media non se ne parla, ma un nuovo scempio si sta compiendo proprio nella terra di Renata Fonte. In spregio all’ambiente, in barba alla volontà dei cittadini, al buon senso e alla necessità di politiche energetiche ecosostenibili, si sta realizzando un gasdotto che porterà in Europa il gas dell’Azerbaijan. Da quando si sono aperti i cantieri cittadini e attivisti compiono una quotidiana opera di disturbo e resistenza, con loro ci sarebbe Renata Fonte, anima della terra di Salento. Fonti: Carlo Bollino, La posta in gioco, ed. Carmine De Benedittis; Antonella Mascali, “Lotta civile”, ed. Chiarelettere.

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