’45

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45 è un libro di poche parole. È tutto immagini.

E sono immagini che parlano, descrivono e illustrano non solo la Storia, quella dalla esse maiuscola, ma anche una storia, di quelle piccole, piene di freddo e fango e fame. Proprio come l’ultimo anno di occupazione nazifascista.
’45 è un libro di Maurizio A.C. Quarello, edizioni Orecchio Acerbo. Il libro è dedicato ai nonni, alla memoria di nonno Maurizio, del quale ridisegna il tesserino di appartenenza ai Corpi Volontari per la Libertà, con tanto di foto di riconoscimento. L’uomo nella foto è l’uomo della storia, sempre quella piccola, fredda, fangosa e affamata.

’45 è un libro che devi sfogliare più volte.

La seconda volta ne apprezzi i disegni, le illustrazioni, i tratti, i colori la cui intensità cresce, si parte dai colori sbiaditi dell’inverno, tanto sbiaditi da sembrare un bianco e nero, per arrivare ai colori vivaci della primavera. Per arrivare alla liberazione.

La terza volta colpisce la forza quasi cinematografica dei disegni. Nessun dialogo scritto, solo gesti, sguardi e azioni. Strana scelta il silenzio per un periodo della Storia che sembra così rumoroso.

La prima volta tutto questo non lo si vede quasi.
La prima volta è diverso.
La prima volta è tutta emotività, perché quella storia scava nel tuo DNA e fa vibrare qualcosa in risposta. A me ha preso al cervello, ma non quello della testa, parlo del cervello primordiale, quello che abbiamo nello stomaco, il cervello rettiliano. Mi ha preso lì ed è risalito fino agli occhi sotto forma di umidità. Per tornare al presente c’è voluta la voce del mio Libraio preferito “cerca di non piangere, io non ci sono riuscito.” Perché la storia che racconta, la storia di Maurizio (nonno) e Maria e il loro figlio, è una storia che da piccoli abbiamo sentito un po’ tutti in famiglia.

Nella mia di famiglia ce n’è una simile. Anche se non siamo in Monferrato. Si assomigliano perché alla fine gli uomini si assomigliano tutti. L’essere uguali che trascende il colore della pelle, dei capelli, degli occhi, della religione o della cultura. È l’uguaglianza delle azioni.

Un libro da stringere sul cuore. '45

Un libro da stringere sul cuore. ’45

È la storia di una piccola donna, mia nonna materna, dell’ultimo anno di guerra, e di una casa ai limiti della città, tra la città e gli orti che si arrampicavano ostinatamente sulle coste dei monti. Incinta del quarto figlio, con tre bimbe più grandi a cui pensare. E sola. Suo marito al fronte. Le mie zie le posso immaginare da piccole. Tutte e tre dai colori diversi: una rossa, l’altra castana, la terza quasi bionda.
Dopo gli orti, tra buche nel terreno e il bosco si nascondevano ex prigionieri inglesi e iugoslavi. Le tre bambine, un tris di colori sulla neve, venivano mandate oltre gli orti a portare uova e un po’ di pane, da far scivolare di nascosto nelle buche. Una mano sporca ad afferrare il cibo. Un sorriso veloce e poi di corsa a casa.

Ma mia nonna nutriva anche qualcun altro. Un “soldatino” austriaco. Così lo chiamano le mie zie. Nessun nome, nessun aggettivo d’odio. Solo “soldatino”. E il soldatino era affezionato a mia nonna e al suo ventre che cresceva giorno dopo giorno. Era il momento della ritirata per lui. Ma prima di andar via, promise che sarebbe tornato. Sarebbe stato il padrino di battesimo del bambino che doveva nascere.
Non è mai tornato. Forse non è mai arrivato a casa.

Eppure doveva saperlo, almeno intuirlo, che quella promessa aveva poche possibilità di essere mantenuta. Come si fa a pensare al futuro quando il presente è così incerto?
È bellissima e tragica insieme, questa capacità dell’essere umano di vedere un futuro mentre si attraversa l’inferno.

In un periodo storico in cui l’odio ci entra in casa con prepotenza, sembra quasi impossibile nutrire invece di abbandonare. Sembra quasi impossibile avere un gesto di pietà verso un essere umano, senza pensare se sia un amico o un nemico.
Eppure a ben guardare la storia, quella piccola e fangosa e infreddolita e affamata, i protagonisti lo hanno fatto. E forse lo faranno ancora.

Proust aveva un profumo per tornare a ricordi passati e ormai sbiaditi, io ho avuto ’45.
Non ne consiglio la lettura. Non solo.
Guardatelo, sfogliatelo, e poi stringetelo al petto. Vi farà bene.

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