La Gibson chiude i battenti?

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Sembra che la musica rock viva un profondo periodo di crisi. Dopo i floridi e ridenti sixties and seventies, un nuovo virgulto di speranza si ebbe fino a metà degli anni ’90, poi solo un lento declino.
Che il musicista bello e dannato, con una sigaretta in bocca e il capello incolto e fuori posto, fosse ormai fuori moda si era capito già da qualche anno. Molti amici, nel tempo, hanno abbandonato il sogno di vivere on the road, componendo ballate più che potenti e movimentate e hanno ripiegato su professioni meno entusiasmanti, ma più sicure “per portare lo stipendio a casa”, limitandosi a suonare ai matrimoni dei migliori amici.
Una fine ingloriosa per avvincenti sogni di gioventù, ma nemmeno negli ultimi anni le cose sono cambiate, qualcun altro mi ha raccontato spesso: il musicista squattrinato non attira più neanche le ragazze, oggi vanno quelli con il macchinone potente. Non esistono più le groupie di una volta!
A questa affermazione ho sempre creduto molto poco, essendo io cresciuta con il mito delle rockstar e del ‘soprattutto sconvolto’ va bene.
Eppure, ohibò, è proprio di questi giorni la notizia che la mitica casa di strumenti musicali a cinque e sei corde, la Gibson, da luglio rischi il fallimento.

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Il celebre strumento scelto da tanti grandi della storia del rock, come Jimi Hendrix, che suonava una Flying V, Eddie Van Halen, Keith Richards, Kirk Hammett, Paul Stanley, BB King, Jimmy Page, Angus Young, Carlos Santana e potremmo continuare ancora a lungo, in realtà non viene venduto più come prima.
Nel corso del tempo l’azienda, che ha sede a Nashville, in Tennessee, ha subìto l’abbassamento delle vendite, cosa che sta succedendo a tutte le aziende del settore degli strumenti musicali, dati confermati anche da un’inchiesta del reporter, Geoff Edgers, del Washington Post.
Il fatto è che la società aveva già chiesto dei finanziamenti alle banche e si è indebitata per milioni di dollari negli ultimi anni. Entro il 23 luglio dovrebbe coprire un debito di 145milioni di dollari, mentre entro sei mesi dovrà rientrare di un prestito obbligazionario di 375milioni di dollari. Cifre da capogiro, difficilmente recuperabili in così poco tempo.

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Le alternative sono quasi inesistenti o Henry Juszkiewicz, proprietario e CEO dell’azienda, mette in vendita una larga parte del suo capitale, o chiede un ulteriore prestito per estinguere gli altri già contratti e prolungare così l’agonia, o dichiara il fallimento.
Le opzioni sono davvero poche e soprattutto molto scomode. Senza ampio margine di azione. Tempi duri, questi ultimi, per la storia del rock: oltre a gravi perdite umane, vissute negli ultimi anni, iniziano a crollare anche i simboli e gli oggetti di quella bellissima epoca che, al momento, non ha nessuna intenzione di tornare in auge.
Che mondo può essere quello in cui non si comprano più tanti strumenti musicali?
Ore difficili per i sognatori nostalgici e romantici.

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