La dipendenza videoludica è stata riconosciuta ‘disturbo mentale’

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L’altro giorno, per un altro giornale, ho avuto l’esigenza di scrivere un articolo sulla dipendenza videoludica, ho affrontato l’argomento con tutta l’attenzione e la serietà che merita e ho valutato tutti i dati a mia disposizione.
Man mano che scrivevo però, mi sono sentita un po’ in colpa, innanzitutto perché sono una videogames addict, faccio parte di quella schiera di giocatori dipendenti, portati all’isolamento e all’asocialità (sto scherzando!), sono una giocatrice sana, ma mi sono chiesta quanto fosse giusto che fossi proprio io a scrivere quel pezzo.
E quindi, con ottima capacità di ‘bipolarismo’ funzionale, eccomi a scrivere un articolo che parla di quanto in realtà sia interessante videogiocare.
Premessa indispensabile: nessun videogioco sostituisce una cena con gli amici, una passeggiata con il mio cane, un’ottima lettura, una buona cioccolata calda al bar.
Ma quando il tempo è brutto, la noia ti devasta ed è uscito proprio il nuovo episodio di Destiny, o di Fallout, o di COD, o un nuovo Super Mario, o qualsiasi altro titolo, come si può rimanere indifferenti?
In quell’articolo parlavo di alcuni studiosi di psichiatria e di psicologia che si sono riuniti in un convegno importante a Napoli (e hanno fatto benissimo), hanno discusso degli effetti negativi dei videogiochi, addirittura sono riusciti a far inserire la patologia da dipendenza videoludica nel capitolo delle “Dipendenze comportamentali” nell’undicesima edizione dell’International Classification of Diseases (ICD). Un riconoscimento scientifico importante, visto che fino ad oggi questa valenza tossica non era riconosciuta.
Una cosa gravissima quando la dipendenza diventa seriamente alienante e limitante verso la vita e la socialità.
Bisogna anche riconoscere il contrario però. Le console di ultima generazione (ma anche quelle di penultima) consentono di interfacciarsi con più giocatori alla volta, anche in modalità remoto, quindi ognuno a casa propria, ma permettendo di giocare tutti insieme. Inoltre sono sempre di più gli eventi organizzati in tutta Italia, e negli altri paese europei ed extraeuropei, che consentono ai vari players di incontrarsi e di confrontarsi.
Le case videoludiche presentano i loro prodotti a fiere che sono strapiene di ragazzi, le conferenze sono aperte quasi a tutti coloro che vogliano parteciparvi.
Senza considerare il mercato del lavoro e un’ampia offerta di nuove figure professionali che questo settore sta contribuendo a far conoscere. Non solo disegnatori, programmatori, tecnici audio, sound engineer, registi, montatori, ma anche giocatori professionisti che settano e valutano il prodotto.
Un mercato in continua evoluzione, che non patisce crisi e che fa girare tantissimo denaro. Basti pensare all’investimento che ruota intorno ad ogni singolo titolo, quando uscì il primo Destiny, nel Settembre 2014, fece molto parlare di sé. Era il primo videogioco a budget altissimo, anche più alto di qualsiasi film mai girato, un investimento di 500milioni di dollari. Cifre da capogiro.

Diciamo che la tendenza all’isolamento dunque non è causata dal videogioco, ma da una personalità che presenta già per sua natura dei tratti alienanti.
Bisogna valutare anche i pro di queste attività, in quanti magari timidi per natura, poco propensi alla parola e alla chiacchiera, proprio attraverso i videogiochi, i forum, i social network hanno trovato il loro modo di confrontarsi con il mondo? Talvolta riconoscendosi in un gruppo si ha avuto voglia di andare oltre le mura di casa e di raggiungere quegli amici riuniti fuori da qualche parte.
I videogiochi come punto di contatto quindi, come volano di affiatamento e di socialità.
In una realtà sempre più controversa, in cui il futuro sembra destinato ad evolversi come uno scenario previsto da Asimov, con larga partecipazione di intelligenze artificiali, proprio i videogiochi possono semplificare le cose e fare da anello di congiunzione tra i ragazzi, il mondo fuori e la tecnologia.
Non tutto quello che ci circonda è destinato a diventare un male, certo ogni cosa deve essere sapientemente valutata dalla singola persona, se passo più tempo ad abbracciare la mia PlayStation4 che un uomo in carne e ossa, inizierei a pormi anche io il problema, ma per il momento questo ancora non avviene. Anche perché ahimè, il tempo da dedicare ai nuovi supporti è sempre meno (una lacrima incornicia il mio volto, sigh).
Per quanto riguarda i bambini, o i più giovani, non se ne può fare una colpa solo a loro. Quanti genitori li invogliano davvero ad uscire, a passare del tempo con loro a fare qualcosa di valido, a far provare loro davvero delle emozioni?
In quanti portano i figli a fare passeggiate all’aria aperta, a passeggiare a cavallo, a visitare posti di importanza storica, o anche solo al cinema? La realtà è che gli adulti, per la maggior parte del tempo, sono impegnati in cose loro.
I videogiochi, la tecnologia, non potranno mai essere il male. Il modo in cui si utilizzano può essere sbagliato. Bisogna educare al giusto, senza confondere i ruoli e le realtà. Non conosco ragazzi alienati, e se qualcuno ha realmente difficoltà ad uscire di casa e rischia di finire in uno stato di hikikomori, saranno gli stessi amici, che lo tireranno fuori di casa, a mangiare un gelato all’aria aperta, a costo di prenderlo per i capelli. :P Le terapie migliori, anche in questo caso comunque, rimangono quelle cognitivo-comportamentali. Una rieducazione della mente a ristabilire contatti sociali sani.
Gli amici sono realmente importanti e possono mostrarci se stiamo sbagliando qualcosa, un monitoraggio a fin di bene di mutuo soccorso per tutti coloro che fanno parte di un gruppo, perché a volte non ci accorgiamo di stare abusando di qualcosa ed è anche vero che nessuno si salva da solo. Se sentite di stare abusando della vostra console, o dello smartphone, fermatevi un attimo e ricalibratevi, oppure chiedete aiuto.

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Imma I.

Benvenuto! Se mi stai leggendo è perché molto probabilmente anche tu sei attratto dalla musica, dall’arte, dal cinema, dalla letteratura, dai videogiochi, dai fumetti, dalla fantascienza. Insomma essere sempre al corrente sulle ultime novità in qualsiasi campo. Scrivo praticamente da sempre, mi sono dedicata nei primi anni del mio lavoro alla cronaca locale, arrivando poi a collaborare con alcune riviste di cultura (lastanzadivirginia) e con webgiornali nazionali (YOUng). E questa con l’Undici è proprio la collaborazione che aspettavo da un po’… Mi piace informarmi e conoscere quante più cose mi riesce, ma mi piace anche condividere i miei pensieri con chi è curioso come me. Oltre alla passione per la scrittura, sono una editor/consulente editoriale, collaboro con diverse case editrici. Amo il surf, il punk, il rock, l’handmade, creare bolle di sapone giganti e le olive verdi. Sono felice di poter condividere un po’ del mio mondo con chi avrà il piacere di leggermi. A presto! Seguimi anche su Facebook! Mi trovi come: Imma Stellato Iava, o Imma I.

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