“Il giusto altro non è che l’utile del più forte”

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Platone attribuiva questa frase al sofista Trasimaco, il quale – venticinque secoli fa – sosteneva che la giustizia e, ragionevolmente, la legalità e la libertà, fossero soltanto la proiezione distorta di tali valori da parte del vincitore di turno che, inevitabilmente, farà il suo e non il bene della gente.
Il governo – secondo la tesi del filosofo greco – sarà affidato solo al più ingiusto fra tutti, cioè colui che sarà in grado di sembrare giusto pur non essendolo affatto.
Osservando il comportamento dei politici odierni, è possibile comprendere quanto siano attuali le acute riflessioni di Trasimaco, peraltro espresse ad un interlocutore di elevatissimo acume: Socrate.

Oggidì il più forte è incarnato da coloro che vincono una guerra o le elezioni e, spesso, dettano leggi solo in apparenza democratiche.
Dietro la facciata della democrazia – illudendo i vinti e i popoli asserviti di ispirarsi ad essa – i più forti trasmettono la loro idea di giusto che, come ai tempi di Trasimaco, altro non è che una serie corposa di interessi soggettivi, riscontrabile in ogni ambito in cui è radicato un sistema creato sul calco dei prepotenti che – sbandendo contraddittoriamente un impianto legislativo tendenzialmente giusto – continuano a rifarsi a norme non scritte, tutte figlie della medesima matrice: la legge del più forte.

Cosa è cambiato, dunque, a distanza di venticinque secoli?
In sostanza, nulla. In apparenza, tutto (o quasi). Vale a dire che i forti hanno affinato le loro tecniche, hanno imparato ad aggirare gli argini della dialettica, cara ai filosofi greci, e della democrazia conquistata attraverso grandi sacrifici, anche in termini di vite umane, da parte degli oppressi in cruciali momenti della storia, o in quotidiani momenti della vita, persino nei più improbabili e remoti angoli della terra, laddove i sopraffattori di varia risma – con l’avallo complice e vigliacco dei più alti in grado fra di loro: i politici di professione – tengono al giogo la maggioranza degli esseri umani, il cui riscatto, alla resa dei conti, risulta rinviato all’infinito.

Scritto greco de La Repubblica

Frammento papiraceo de La Repubblica di Platone.

Tuttavia, gli unici in grado di ribaltare le sorti, continuano ad essere incarnati dai giusti  che, in tutti i casi, sono presenti in quella parte nobile dell’umanità, purtroppo ancora sbilanciata verso gli ingiusti, come si evince dal comportamento della massa, oscillante fra l’emulazione del più forte – nonché condivisione ed esaltazione della sua legge, per tema di subire detrimenti da altri simili figuri – e l’incapacità di ribellarsi ad un sistema che, grazie ad abili manipolatori, è stato in grado di garantirsi nel tempo l’indottrinamento sistematico dei più deboli, rendendoli insensibili, indifferenti e talvolta complici, senza capacità di discernimento sull’autentico senso del giusto.

È alquanto triste scoprire che, venticinque secoli dopo le osservazioni di Trasimaco, non siano mutati gli svilimenti di concetti quali giustizia, legalità, libertà, verità e democrazia. Ma ciò non deve scoraggiare e, al fine di contrastare i cosiddetti forti – potenti più o meno pericolosi e incisivi – diviene fondamentale entrare nel merito di quei valori, lottare affinché la loro indiscutibile essenza ottenga il meritato riconoscimento universale, costituito con la partecipazione di tutti, fra cui anche i vincitori leali, all’alba di un percorso che conduca a ridefinire correttamente la parola “Giusto”.

Un buon abbrivo è indubitabilmente rileggere quei profondi dialoghi – intercorsi fra Socrate e Trasimaco venticinque secoli fa – riportati nel libro I de La Repubblica di Platone.

 

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