La doppia Angustia

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Giungemmo di sera ad Angustia impauriti, già pentiti di essere venuti.

Tuttavia, erano anni che Alexandra ed io, Freiherr, sognavamo una vacanza in questa bellissima città storica in riva al mare. Stringendo in pugno il coraggio, ci eravamo decisi a partire, sapendo che avremmo rischiato di essere scippati, derubati, maltrattati, attaccati e insultati appena scesi dal treno.

Sapevamo che Angustia era una città violenta, pericolosa e razzista. Ci avevano detto di non andare in giro per strada, neppure di giorno, che saremmo stati perseguitati da spacciatori e borseggiatori e che avremmo dovuto farci largo tra mercatini di ciarpame cinese e africano. La città era sporca, brutale, deturpata, attraversata da bande di ragazzini nigeriani e salvadoregni, che taglieggiavano le prostitute per conto della mafia albanese.

Su facebook c’erano almeno una trentina di gruppi fascisti, “I figli di Benito per Angustia”, “Contro la feccia nera degli spacciatori”, “Angustia vi odia (mussulmani ed ebrei)”, fino al gruppo “Ecco gli amici della Sindaca comunista” con il fotomontaggio di una donna in ginocchio davanti ad un guerriero jihadista con scimitarra.

Secondo gli abitanti virtuali di Angustia, il crimine era senza freni. Nella piazza del Duomo, gli africani avevano creato un racket dei cappellini di lana. “E sapete chi fila la lana? Siamo noi angustiani, per cinquanta centesimi il gomitolo. E così la marmaglia negra si arricchisce su di noi”. C’era anche un sito dal promettente nome di “Santa Crocifissa piange per noi” in cui si mettevano assieme l’aborto, l’immigrazione, la criminalità e i vaccini nello stesso manifesto, sotto il titolo shock “La Santissima Statua di Santa Crocifissa ha rinnovato il miracolo del 1793 piangendo lacrime di sangue. Come la Santissima pianse allora per l’esecuzione del buon Luigi XVI, oggi piange per il crimine dell’omosessualità.”

Dai siti dei giornali locali si apprendevano storie raccapriccianti. “Sventata rapina di gang di stranieri”, dove due ragazzini locali con un capetto bulgaro di tredici anni avevano svaligiato un distributore automatico di merendine. “Disoccupazione in calo ma chi sono i nostri padroni?”, tuonava il deputato del Movimento Libero e Popolare, riferendosi al misterioso proprietario indiano della fabbrica di componenti auto che era stata riaperta dopo anni di abbandono.

Eppure.

Il tramonto sulla stazione sul mare non aveva nulla di minaccioso. Era una bella sera, morbida ed intensa, in cui si mescolavamo insieme i futuri sospiri della notte con l’ansia della caduta del sole. Alexandra ed io ci togliemmo i maglioni dell’inverno e fummo sopraffatti dal calore del tramonto, che si mescolava all’odore rovente dei freni sui binari e dei fiori che abbellivano le banchine come festoni carnevaleschi. La stazione era moderna, funzionale, ordinata, con una piacevole cacofonia di voci umane, tacchi che si affrettavano per prendere il treno veloce per il nord tra gli annunci recitati nella lingua melodiosa di Angustia. Un’umanità partiva ed una restava, ciascuna espressiva nei rispettivi sentimenti di distacco ancora da cauterizzare e di cautele da usare come incisivi per non perdersi. Ma c’era un fondo di ironia, come a voler credere alla commedia dell’addio, che tanto ci si ritroverà presto. E i due ragazzi con lo zaino, pronti a partire per il mezzogiorno, ridacchiavano alle preci dei genitori e facevano finta di credergli.

I negozianti affabili, gli addetti ferroviari paciosi con un’ora di tempo prima del prossimo treno, i poliziotti annoiati che sembravano non aver mai visto un crimine. Angustia era molto diversa da come ce l’aspettavamo.

Per strada, perché decidemmo di camminare fino al nostro alloggio, invece di seguire il consiglio di prendere un tassì, la sensazione di essere giunti in un paese benedetto, dove la vita scorre placida, continuò a rafforzarsi. Inseguiti da lupi nello stomaco, ci fermammo nella Trattoria del Mastrarua, davanti al tempio di Apollo. Alexandra parlava molto bene la lingua locale, al punto da essere scambiata, per il cameriere olivastro che volteggiava tra i tavoli, per un’abitante del nord. Io posso dire di cavarmela abbastanza, pur con un accento un po’ legnoso. Sta di fatto che ad Alexandra riservarono attenzioni, sorrisi e un bicchiere di vino extra; ma anche a me, le cameriere scure di carnagione e con labbra carnose e carminie, non mancarono di farmi assaggiare un formaggio specialissimo ai capperi.

La gentilezza si associava ad un modo di fare rilassato. Per strada il traffico scorreva confusamente ma con una certa logica. Le automobili inchiodavano davanti a noi e gli autisti chiedevano indulgenza alzando le braccia e sorridendo.

Notammo con sorpresa che nella Piazza del Duomo, uomini di colore vendevano cappellini e sciarpe di lana, osservati da vigili più interessati a sfoggiare una divisa impeccabile che a controllare l’ordine pubblico che sarebbe andato avanti anche senza di loro. Tre giovinastri palestrati, con un’aquila romana sul giubbotto nero, invece di insultare gli ambulanti, contrattarono il prezzo di un pacchetto d’erba. Curioso assai il modo con cui si salutarono, con manate e pacche, come tra fratelli.

Donne, uomini, bambini passeggiavano calmamente. I bambini ubbidivano ai genitori, non come da noi che fanno capricci, con un gelato in mano, un po’ pingui, sempre perfettamente vestiti, anche adesso che faceva caldo.

Vedemmo per il Corso della Repubblica molte coppie miste, orientali, africani, arabi e gente dell’Europa orientale, anche qualche coppia omosessuale, maschi e femmine, che si tenevano mano nella mano senza cruccio. Sembrava che nessuno badasse a niente, che ognuno vivesse concentrato nel suo trancio di pizza, nel suo andare sotto il sole primaverile, ascoltando musica con le cuffiette alle orecchie e abbracciando il suo amore.

Un altro fatto curioso era che, diversamente dalle nostre parti, invece di passare il tempo sullo schermo del cellulare, le persone erano impegnate a parlare tra di loro. Amici e conoscenti si incontravano e si salutavano, conversavano per qualche minuto, talvolta più a lungo, sembrava che avessero tante cose di cui parlare, con toni mai aggressivi, come se avessero tutto il tempo del mondo e non ci fossero altri problemi che la coppa dell’olio rotta e la mancanza di pioggia da troppo tempo.

Alexandra, con un’imprevedibile iniziativa, si accostò a una coppia giovane che discorreva da almeno mezz’ora con due coniugi anziani. “Che vi state dicendo?”

Dalle nostre parti una simile intrusione sarebbe stata ricompensata con un gelido sguardo di rimprovero (se sei bianco) o una sprangata (sei hai una faccia straniera). Invece i quattro abitanti di Angustia si complimentarono con Alexandra per la sua ottima conoscenza della lingua. Chiamarono anche me ad unirsi a loro. Si stupirono che fossimo venuti da così lontano e vollero sapere tutto di noi. In genere non amo questo genere di domande personali, ma la cordialità dei quattro angustiani era irresistibile. Quando dissi che nella mia città lavoravo in una pasticceria industriale, il più anziano del gruppo mi prese per mano, mi disse “poverino”, con sincero affetto e ci trascinò a provare i dolci alla mandorla tipici di Angustia.

Era notte quando ci lasciammo, scambiandoci numeri di telefono, d’accordo nel rivederci l’indomani per visitare alcune spettacolari e sconosciute spiagge, bellissime anche ad inizio primavera.

Mangiammo nella Botte di Bacco, un elegante ristorantino per coppie di ogni genere. I camerieri, sia locali che arabi, vestivano di camicia nera e farfallino bianco; ci accolsero come se fossimo i primi clienti, ci consigliarono le migliori pietanze, il vino più adatto per ognuna, con una strizzata d’occhio ad Alexandra. Un cameriere gay mi lanciò un bacio e si fece una grande risata.

Confesso che quella sera toccai il culmine della felicità. Una certa frigidità nei modi di Alexandra si sciolse nel calore delle luci soffuse e delle voci suadenti del locale. La mia compagna era estasiata, rideva, scherzava, ricordava i giorni che avevamo trascorso insieme, faceva piani per il futuro, mi chiese se mi sarebbe piaciuto avere un figlio con lei, poi mi carezzava un braccio e mi prendeva per il collo e mi baciava con forza. Non avevo mai visto Alexandra in questo stato. Eravamo liberi, aperti al mondo e pieni di speranza. Tornando all’appartamento, ci baciavamo in ogni anfratto, in ogni via, come a voler marcare un territorio di bellezza e passione, senza più il timore di essere assaliti dai guerrieri della notte di Angustia.

Quella notte ci amammo a lungo. Fu il primo giorno di una settimana di scoperte, di amore, di spiagge deserte e di cantine affollate, di amicizie, di sole e di stupefacenti vini che ci regalarono sbornie leggendarie.

Non vedemmo nulla di sporco, malvagio, maleducato. E ancora oggi, che su facebook è circolata la notizia che una coppia di omosessuali è stata cacciata dalla Botte di Bacco per oscenità e un rifugiato somalo accoltellato davanti al Duomo e una famiglia selvaggiamente picchiata sul Corso da una banda di senegalesi, non sappiamo dire quale sia la vera Angustia, se quella che abbiamo visto o quella che vive nel mondo virtuale.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

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