Fashion Politics

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La campagna elettorale è una prova esistenziale.

Di questi tempi, cioè in tempi elettorali, lamentarsi è un dovere sociale, un comportamento che dispone subito favorevolmente il nostro interlocutore, il quale condividerà, o si sentirà in dovere di condividere, i nostri sentimenti: lamentarsi facilita la costruzione di legami di solidarietà o addirittura d’amicizia, dando luogo a conversazioni rilassate e gentilezze reciproche. Con ogni probabilità, una certa tendenza alla commiserazione è parte dell’humus nazionale, risale a epoche remote e non ha mai abbandonato le esibizioni pubbliche dei nostri concittadini: l’Italia è quella penisola bagnata dalle lacrime di alcuni e dal reflusso biliare di altri.

Di nuovo, però, ci sono gli astenuti: fino a qualche decennio fa, i consueti borbottii e borborigmi venivano momentaneamente interrotti dal rito delle votazioni, in maniera da poter poi ricominciare con più insistenza e pervasività; ci si lagnava, casomai, di essersi fatti buggerare per l’ennesima volta, continuando a concedere il proprio credito agli stessi partiti cui spettava la responsabilità dei presenti disastri. Ultimamente, invece, si assiste al drastico calo del numero di chi decida di affidare alle urne le speranze di miglioramento delle proprie condizioni di vita e nessun regime democratico che voglia continuare a ritenersi funzionante può trascurare un dato, anzi un non-dato, tanto abnorme.
Il fatto è che dichiararsi indecisi, o meglio ancora disillusi, riscuote un successo senza precedenti: non si ricorda una sola puntata del salottino di Lilli Gruber in cui l’ospite di turno, di fronte alla domanda sul proprio orientamento di voto, abbia osato rispondere di averne uno forte e netto e che si sarebbe comportato di conseguenza.
Quanto è più chic la perplessità? Una tale condizione, ovvero la sua manifestazione, ci fa guadagnare punti: chi osserva e applaude sarà portato a credere che i dubbi derivino dalla nostra superiorità rispetto alle contese in atto, talmente volgari e di basso livello da non poter appassionare un’anima nobile come la nostra.

Votare, insomma, e farlo con convinzione, resta a disposizione dei poveri in spirito, perché di essi è il regno dei seggi: coloro che non hanno altro e che non sono così assennati e smaliziati da avere perduto ogni fiducia nell’offerta politica. Fuori moda e sottoposti a pressioni sociali che possono farsi insostenibili, vilipesi e derisi, questi personaggi un po’ naïf, spesso, sono anche così sfortunati da trovarsi in brutte acque, in condizioni economiche non invidiabili, tanto da essere stati costretti a usufruire degli 80 euro di Renzi e, non avendone ancora abbastanza, da continuare perfino a riceverli: che vergogna, che ineleganza!

Oggi, nell’era della fashion politics, le scelte elettorali, o le mancate scelte elettorali, sono in primo luogo opzioni estetiche e decorative per i raffinatissimi opinionisti da social, di solito membri di una classe piuttosto agiata che può permettersi di ironizzare su chi abbia deciso (rozzamente) di sostenere un partito e di continuare a nutrire delle aspettative nel gioco democratico: i metodi di costruzione della propria immagine pubblica hanno invaso quei campi che, nel Novecento, restavano esclusi dalla giurisdizione del marketing del proprio self, il che potrebbe addirittura essere un buon segno. Già, perché considerare le proprie preferenze politiche al pari di quelle d’abbigliamento e di make-up testimonia sì la caduta delle grandi divisioni ideologiche del secolo scorso, ma anche la relativa prosperità che è stata raggiunta, quantomeno in determinati settori della società italiana: per tutti gli altri, per chi conservi la necessità di una prospettiva di radicale trasformazione della propria esistenza, la pratica politica è tuttora un’ineliminabile ancora di salvataggio, un orizzonte di senso delle giornate. (Chi scrive ha avuto la fortuna di parlare, se non proprio con gli ultimi, coi penultimi delle nostre comunità, e di scoprirli appassionati alla lotta politica quanto nessuno di noi saprebbe più essere: incredulità e stupore, per chi sia abituato a ricevere la realtà italiana attraverso il filtro di una rete televisiva.)

Nervi saldi, orgoglio di sé, testardaggine: per neutralizzare l’incidenza dei contesti comunicativi nei quali, in queste settimane, ci troviamo a dare espressione alla nostra identità (e nei quali finiamo per impantanarci), occorrono qualità antiche, in grado di opporsi al mimetismo sociale che spinge i più deboli di noi a fornire risposte diversificate a seconda del proprio interlocutore, a subire l’influenza dell’uditorio, a vergognarsi di sé stessi. La campagna elettorale, data il valore statisticamente nullo del singolo voto sul totale del risultato, è da considerarsi soprattutto come una prova esistenziale e, di conseguenza, le sue insidie andrebbero sfruttate ai fini dell’auto-fortificazione: smettere di pensare ai destini collettivi e pensare ai propri, a come fare per riuscire ad avvicinare l’immagine che gli altri hanno di noi con quella che noi vogliamo avere di noi stessi significa non cedere alle onnipresenti sirene del conformismo e, in particolare, del conformismo travestito da ribellismo, vale a dire la pratica nazionale più in voga. Opporsi all’establishment (cosiddetto, ma difficile da individuare, visto che, anche soltanto a nominarlo, chi sembrava farne parte scappa a gambe levate), opporsi al Sistema attraverso l’astensione dal voto e indulgere all’esibizione del proprio estremismo non è più appannaggio delle portinaie, con tutto il rispetto per le portinaie (ma con minor rispetto per chi faccia finta di esserlo): è il vizio delle classi agiate, una chiacchiera patetica da living room vellutata, laddove l’assenza di ogni dovere di responsabilità rima con un grado di benessere che protegge dagli urti della realtà. Meglio rompere un’amicizia che rompere con sé stessi: votare per contrastare le voci che ci circondano e per recuperare l’amore di sé, nel caso in cui qualche viltà quotidiana ce l’avesse fatto smarrire, perché i destini di una nazione sono qualcosa di infinitamente piccolo, rispetto al destino di uno qualsiasi di noi.

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